Red Devil, Queen Maya & Co.: la via italiana al Wrestling

ICWNon si tratta solo di sport e intrattenimento. Per chi lo pratica è una passione, una valvola di sfogo, una droga. È adrenalina allo stato puro: ilwrestling ha messo radici nel nostro Paese ormai da 15 anni. Nelle palestre dell’hinterland milanese e torinese, decine di atleti si allenano a cadere, a incassare pugni e calci, a emozionare il pubblico. In tutta Italia sono circa200 e ogni giorno sudano sul ring per inseguire un sogno: combattere negliStati Uniti, in WWE, la più importante federazione di wrestling mondiale.

“L’allenamento è costante, deve esserlo, perché è una disciplina molto impegnativa”. Sdraiato sulla panca, il campione italiano Fabio Ferrari termina l’ultima serie di sollevamenti con il bilanciere. In Piemonte lo conoscono in tanti: su Youtube e Facebook ha un largo seguito di fan. Trent’anni, originario di Genova, in arte è Red Devil e il 9 maggio dovrà difendere il titolo a None, provincia di Torino. “Combatto in Europa ma anche oltreoceano da circa 14 anni”. È stato ingaggiato ai Caraibi e in Africa, dopo aver affrontato la leggenda giapponese Dick Togo e i campioni Jamie Noble, Juventud Guerrerae Cesaro. Principalmente però ruba la scena sui ring dell’ICW (Italia Championship Wrestling).

“Tutto è cominciato quando avevo sei anni. Guardando la tv mi capitò un incontro tra Hulk Hogan ed Earthquake e ne rimasi affascinato. Un mondo di luci, costumi, grandi atleti e una teatralità incredibile”.

L’eccitazione provata davanti alla tv presto non basta. Fabio non vuole limitarsi a guardare i suoi eroi. Vuole essere uno di loro. A 17 anni si convince e vola in Inghilterra, per allenarsi alle Academy di Portsmouth e di Essex:

“I miei genitori, all’inizio, hanno storto un po’ il naso, mi hanno accompagnato all’aeroporto un po’ preoccupati. Ma era il mio sogno da sempre. Si sono abituati alla mia passione poco alla volta e non si sono mai opposti. Andare all’estero per imparare questa disciplina era la naturale prosecuzione dei miei anni da fan”.

Tornato a casa, Red Devil ha fondato con altri atleti l’ICW. Nel 1999 c’erano molti siti che parlavano di wrestling. Gli appassionati ne scrivevano e discutevano, ma da noi non esisteva una realtà simile a quella statunitense. Alla fine alcuni lottatori hanno deciso di collaborare per dare vita a una lega italiana di wrestler: in poco tempo è diventata la terza federazione in Europa.

Ne fa parte anche Adele Bernocchi, mamma da nove mesi di due gemelline, lavoratrice, moglie e regina del wrestling. Sul ring è Queen Maya, 6 volte vincitrice del titolo di campionessa italiana. “La si considera una disciplina fatta solo di finzione. In realtà è uno sport reale, molto fisico. Per praticarlo, devi essere veramente un atleta”. Bisogna sviluppare i muscoli e la resistenza con un adeguato allenamento in palestra. Esercizio fisico, ma anche molte rinunce. “Richiede tanto tempo, tanta fatica – racconta Adele -. Saremo a None, poi a Firenze e Perugia. È tutto tempo che tolgo ai miei cari, alle mie figlie”. Una scelta difficile a volte, ma che appaga:

“Ti senti vivo, ti senti felice. L’adrenalina che si prova quando suona la tua musica, esci e senti gli applausi del pubblico, è una sensazione indescrivibile”.

Negli Stati Uniti fare wrestling è un lavoro: i tornei sono un business, gli atleti sono ben pagati. Non vale lo stesso nel nostro Paese: “Sarebbe un sogno poter vivere della nostra passione”, continua Queen Maya. In Italia invece è ancora un intrattenimento di nicchia, ma con grandi ambizioni. “Facciamo spettacoli davanti a migliaia di persone, andiamo in tv”, precisa Fabio. E aggiunge: “Soldi ancora non ne girano, perché questo sport non è ancora arrivato al grande pubblico, ma l’obiettivo è quello”.

 

Pubblicato su Reporternuovo

Immigrati. Il “tesoretto” nascosto

lavoratori-stranieri-in-edilizia2_permesso_di_soggiornoUn costo per il Paese o una risorsa economica? Tra prelievi fiscali e contributi previdenziali versati dagli stranieri, l’Italia incassa  circa 16,5 miliardi. Al netto delle spese pubbliche destinate agli immigrati regolari e irregolari, il saldo per lo Stato è di quasi 4 miliardi. Sono quasi 500mila, tra imprese e partite iva, le persone nate all’estero che contribuiscono allo sviluppo dell’economia nazionale. Siamo andati a conoscere alcuni di loro.

Pubblicato per Reporter Nuovo

Trenord, il treno ritarda e i macchinisti guadagnano di più

treniIl tempo è denaro. E se i pendolari ne perdono tanto, quando il treno faritardo, i macchinisti ci guadagnano. Quelli di Trenord sono accusati di rallentare deliberatamente le corse per incassare più soldi. Pratica dovuta a un vizio del contratto aziendale. Che premia chi lavora più ore. Ma che promuove l’inefficienza e che scatena la rabbia delle oltre 670 mila persone che abitualmente usano le ferrovie lombarde per spostarsi.

Un paradosso, rivelato da una denuncia anonima di tre macchinisti della linea Milano – Cremona – Mantova: “Su questa linea, ogni volta che un treno accumula 20 minuti di ritardo ci fa guadagnare 13 euro”. Questo perché a differenza che in Trenitalia, per i 1.200 macchinisti di Trenord (su un totale di 4.200 dipendenti), la retribuzione è proporzionata alle ore di lavoro: la prima è pagata 6 euro, la terza 9, la quarta 12. Senza contare il bonus di condotta: 15 euro alla terza ora di guida, 25 alla quarta, 30 alla quinta e 40 per la settima. E allora via ai ritardi cronici: in fondo siamo in tempo di crisi e una busta paga più pesante fa piacere a tutti.

Una beffa per i cittadini, confermata anche dall’amministratore delegato dell’azienda Cinzia Farisé: “La situazione mi è stata chiara fin dai primissimi giorni di presenza in azienda, quando ho incontrato e dialogato direttamente con il personale”. Un danno d’immagine per la società regionale di trasporto, ha precisato l’ad, cui bisogna subito porre rimedio: “l’azienda è da due mesi in piena trattativa sindacale per rimuovere questo articolo del contratto di lavoro che può indurre a comportamenti scorretti. È una delle nostre priorità al tavolo delle relazioni industriali”. La Farisé si riferisce all’articolo 54 che, in estrema sintesi, destina più soldi a chi lavora di più. Una sorta di premio al lavoro straordinario, erogato invece a chi è più furbo.

Fortunatamente però, se l’occasione fa l’uomo ladro, in questo caso non tutti ne approfittano. Sarebbero 25, al massimo 30, i “macchinisti lumaca”. Intervistato dal Corriere della Sera, il segretario regionale dell’Organizzazione sindacati autonomi e di base Adriano Coscia precisa: “Non più del 2-3% del totale. Si tratterebbe di casi isolati, perché la stragrande maggioranza lavora con professionalità e onestà”. Alza le barricate contro le accuse Rocco Ungaro della Filt Cgil Lombardia:

“Non ci risulta che ci siano macchinisti che facciano la cresta, allungando i tempi di viaggio. Non si deve gettare la croce addosso ai lavoratori per i disagi e i disservizi. Se l’azienda ha rilevato delle irregolarità si rivolga alla magistratura”.

I vertici dell’impresa si difendono: “Le cause del ritardo sono altrove”. E ricordano il miglioramento della performance negli ultimi due mesi: le 2.300 corse quotidiane hanno registrato un aumento della puntualità del 10%. I passeggeri però non la pensano allo stesso modo. Sul suo profilo Facebook, una pendolare della provincia di Varese ha pubblicato le foto dei cartelloni di Trenord, indicanti il messaggio di ritardo, scattate lo scorso anno. gennaio febbraio-760x1024 La ragazza si chiama Gaia Daverio e prende tutti i giorni il treno diretto alla stazione Cadorna di Milano:

“10 minuti oggi, 5 minuti domani… Ma quanti minuti di ritardo farà il treno in un anno intero? Ho così deciso che da quel giorno mi sarei appuntata tutti i ritardi subiti dai treni che sono costretta a prendere 5 giorni a settimana per praticamente tutto l’anno”

Rilanciato da il Post, il calendario 2014 dei ritardi mostra la scoperta di Gaia: 2.415 minuti, vale a dire circa 40 ore. Più di un giorno e mezzopassato su una banchina.

«Questo esperimento è stato fatto esclusivamente per gioco, per occupare quel tempo passato ad aspettare il treno che non arriva; senza pretese di ottenere qualcosa da Trenord. Oggi io – come altre centinaia di persone ogni giorno – mi sono presentata in stazione, ho pagato il mio abbonamento maggiorato, ho aspettato qualche minuto prima che il treno arrivasse. Niente è cambiato e niente cambierà rispetto a ieri o rispetto all’anno scorso»

La classifica delle peggiori. Trenord non è sola nel panorama dei disservizi ferroviari italiani. A farle compagnia ce ne sono tante altre. Alcune diventate ormai leggenda. Come la celebre Circumvesuviana, forse la più dissestata della Penisola. Un trofeo della vergogna meritatissimo, se si consultano i dati di Legambiente. Dal 2011 al 2013 la riduzione delle corse è stata del 40% e nel parco treni ci sono 83 esemplari costruiti negli anni ’70, 35 negli anni ’90 e ben 24 nel 2008/2009: peccato che quest’ultimi non sono utilizzati per problemi strutturali. I mezzi in dotazione sono 142, ma solo 42 circolano quotidianamente, quando ne servirebbero altri 92 per soddisfare il fabbisogno pubblico. I vagoni sono sovraffollati, le stazioni pure. E l’hinterland campano, ormai rassegnato, è tornata a tirare fuori la macchina dal garage per andare a lavoro.

Al secondo posto, i pendolari della linea FL8 Roma-Nettuno. Salire in carrozza in questo caso diventa quasi impossibile: sempre pieni. Al punto che, per lavoratori e studenti, è quasi diventata una condizione esistenziale quella di fare il viaggio schiacciati come sardine. Il ritardo cronico è la regola.  Ritardi monitorati nel 2013 chart-23Beffa grande invece per i pendolari piemontesi. Il costo dei biglietti è aumentato e le corse sono diminuite. Dal 2010 a oggi cancellate 13 linee: Santhià-Arona, Pinerolo-Torre Pellice, Cuneo-Saluzzo-Savigliano, Cuneo-Mondovì, Ceva-Ormea, Asti-Castagnole-Alba, Alessandria-Castagnole-Alba, Asti-Casale-Mortara, Asti-Chivasso, Novi-Tortona, Alessandria-Ovada e Vercelli-Casale Monferrato. E a riprova che si tratta di un problema tutto italiano, disservizi anche inVeneto: sulla tratta Padova-Belluno-Calalzo, si legge nel rapporto, “gli utenti lamentano un peggioramento della qualità del servizio, con ritardi e soppressioni a sorpresa e senza alternative sostitutive su gomma”.

In crisi le linee di Arquata Scrivia-Genova Brignole – che collega Genovacon il Piemonte – e la rotta Mantova-Cremona-Milano. Lentezza dei collegamenti, sovraffollamento, insufficienza delle carrozze, sporcizia e disagi vari sono le lamentele di pendolari inferociti. Che in Sicilia a volte non riescono neppure a fare il biglietto: le stazioni sono quasi del tutto scomparse nelle province di Siracusa, Ragusa e Caltanissetta. Sulla linea Siracusa-Ragusa-Gela, in particolare, si è registrato un peggioramento rispetto al passato: i tempi di percorrenza sono superiori a quelli di 20 anni fa.

Dalle Alpi al Mediterraneo, passando per la Capitale. Perché se tutte le strade portano sempre a Roma, le ferrovie a volte non ti ci fanno arrivare. La linea Campobasso-Isernia-Roma ha i suoi problemi: treni antichi rendono gli spostamenti poco efficienti. E i tanti pendolari che si muovono dal Moliseormai sono costretti a prendere l’auto.

In cauda venenum: Potenza-Salerno. I treni non raggiungono i 50 Km oraridi velocità media e impiegano due ore e mezza per arrivare a destinazione. La distanza che coprono è di 105 km, niente di più niente di meno. E non fanno differenza regionali o intercity tra andata e ritorno: cambiando l’ordine degli addendi, il risultato è lo stesso. Per finire in Emilia-Romagna, sulla linea Bologna-Porretta Terme. Gli utenti – almeno 10mila al giorno, con punte di 20mila persone – denunciano un paradosso: i treni a doppio piano abbondano in orari di scarso afflusso, mentre i convogli sono insufficienti in orari di punta.

Tabella dei tagli e aumenti tariffari dal 2011 al 2013

Regioni 2011-2013
Media dei tagli ai servizi Media aumenti tariffe
Abruzzo -21% +25,4%
Calabria -16,3%
Campania -19% +23,75%
Emilia-Romagna -5,9% +14,4%
Friuli Venezia Giulia +14,9%
Lazio -3,7% +15%
Liguria -20,8% +41,24
Lombardia +23,4%
Marche -14,3%
Piemonte -9,75% +47,3%
Puglia -15% +11,3%
Sicilia -10%
Toscana -6,2% +21,8
Umbria -5,9% +25%
Veneto -3,35 +15%

Legambiente 2013

Pubblicato su Reporter Nuovo

Venezuela, ucciso 14enne durante proteste anti-governative

Boy with blood on his chest and hand gestures in front of police after 14-year-old student Kluiver Roa died during a protest in San Cristobal

Riverso in una pozza di sangue. Senza vita. L’ultima vittima degli scontri in Venezuela si chiama Kluiver Roa. Un ragazzino di 14 anni, che ieri pomeriggio è stato ucciso durante manifestazione anti-governativa dovuta alla crisi economica nel Paese. Un colpo alla testa, probabilmente un proiettile di gomma, riferiscono le autorità locali. Ma sufficiente a spaccargli il cranio, lasciandolo morto sull’asfalto.

Video del ragazzo ucciso

Le proteste, avvenute a San Cristóbal, nello stato di Táchira, sono subito degenerate in scontri con le forze di sicurezza. Le immagini delle agenzie mostrano il ragazzo, studente nel liceo di Agustín Codazzi, a terra in strada, con la testa spaccata: secondo le autorità sarebbe morto dopo essere stato portato in ospedale. Arrestato il poliziotto che avrebbe sparato. Si chiama Javier Mora Ortiz, anche lui giovane, di 23 anni: in corso le indagini per accertare la dinamica del caso. Le versioni sono contradditorie. Alcuni testimoni sostengono che la vittima non aveva preso parte ai tumulti: il ragazzo era appena uscito di scuola e si era nascosto sotto una macchina quando è stato colpito. La polizia racconta invece di essere stata attaccata da un gruppo di ragazzi incappucciati e di aver sparato per disperdere gli assalitori: Roa sarebbe stato raggiunto così da un proiettile.

Focolai di agitazione sono durati per tutto il pomeriggio, fino a sera. Quattro anni fa la città fu l’epicentro di una serie di manifestazioni contro il presidente Nicolas Maduro. Cortei, scioperi, e raduni durarono 4 mesi, innescando duri confronti con gli agenti di polizia: il bilancio di quei giorni fu di 43 morti.

Video delle proteste dell’anno scorso

A distanza di un anno, la Repubblica bolivariana è ancora piegata dal dissenso interno. I movimenti di opposizione hanno condannato l’esecutivo chavista per la morte dell’adolescente. Dimostranti e politici hanno espresso la loro rabbia su twitter, criticando Maduro. E hanno chiesto a José Vielma, governatore di Táchira, di fare un passo indietro e rassegnare le dimissioni.

Il presidente ha fatto la sua comparsa in Tv. E in un discorso a reti unificate ha condannato l’uccisione del giovane:

“Proteste violente non hanno senso. Mi appello al Paese e soprattutto ai giovani, lasciate perdere la violenza. L’odio non porta a niente. Se u funzionario del governo ha infranto la legge sarà punito”

Tuttavia le parole dell’ex delfino del comandante Hugo Chávez non hanno sortito l’effetto sperato.

Decapitare l’opposizione. La tensione in Venezuela rimane alta. La morte di Roa avviene dopo che, con un decreto, l’esecutivo ha autorizzato l’uso della violenza, anche letale, per reprimere manifestazioni e riunioni pubbliche. E segue l’arresto del sindaco di Caracas, Antonio Ledezma, anti-chavista e oppositore.

Video dell’arresto di Antonio Ledezma

Ledezma è in carcere da venerdì scorso, accusato di associazione a delinquere e di cospirazione ai danni di Maduro: l’obiettivo dell’alcalde della Capitale sarebbe stato quello di realizzare un golpe. Con lui, nella prigione militare di Ramo verde, anche il leader dell’opposizione Leopoldo López, arrestato un anno fa dopo essere stato accusato dal presidente di terrorismo e omicidio. Dal suo account twitter, la moglie Lilian Tintoriha lanciato una serie di messaggi in sostegno a Ledezma.

In questi ultimi mesi l’esecutivo chavista ha cercato di arrestare l’ondata di dissenso, accusando dicomplottismo i suoi avversari politici. Il Paese affoga da tempo in un pantano economico e sociale: quest’anno sono previste le elezioni parlamentari e Maduro sta prendendo le dovute contromisure. Come la decisione di destituire la deputata María Corina Machado, alla testa delle manifestazioni del 2014. O l’iniziativa di un gruppo di parlamentari della maggioranza, che lunedì scorso hanno accusato di tentato colpo di mano uno dei capi dell’opposizione all’Assemblea nazionale. Si tratta di Julio Borges, coordinatore nazionale del partito Primero Justicia, che in un articolo pubblicato oggi sul quotidiano spagnolo El País critica la radicalizzazione e la violenza del governo.

Schermata-2015-02-25-alle-16.23.01

Le misure adottate da Maduro hanno anche spinto la Commissione interamericana dei diritti umani a chiedere un cambio di rotta: “Le voci dell’opposizione sono imprescindibili per una società democratica”.

Uno stato di emergenza. Per le forze anti-chaviste il Venezuela è in ginocchio. Scivolato in una profondaspirale inflazionistica, con i supermercati vuoti e tassi di criminalità da record, il Paese è lo spettro di se stesso. Neppure il petrolio, le cui enormi riserve da sempre costituiscono il propulsore economico nazionale, può qualcosa contro la crisi. Il prezzo degli idrocarburi continua a cadere. Gli investimenti privati esteriscarseggiano e la valuta è quasi carta straccia: l’inflazione ha raggiunto quota 64%. Il volume dell’economia si è ridotto del 4%, la produzione è in calo e i venezuelani fanno la coda per ore pur di portare a casa latte e sapone. La recessione non è più nascosta neppure dal governo, che accusa Stati Uniti e forze di estrema destra di utilizzare ogni mezzo per contrastare il modello del Socialismo del XXI secolo, mutuato dal colonnello Chávez. Le proteste di questi mesi, come quelle dello scorso anno, sono considerate da Maduro uno strumento di agenti esterni, che puntano a rovesciare la sua leadership.

Pubblicato per Reporter nuovo

Ucraina, cessate il fuoco per sabato: la guerra continua

guerra_ucraina

Il cessate il fuoco comincia sabato, a mezzanotte. C’è il tempo, quindi, per tentare l’ultimo assalto. Sembra questo lo spirito della tregua di Minsk. Una pace fragile, spazzata via da carri armati e batterie lanciamissili: i combattenti approfittano di queste ore per guadagnare nuove posizioni. “Mi auguro che lo facciano con moderazione”, ha commentato il leader del Cremlino Vladimir Putin. Ma i colpi di artiglieria esplosi venerdì mattina a Donetsk e Luhansk, città controllate dai ribelli nell’Est ucraino, tradiscono ogni speranza.

“Dovremo continuare a essere vigili”, ha sottolineato il presidente francese François Hollande allargando le braccia. Una metafora dell’accordo raggiunto nel Palazzo Indipendenza, dopo i negoziati a quattro con Putin, il cancelliere Angela Merkel e il capo di Stato ucraino Petro Poroschenko. Un patto che sa di dichiarazione d’intenti, per quanto è ambiguo. Che ricalca il memorandum firmato nella Capitale bielorussa il settembre scorso, incenerito pochi giorni dopo nella battaglia per l’aeroporto di Donetsk.

Il cessate il fuoco è solo il primo punto dell’intesa. Che impone alle parti anche il ritiro delle armi pesanti, lo scambio dei prigionieri, l’amnistiacompleta per i ribelli, l’abbandono delle forze straniere del suolo ucraino. Il tutto da accompagnare a riforme costituzionalielezioni locali nei territori di Donetsk e Luhansk ed eliminazione delle restrizioni economiche per le regioni in rivolta. Tanti impegni, ma poca voglia di realizzarli. Perché la difficoltà è notevole e le complicazioni dettate da questioni interne non mancano. Ma andiamo con ordine.

Punto primo: la zona cuscinetto. Le armi pesanti dovranno essere portate lontano dalla linea del fronte. Esattamente tra i 25 e i 70 km, a seconda di calibro e gittata. Tempo due settimane, a partire da lunedì. Si ritaglia così un’area che separa i due schieramenti, che permetterebbe ai ribelli di mantenere il controllo su Donetsk. Questo perché il confine sarà diverso per le due armate: per Kiev corrisponde a quello odierno; per i filo-russi, coincide con quello del 19 settembre 2014.

mappa

Punto secondo: le truppe straniere. Poroschenko pretende che soldati e mercenari di altre nazionalità abbandonino subito il Paese. Richiesta compresa da Putin, che però Mosca dice di non poter soddisfare. In fondo, come può comandare formazioni armate che non controlla? “Sono volontari”, fa sapere il Cremlino. Almeno l’Ocse monitora. Peccato che un anno fa non sia servito.

E poi ancora, il controllo dei confini. L’accordo recita: Kiev torna in possesso delle frontiere orientali. Ma a caro prezzo: una riforma costituzionale che riconosca alle regioni ribelli autonomia e tanti poteri. Come formare una propria forza di polizia, nominare dei propri giudici e commerciare liberamente con la Russia. Tutti contenti dunque. Non proprio, perché bisogna vedere se il Parlamento ucraino approverà questa devolution. In caso positivo, Kiev controllerà le sue frontiere e i russofoni a est otterranno l’autonomia per cui hanno combattuto. In caso negativo, la situazione rimane quella di oggi. Con la benedizione di Mosca.

Infine, ultima questione controversa: quella economica. Nell’intesa non c’è alcuna menzione alle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Luhansk. La Russia non parla più di uno stato federale ucraino, ma spinge le regioni ribelli a rimanere legate a Kiev. E il governo di Poroschenko è obbligato a pagare pensioni e stipendi agli abitanti delle zone orientali del Paese, riaprendo i canali bancari. In questo modo, il carico finanziario sulle spalle della Bank Rossij si allegerisce. E Mosca si dota di una leva di potere utile per influenzare la politica ucraina.

L’esito dell’accordo è una pace incerta, sicuramente precaria. C’è chi guadagna di più dall’intesa, chi di meno. E l’esperienza del trattato di Misnk dello scorso anno insegna a essere prudenti. A Debaltsevo, località strategica nel Donbass, le truppe ucraine sono ancora circondate dalle armate separatiste. Nessuno intende cedere. Forse non sanno che in Bielorussia è stato firmato un trattato di pace. O forse lo sanno e per questo combattono.

Articolo pubblicato su ReporterNuovo

Libia, storia di un Paese al collasso

copertina-1024x682

Nuovo attacco jihadista in Libia. Rapito un operaio francese da Ansar al Sharia, formazione estremista legata allo Stato Islamico. I miliziani armati avrebbero attaccato un giacimento minerario gestito dal gruppo Total, colosso internazionale del petrolio.

Nell’agguato, avvenuto nella regione di Al Jafra, a sud della città di Sirte, sarebbero morti altri lavoratori della multinazionale. Fonti militari e di sicurezza non precisano il numero né la nazionalità delle vittime. È l’ennesimo sequestro realizzato in territorio libico: dal crollo del regime di Mu’ammar Gheddafi nel 2011, il Paese è attraversato da una sanguinosa guerra civile. Gli ultimi scontri hanno interessato le località di Derna, SirteBengasi: sono 16 i soldati rimasti uccisi; non ancora chiara, invece, l’entità delle perdite riportate da Ansar al Sharia.

mappa-economist-1024x662Infografica tratta da The Economist

Sono passati più di tre anni dalla deposizione del Colonnello, ucciso dai ribelli anti-governativi. Nonostante gli sforzi per creare un nuovo esecutivo e favorire la transizione democratica, lo Stato africano è lo spettro di sé stesso. La Libia è divisa tra il “governo” di Tobruk-Beida, allineato con l’esercito, e il “regime” di Tripoli, sotto il dominio degli islamisti.  Diverse città sono state messe a ferro e fuoco. Bengasi è un campo di battaglia, la regione della Cirenaica una polveriera. Piovono razzi, non c’è cibo, manca l’acqua. Non si riesce più nemmeno a sperare in un ritorno all’elettricità.

Due Stati nello Stato. Con due governi, due eserciti e due governatori della Banca centrale nazionale. Tanto rapida era stata la fondazione del Consiglio nazionale di transizione (Cnt) – l’organo composto dai ribelli che ha subito rivendicato la rappresentanza del Paese dopo la morte di Gheddafi –  quanto veloce fu la sua implosione, dovuta a lotte intestine. Il nuovo Congresso nazionale, eletto nel 2012, aveva garantito una maggiore rappresentanza alle forze laiche. Gli islamisti si ritrovarono ai margini della vita politica e decisero presto di uscirne del tutto.

Il governo diretto da Abdurrahim al-Keib non riuscì a tenere sotto controllo le milizie. Armate fino ai denti dopo l’insurrezione del 2011 e finanziate generosamente dall’estero, le forze integraliste si riorganizzarono subito e approfittarono dei vuoti di potere esistenti in diverse regioni del Paese. Giustificarono le proprie azioni dichiarando il Parlamento illegittimo: dominato dai sostenitori del vecchio regime, ai loro occhi non poteva che essere incostituzionale. Dalle aule del Congresso al fronte di guerra il passo fu davvero breve.

Nella primavera del 2014, il generale Khalifa Haftar cercò di destituire il Parlamento, imponendosi come il nuovo capo delle Forze armate libiche. L’operazione fu chiamata chiamata “Dignità”. Obiettivo: ingrossare le file dell’esercito e distruggere il nemico. Durante l’estate, l’ultima parvenza di democrazia nel Paese venne meno: alle elezioni di giugno la partecipazione fu del 18%, il 60% in meno di quella registrata alle consultazioni di due anni prima. Poco dopo, il colpo di grazia alle istituzioni pubbliche: islamisti di Misurata e milizie berbere formarono un’alleanza, l’Alba libica, e attaccarono Tripoli. La città cadde dopo sei settimane di assedio.

infografica-economist-1024x709Infografica tratta da The Economist

Oggi i due centri di potere si sono organizzati, con strutture militari, politiche e amministrative. Sfruttano il web e gli altri mezzi di comunicazione per fare propaganda e arruolare nuove reclute. Come riporta l’Economist, da un lato i ministri del governo laico promettono di liberare presto Tripoli da quelli che definiscono “terroristi”. Dall’altro, il responsabile per gli affari religiosi dell’esecutivo islamista, Mubarak Salah, considera importante il sostegno dello Stato islamico ai jihadisti di Derna. Ognuno cerca di coagulare consenso attorno alla propria causa.

Richieste di aiuto all’estero. La Libia chiama ma non tutti rispondono all’appello. Alcuni se ne lavano le mani: è il caso delle potenze occidentali, che dopo i pantani iracheni e afgani ci pensano due volte prima di imbarcarsi in un nuovo conflitto. Altri intervengono, ma non è sempre un bene: gli Stati del Golfo finanziano i due schieramenti, con il rischio di una guerra per procura e una successiva escalation di dimensioni regionali. Mentre il Qatar garantisce appoggio alle forze islamiste, gli Emirati arabi uniti sostengono l’esercito libico. Le due monarchie, impegnate a loro volta in una rivalità a quattro con Iran e Arabia Saudita, non si sono limitate a iniezioni di capitale e apporto logistico: i loro attacchi aerei sono stati il segnale del passaggio all’azione militare.

Interessi in gioco. Nonostante tutto, il greggio libico zampilla. Ma sempre più spesso prende fuoco. Gli attacchi di gruppi armati, jihadisti e bande criminali sono frequenti. Gli impianti di trivellazione vengono distrutti, i tubi divelti e il petrolio dato alle fiamme. La produzione del combustibile è scesa, divenendo sempre più volatile: un giorno tocca quota 800mila barili, quello dopo precipita a 100mila. Per un Paese che campa solo su quello (il 97% delle entrate viene dalla vendita dell’oro nero) è la catastrofe.

petrolio-libiaLe multinazionali del settore, come l’italiana Eni e la francese Total, lavorano di meno nel Paese, prelevando soprattutto nei giacimenti offshore. Altre hanno sospeso completamente le loro attività sul territorio: guadagni incerti e alto rischio hanno spinto la Shell e la Bp a rivedere i propri investimenti. Ormai dei terminal petroliferi libici sono rimaste solo macerie e alte colonne di fumo, che si levano dai porti del Mediterraneo. La metafora di uno Stato nato ricco e miseramente morto.

Pubblicato per ReporterNuovo