Capodanno cinese a Roma, comincia l’anno della capra

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La Cina festeggia con Roma l’inizio del nuovo anno. Dragoni rossi, arti marziali, spettacoli esotici e acrobazie orientali. Piazza del popolo è, per un pomeriggio, un teatro all’aperto. Canti, balli, fuochi d’artificio e musiche orientali, in un’atmosfera cosmopolita che avvicina mondi lontani.

Pechino è conosciuta come la festa di primavera. Oggi è capodanno per circa un miliardo e mezzo di persone nel continente asiatico. Le iniziative per accogliere l’anno della Capra vanno avanti già da una settimana. E nella Capitale, i cinesi romani hanno deciso di celebrarlo ai piedi del Pincio. Tutti insieme, fino a sera, per scambiarsi gli auguri. E salutare l’anno che verrà.

 Fonte Voci di Roma

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Occupy Roma. L’emergenza abitativa infiamma la Capitale

protestePrima occupavano solo le case. Ora, anche le strade. Gli inquilini abusivi della Capitale sono in rivolta contro il “Piano casa”: il provvedimento del ministro delle Infrastrutture e Trasporti Maurizio Lupi, che punta a vendere le case popolari, per investire nell’edilizia sociale.

“Milano resiste, Roma insiste” – Da San Lorenzo a Porta Pia, con striscioni, megafoni e fumogeni. Per dire no al D.L. 47 del 28 marzo 2014, con cui il governo Renzi è interventuo sul tema dell’emergenza abitativa. Nel mirino dei manifestanti gli articoli 3, 4 e 5, che tagliano luce e gas agli occupanti abusivi e mettono all’asta le case popolari. Agli inquilini, riservato il diritto di riscatto. Ma non è una garanzia sufficiente. “Chi non può permettersi un mutuo viene sfrattato” commenta Roxi, del Coordinamento cittadino lotta per la casa. Obiettivo del piano: recuperare risorse, da destinare alla manutenzione del patrimonio collettivo e alla creazione di nuovi alloggi. “Non ci guadagna il pubblico, ma i costruttori. Che affittano grossi stock di case popolari per poi rimetterli nel mercato” sottolinea Nicola Cuillo, dei Movimenti per il diritto all’abitare.

Sul piede di guerra – “Le nostre sono strutture dismesse, che ristrutturiamo in prima persona” racconta Roxi. Gli uffici sono diventati stanze, nell’ex Asl in cui vive, occupata dieci anni fa. È solo uno dei tanti luoghi della Capitale in mano agli abusivi. Ci sono anche ex complessi scolastici, caserme e palazzi di proprietà, del Comune e della Regione. Abbandonati: a volte, perché non ci sono i soldi per ristrutturali; altre, perché cambiano le sedi degli enti pubblici e i palazzi che li ospitavano rimangono vuoti. Per Cuillo, in un Paese che soffre una terribile emergenza abitativa, “occupare non è un reato”. Sono oltre 650 mila le persone ancora in fila per una casa popolare: in molti ci hanno ormai rinunciato, affollando le liste alternative stilate dai movimenti per la casa. L’ultima graduatoria su Roma, quella del 2012, scatta una fotografia amara: 30mila famiglie iscritte. Di queste, circa 5mila hanno scelto di occupare.

Istituzioni preoccupate – Contro la vendita degli alloggi pubblici, in prima linea c’è anche il Comune. “Come si può pensare di vendere a prezzo di mercato un alloggio popolare senza tutelare l’inquilinato che c’è dentro?” ha chiesto il vicesindaco e assessore al Patrimonio Luigi Nieri, in un comunicato. Intanto la lotta senza quartiere continua ad animare le vie della Capitale. Sgomberi e scontri, continui presidi. È il desiderio di un casa che, spesso, per le vie legali non si ottiene.

Pubblicato su La Stampa (Voci di Roma.it): http://www.vocidiroma.it/articolo/lstp/43379/

La Barbuta. Fine di un campo rom?

Campo rom La BarbutaI cani ringhiano. Nell’aria, l’odore acre di pneumatici bruciati. L’ingresso al campo rom La Barbuta è incustodito. C’è un unico modo per trovare Riba, bussare a ogni porta. Dicono che sia lui il capo. Un aereo attraversa il cielo, sopra il Grande Raccordo. Sta atterrando a Ciampino. È proprio qui sotto che Leroy Merlin progetta la costruzione di un grande megastore, sulla terra occupata dai rom. In cambio, ne realizzerebbe uno nuovo, di campo, adiacente al futuro negozio. Diverso, con case in muratura, servizi igienici, un centro di lavorazione degli scarti solidi e un istituto professionale. Ci lavora ormai da più di un anno. Aspetta risposte, che dal Comune non arrivano. L’attesa scalda gli animi, alcuni si oppongono al piano. Nel campo c’è chi perde la testa.

“Se Carlo ancora parla della Barbuta, io lo mando in coma”. Con queste parole, l’estate scorsa,Sartana Halilovic, uno dei portavoce della comunità di La Barbuta, ha messo una pietra tombale sul dialogo con l’Associazione 21 luglio. Il suo presidente, Carlo Stasolla, da tempo si batte contro la ghettizzazione delle minoranze rom. In quest’ottica si è sempre opposto al piano di Leroy Merlin. E denuncia il rischio di sanzioni da parte di Bruxelles: “È l’Europa che ci chiede di chiudere i campi. L’Italia rischia una procedura d’infrazione per via delle politiche abitative segregative nei confronti dei nomadi”. In pratica per la 21 luglio i campi sarebbero un mezzo di discriminazione, contrario a una vera politica di inclusione.

Riba apre la porta del container di lamiera. Un bambino gli si avvinghia alle gambe. Poche foto alle pareti. Si siede al tavolo, è pronto per l’intervista. “Stasolla non si deve impicciare dei campi o dei rom. Non è il nostro rappresentante, non ci rappresenta”. È categorico. Difende il cugino Sartana e il progetto di Leroy Merlin: “Costruirebbero 100 casette in muratura, più adatte per le condizioni di vita delle persone. Il campo verrà più attrezzato. Non sarà pagato con i soldi dei contribuenti. Non penso che sia una cosa brutta”.

Ha appena smesso di piovere. Cumuli di rifiuti si ammassano ai lati delle strade. Le macchine vanno avanti e indietro per l’unico accesso a La Barbuta. Un residente si ferma a parlare: “A me l’idea del nuovo campo non piace. Vorrei un appartamento, in città, come tutti quanti. Non voglio vivere isolato”. Se si guarda il campo, si capisce il perché.

Nel 1995 la giunta, guidata da Francesco Rutelli, ordina lo sgombero di cinque insediamenti, tra la via Appia e la via Tuscolana. I rom vengono trasferiti nell’area de La Barbuta. Una zona remota,lontana dal centro abitato, circondata da erba alta e casoni abbandonati. Si alternano i sindaci, Walter Veltroni, Gianni Alemanno, Ignazio Marino. Il campo rimane, insieme al disagio. Tutto sembra destinato a cambiare quando la multinazionale francese si fa avanti. “Vogliamo investire 10 milioni di euro per acquisire i diritti di superfice di quell’area, per un periodo di 99 anni” spiega il responsabile Leroy Merlin Italia Aldo Piccarreta. “In cambio ci impegniamo a realizzare un nuovo campo, nelle immediate vicinanze di quello vecchio”. Il progetto iniziale indica inoltre la Comunità di Capordarco di Roma come gestore della nuova struttura per i primi 15 anni.

Ma le cose non sono così semplici. Serve il lasciapassare da parte del Comune. Le carte passano di mano in mano. Valutazioni tecniche, giudizi politici, pareri legali: un pantano burocratico. “Abbiamo presentato il progetto nel settembre 2013 – continua Piccarreta – e abbiamo avuto un incontro con l’assessore alle Periferie Paolo Masini. Poi abbiamo parlato con l’assessore alla Trasformazione urbana Giovanni Caudo. Tutto si è fermato ad horas perché, immagino, l’assessore alle Politiche sociali Rita Cutini stia pensando non solo a La Barbuta, ma al problema generale dei rom nella città”. Le telefonate all’amministrazione capitolina sono inutili. “Non è di nostra competenza” è il mantra che circola negli uffici. Finalmente un competente si trova: “Stiamo verificando la documentazione”. Un anno dopo.

È ora di pranzo. Il vento porta l’odore della carne arrostita e il suono lontano di musiche balcaniche. “Ciao”, saluta un ragazzo del posto. È stanco di vivere a La Barbuta. “Vorrei avere una casa, per me e la mia famiglia. Credi che vivere attaccati uno accanto all’altro, in pochi metri, piaccia a tutti qua dentro?”. Una macchina arriva e rallenta, evita una buca. Riparte e scompare all’interno del campo. Il ragazzo se n’è già andato. Un aereo sorvola i tetti metallici. È l’unica cosa che si sente.

Pubblicato su La Stampa (Voci di Roma.it): http://www.vocidiroma.it/articolo/lstp/43357/

Flop Garanzia giovani nel Lazio

garanzia giovaniFannulloni e scansafatiche. Troppo ‘choosy’ e poco flessibili. Non disposti a trasferirsi all’estero e privi di esperienza. Leonardo ne ha sentite tante, di accuse. E ha sempre risposto a tono. Perché lui le ha provate davvero tutte per trovare un lavoro, anche Garanzia giovani. Ha aderito al programma che promette di rilanciare l’occupazione, registrandosi nella regione Lazio. Sono passati cinque mesi da allora. Ed è ancora al punto di partenza. Il problema? Centri per l’impiego inadeguati, operatori poco qualificati, ritardi burocratici e il difficile accreditamento delle agenzie di collocamento private. Sono 29.335 i giovani iscritti al programma nel Lazio, ma solo 2.283 i patti di servizi attivati. Come a dire: il 7,78% sul totale delle persone registrate finora è stato profilato e si sta affacciando sul mercato del lavoro.

“Ho terminato il liceo scientifico nel 2012 e, dopo il diploma, mi sono messo subito alla ricerca di un impiego”, racconta al telefono. “Non me la sentivo di andare all’Università: ho intrapreso la carriera musicale ma ho bisogno di mantenermi e pagare le bollette”. Leonardo Panicci non è certo il tipo che dorme sugli allori. A 22 anni ha già fatto il commesso in negozio, il cameriere, il muratore e l’operaio in fabbrica. “Poi sono venuto a conoscenza del progetto Garanzia giovani. E ci ho creduto”.

Su impulso dell’Unione europea e dei suoi forzieri, il governo italiano ha cominciato una nuova battaglia contro la disoccupazione. Era l’aprile del 2014: spot televisivi, locandine, manifesti e cartelloni pubblicitari invitavano i giovani inoccupati a darsi da fare. Alle ragazze e ai ragazzi, tra i 15 e i 29 anni, che “non studiano, non lavorano e non sono impegnati in attività di formazione”, Garanzia giovani promette nuove occasioni. Offerte di lavoro, di formazione, di apprendistato, di tirocinio, di inserimento nel servizio civile e di autoimprenditorialità: in una parola, speranza. Circa1,5 miliardi i fondi a disposizione, tra risorse europee e co-finanziamento nazionale. Le premesse erano buone e Leonardo è corso subito a registrarsi sul portale.

In cerca di opportunità. “Mi sono iscritto al programma e sono andato al centro per l’impiego di Pomezia lo scorso luglio. Nel corso di una prima riunione conoscitiva, gli operatori dell’ufficio mi hanno spiegato nel dettaglio il progetto: modalità di funzionamento, finalità e percorsi disponibili”. È la fase di orientamento dell’intero processo, che si conclude con il “profiling”. L’operatore del centro ‘prende in carico’ il giovane, lo intervista, ne valuta attitudini, potenzialità, eventuali debolezze e carenze formative. L’obiettivo è stilare un profilo: “Volevano capire per quale settore lavorativo ero più portato e individuare l’ambito in cui potevo spiccare su eventuali concorrenti”. Leonardo ha eseguito tutte le procedure e realizzato anche un video-curriculum, da spedire alle aziende, che valorizzasse le sue capacità. Poi, più nulla.

“I centri per l’impiego non funzionano bene”, sottolinea il segretario generale della Cgil di Roma e del Lazio Claudio Di Berardino: “Vanno rafforzati e riqualificati. Ci lavorano poche persone, spesso senza formazione adeguata e in condizioni di assoluta precarietà. Non basta riorganizzare il sistema. Bisogna creare una rete di relazioni tra i cpi e tutti i referenti territoriali, come imprese, scuole e università”. La pensa così anche Patrizia Germini, responsabile area formazione Confesercenti Lazio: “I nostri centri per l’impiego stanno cercando di attrezzarsi. La loro intermediazione media si attesta ancora al 2%. Un esercito di precari popola quegli uffici, spesso senza strumenti e know how essenziale. Come è possibile in questo modo offrire un servizio di politica attiva?”. Il pericolo è che si consolidi la percezione diffusa che vede gli operatori come dei burocrati, capaci solo di attestare lo stato di disoccupazione dei giovani.

“Prima di Garanzia giovani i servizi per il lavoro erano praticamente inesistenti”, spiega Lucia Valenteassessore al Lavoro della Regione Lazio. Il piano è entrato in vigore il primo maggio, cogliendo i centri per l’impiego del territorio completamente impreparati. “Mancavano di competenze specifiche e di risorse sufficienti per consentire il funzionamento del progetto nel breve termine”. I Cpi di Roma e province non dialogavano neppure tra loro, le banche dati erano completamente separate: “Abbiamo dovuto creare da zero un sistema informatico che li mettesse in comunicazione, con la Regione e con il ministero del Lavoro”. Nonostante gli sforzi, il programma non parte con il piede giusto. Ai centri per l’impiego sono state affiancate agenzie di collocamento. “Era chiaro che i cpi, da soli, non avrebbero soddisfatto le esigenze poste da Garanzia giovani”, precisa Valente. Così si è pensato a un sistema cooperativo “dove il pubblico si occupa della fase di accoglienza e di profilazione mentre il privato della fase di formazione e accompagnamento al lavoro”. A distanza di 7 mesi, i dati non sono incoraggianti. Finora sono 29.335 i giovani che si sono iscritti al programma per la regione Lazio: 18.525 sono le adesioni dei residenti sul territorio; le restanti 9.837 quelle provenienti da altre regioni. Di questi però solo 2.283 hanno sottoscritto il patto di servizio con il centro per l’impiego, scegliendo così una delle misure previste nel piano. Un fallimento per le agenzie di collocamento.

“Non è che i servizi privati non funzionino. Il problema è che hanno cominciato a operare solo ora”. Il processo di accreditamento è stato lungo. “Una commissione ha preparato una serie di criteri per selezionare tutti i candidati”, spiega l’assessore, che precisa: “Abbiamo dovuto stilare delle linee guida, che le agenzie di collocamento sono tenute a rispettare, e poi siglato delle convezioni con i soggetti selezionati”. Le agenzie private hanno cominciato ad accreditarsi tra gennaio e febbraio scorso. Una marea di documenti da visionare e informatizzare per un totale di 6 soggetti accreditati e circa 6 mesi di preparativi.

“Ci vuole tempo per fare queste cose”. Leonardo non è il tipo di persona che a un “le faremo sapere” reagisce aspettando. “Non ricevevo aggiornamenti sulla mia situazione. Ho chiamato il centro per l’impiego di Pomezia più volte. Poi ci sono andato di persona. Mi hanno detto che ci voleva tempo per l’assegnazione del tutor”. Nella fase di accompagnamento al lavoro le agenzie private nominano una persona, che dovrebbe fornire assistenza nella ricerca. Individuazione dell’azienda, preselezione, colloqui telefonici e diretti: il tutor svolge la funzione di un Virgilio moderno, che guida il giovane nella selva infernale del mercato del lavoro. Leonardo sta ancora aspettando il suo.

“Il sistema non era ancora pronto”, puntualizza Valente, che rassicura: “Ora è tutto sistemato. I tempi per l’assegnazione di un tutor non sono più lunghi. Adesso è tutto operativo”. Magra consolazione per Leonardo, che è tornato l’ennesima volta al centro per l’impiego: “Se non ti chiama il tutor pazienza”, gli hanno detto. Peccato che l’abbia già persa.

Pubblicato per La Stampa (Voci di Roma): http://www.vocidiroma.it/articolo/lstp/43344/

Tra le prostitute dell’Eur: viaggio nel degrado in attesa delle zone rosse

preservativi“È lo stesso, basta che mi facciano lavorare”. A parlare è Melissa,  prostituta. Per lei la “zona rossa” è solo un’altra scalinata. Come quella di viale Tupini, dove, tutte le notti, attende clienti vecchi e nuovi. Eppure, l’idea di un’area protetta, in cui tollerare il mercato del sesso, era stata pensata per tutelare le lucciole dai pericoli della strada. E per disinnescare la tensione nelquartiere dell’Eur.

“In queste aree il fenomeno della prostituzione sarà tollerato. Allo stesso tempo, saranno attivate unità di strada, siti delle Asl e presidi di polizia locale per contrastare episodi di violenza e favorire controlli sanitari”, spiega Andrea Santoro, presidente del IX Municipio di Roma. Che precisa: “L’intento è superare il disagio tra i residenti, che non sopportano più il continuo viavai di clienti e prostitute nei giardini condominiali e nei portoni delle case”.

QUARTIERE A LUCI ROSSE. L’unica differenza con Amsterdam è che mancano le vetrine. Anche qui cammini, le guardi e le scegli. Italiane o straniere. Giovani o mature. Uomini, donne o trans. Tutti con la loro fetta di mercato e il loro prezzo. Si possono trovare al tramonto, a mezzanotte, ma anche quando suonano le campanelle delle scuole. Il sesso a pagamento si consuma nei parcheggi, dietro le siepi, sotto i balconi, all’ombra della Basilica dei santi Pietro e Paolo.

“Lungo questa strada si vede di tutto”, racconta a ‘Voci di Roma’ una signora che ha chiesto di rimanere anonima. “La fermata della metro è vicina e molti turisti passano di qua. Tempo fa una comitiva di tedeschi stava tornando in albergo, quando ha assistito a un rapporto orale alla luce del sole”. Percorrendo viale Tupini non si fa fatica a crederlo. A piazza Ghandi, proprio dietro la statua del Mahatma, il prato è coperto di preservativi.

Lo stesso spettacolo accoglie i fedeli davanti alla Basilica. Tra le file di alberi e i muretti delle scalinate di fronte alla facciata, tutto quello che rimane dopo una notte di sesso all’aperto. “È diventata una cosa insopportabile. Le ragazze sono sempre più svestite e arrivano sempre più dentro le case”, denuncia un corridore. “Allenandomi – continua – passo per questa zona ogni giorno. Ormai ci troviamo in una situazione invivibile”. Il degrado non fa sconti a nessuno, nemmeno ai più piccoli. Sul sagrato, il signor Giovanni si lamenta: “Quando accompagno a scuola i miei nipotini, spesso ci troviamo di fronte a spettacoli poco edificanti che non sono degni del quartiere in cui abitiamo. Ogni cento metri ce n’è una”.

LA VOCE DELLA STRADA. Il quadrilatero del piacere a pagamento ha una sua geografia precisa. I trans battono sotto il Fungo, il serbatoio idrico dell’Eur che ospita in vetta un rinomato ristorante. Le nigeriane occupano tratti della Laurentina. Le ragazze dell’Est popolano la zona centrale, quella che da Viale Europa si estende fino al laghetto. Le lucciole più esperteinvece si trovano in via dei Primati Sportivi.

Melissa è una di loro. Sistema il trucco, indossa i tacchi: tra poco comincia il turno. Ci fa cenno di venire, ora possiamo parlare. “Volevate sapere cosa penso delle “zone rosse”? Se un’area è più protetta è meglio, sì, ma è anche brutto, perché mi sembra di essere sempre sorvegliata”. Poi aggiunge: “Comunque una zona per noi tutte è una buona cosa, ma per me è uguale. Basta che mi fanno lavorare”.

Il business del sesso è regolato dalle leggi della domanda e dell’offerta. Quello che conta, alla fine, è il profitto personale. Non basta essere giovani e belle come Melissa, bisogna saper attrarre i clienti. “È necessario valutare i gusti di chi paga le ragazze. Di solito, queste persone evitano i luoghi controllati, perché non vogliono farsi notare” commenta Maria Pia Covre, fondatrice del Comitato per i diritti civili delle prostitute, riferendosi alla proposta di Santoro. “Io sono a favore dello zoning, così come avviene già in altre città europee. Anche se, probabilmente, andrà affrontata la questione dei protettori, che non accetteranno il controllo delle forze dell’ordine sui loro affari”.

LA VOCE DEL QUARTIERE. Tra le strade dell’Eur domina la disillusione. L’iniziativa delle aree di tolleranza è accolta con riserva. “Sicuramente queste zone non devono essere situate all’interno della città, ma nell’estrema periferia”, fa notare Giovanni. Aggiunge un altro residente: “Santoro ha lanciato quest’idea, ma non ha precisato dove saranno collocate le zone. È un vecchio modo di fare politica”. Il timore, comune a tutti, è ritrovarsene una sotto casa.

Il presidente del IX Municipio ha già precisato che questi spazi saranno individuati all’interno del complesso urbano: “È proprio nei luoghi isolati che si verifica la maggior parte delle aggressioni nei confronti delle prostitute”. E conclude: “Voglio intavolare un confronto con i cittadini per venire incontro alle loro esigenze e trovare una soluzione condivisa”.

Il sindaco Ignazio Marino è stato il primo a parlare di zoning nella Capitale, quattro mesi fa. Adesso ci prova Santoro. Per ora il progetto rimane sulla carta. E le prostitute sul solito marciapiede.

Pubblicato su La Stampa (Voci di Roma.it):  http://www.vocidiroma.it/articolo/lstp/43171/

Barikamà, sfruttati a Rosarno ora fanno yogurt African style a Martignano

barikamàDallo sfruttamento nei campi di Rosarno alla produzione di yogurt biologico. E’ il lungo viaggio di un gruppo di immigrati africani che, giunti a Roma, hanno investito in un progetto di micro-reddito tanta energia e voglia di libertà. Quella coltivata durante la fuga dall’Africa, i chilometri in mare e lo sfruttamento nelle campagne calabresi. E conquistata con la nascita di Barikamà: una cooperativa agricola che fa yogurt naturale nel Casale di Martignano (Rm) e lo consegna in bicicletta nelle case e nei mercatini della Capitale.

“Il mio viaggio per arrivare in Italia è durato 4 anni”, racconta Suleman che, fuggito dal Mali e sbarcato a Siracusa, si è subito diretto a Rosarno. “Ci sono andato perché non avevo il permesso di soggiorno e mi avevano detto che lì c’era possibilità di lavorare a nero”.

Orari sfiancanti, paga misera, fame e violenze: l’esperienza di bracciante schiavizzato è finita con la rivolta del 2010, quando gli immigrati africani si sono riversati in strada per denunciare aggressioni e maltrattamenti. “Sono fuggito a Roma per cercare lavoro e ottenere il permesso di soggiorno”.

All’inizio non conoscevano nessuno, non avevano una casa. Crisi economica e difficoltà burocratiche chiudono ogni porta. “La scelta era tornare al sud, nelle campagne. Oppure rimanere qui e insistere”. Aiutati da alcuni ragazzi dei centri sociali, come l’ex Snia, e dai gruppi di acquisto solidale hanno avviato il loro progetto: “Siamo partiti con 15 litri di latte a settimana”. Ora sono arrivati a più di 150. Barikamà nasce così: dalla tenacia di un gruppo di persone. “In lingua bambara significa resistenza”, spiega Cheikh, che viene dal Senegal: “L’obiettivo del progetto è garantire un reddito base a tutti i suoi membri. E magari in futuro espanderci, per aiutare altri immigrati in cerca di occupazione”.

“Speriamo di comprare presto delle mucche per diventare più autonomi”, continua Suleman, mentre versa nei barattoli di vetro latte pastorizzato e fermenti lattici. “Seguiamo metodi tradizionali e non usiamo addensanti, coloranti, dolcificanti o conservanti”. Un prodotto bio che è anche rispettoso dell’ambiente. Consegnato in bicicletta e venduto in barattoli di vetro con il sistema del vuoto a rendere, lo yogurt Barikamà fa un utilizzo razionale delle risorse: il contenitore, dopo essere stato pulito, viene restituito alla cooperativa.

Iniziativa imprenditoriale, integrazione sociale, eco-sostenibilità. E la forza di resistere a una violenza subita, alla lontananza da casa, alla povertà: “L’Italia non è un Paese facile per un immigrato – commenta Cheikh – Ma se si dice così e non si fa nulla, rimarrà sempre tutto uguale, no?”.

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