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Crisi: ‘export manager’, immigrati per stabilire contatti con mercati lontani

export_managerRisorse straniere per promuovere il Made in Italy: sempre più aziende vanno in cerca di ‘export manager’ in grado di stabilire contatti con i mercati in ogni parte del mondo. Imane, di origine marocchina, lavora per un’azienda italiana: molti accordi commerciali stipulati con clienti mediorientali passano per le sue mani. Liliana, invece, è nata in Venezuela: da diversi anni risiede in Italia e lavora come export manager e business developer per il mercato latinoamericano. Poi c’è Lin, cinese: impiegata per alcuni anni in un’impresa italiana, ha trattato con i fornitori asiatici per ottenere le merci migliori al prezzo più basso. In un contesto di grave crisi economica, molte imprese italiane iniziano a scoprire sul territorio nazionale nuove strade per ripartire.

E per farlo cominciano ad affidarsi ai tanti professionisti di origine straniera, immigrati e seconde generazioni, che contribuiscono all’internazionalizzazione delle nostre aziende, ne gestiscono i rapporti con clienti e concorrenti esteri e ne curano la presenza su mercati lontani. “Dopo essere arrivata in Italia, ho iniziato a lavorare e mi sono iscritta all’Università. La mattina seguivo i corsi e il pomeriggio ero in azienda”, racconta Yie Yie Lin all’Adnkronos. “Prima ho insegnato cinese – continua – e mi sono occupata prevalentemente di traduzioni per studi legali”.

“Poi sono stata assunta da una società che operava nel settore edile. Quest’impresa ordinava i materiali da costruzione dalla Cina. E aveva bisogno di una persona che parlasse cinese e che potesse cercare i fornitori migliori e stipulare contratti”, aggiunge Lin, che è stata selezionata non solo per le sue competenze linguistiche, ma anche per le sue conoscenze del territorio. “Sapevo dove comprare la merce e come funzionava il mercato. Gestivo tutta la trattativa: il mio datore di lavoro mi dava delle indicazioni, ad esempio sul prezzo massimo di acquisto della merce, ma ero poi io a trattare e a chiudere l’accordo”.

Portatori di biculturalità ancora poco valorizzati. Una storia simile è quella di Liliana Dioguardi: nata in Venezuela, ha lavorato per il ministero dei Trasporti a Caracas mentre studiava Ingegneria. Con una borsa di studio dell’Iri è arrivata in Italia e subito dopo è stata assunta da una società del gruppo, che si occupava di grandi opere. Il suo incarico era promuovere i prodotti dell’azienda in Venezuela e America latina. Da lì il passo in Finmeccanica è stato breve: “Sono stata assunta per il mio curriculum – dice Liliana – per la lingua e per le mie conoscenze. Avendo lavorato al ministero venezuelano e considerati i miei rapporti istituzionali, avevo i contatti con i responsabili di diverse imprese in America latina”.

Portatori di biculturalità, gli immigrati e i loro figli di seconda generazione altamente specializzati sono ancora poco valorizzati dalle imprese italiane. Il responsabile ufficio studi ‘Italia lavoro’ Maurizio Sorcioni spiega: “il numero di disoccupati stranieri regolari è molto elevato. A causa della crisi, molti di loro hanno perso il lavoro. E, temendo di essere espulsi, si sono adattati a svolgere professioni sottoqualificate”.

“Alcune aziende italiane hanno iniziato solo ora a comprendere la risorsa costituita da queste persone”, sottolinea Rudra Chakraborty, tra i responsabili di una società che tra l’altro si occupa di far conoscere alle imprese italiane i talenti rappresentati da immigrati e seconde generazioni che vivono nel nostro Paese. “La popolazione di origine straniera in Italia può svolgere un ruolo fondamentale nel processo di internazionalizzazione delle piccole e medie imprese della Penisola”. All’estero, “la figura dell’export manager è già da tempo apprezzata e ben retribuita”, sostiene Ke Huimin, responsabile del commercio con l’Europa per una società di Singapore. Di origine cinese e laureata a La Sapienza di Roma, Huimin è volata in Asia subito dopo gli studi perchè, dice, “in Italia non c’è lavoro e questa professione è poco valorizzata: la scarsa internazionalizzazione delle piccole e medie imprese italiane dipende anche dal debole supporto dello Stato”.

Imane, 26 anni, rappresenta un’azienda italiana in Marocco. Imane Jalmous, 26enne, laureata in Relazioni Internazionali, fluente in arabo, francese, inglese, italiano e spagnolo, arrivò in Italia all’età di 5 anni. “Dopo gli studi universitari – racconta – ho lavorato un anno nella ricerca e poi sono stata assunta da una società che opera nel settore delle telecomunicazioni. Mi sono occupata di pubbliche relazioni, prima di passare alla direzione marketing. Ho rappresentato l’azienda all’estero, soprattutto in Marocco, dove mandavo avanti le trattative con tutte quelle imprese locali che volevano stipulare accordi con noi”.

Imane è stata scelta perché cittadina marocchina, per la sua preparazione, per le sue conoscenze linguistiche. E, soprattuto, per la sua ”doppia visione. Ho studiato e vivo in Italia, ma ogni estate vado in Marocco. I miei genitori mi hanno insegnato l’arabo e mi hanno dato un’impronta culturale e un’educazione che mi hanno tenuta legata alla terra d’origine”. La giovane manager sostiene che le aziende italiane sbagliano quando si limitano ad assumere persone all’estero per curare le loro relazioni internazionali. “Una persona che si è formata e vive in Marocco può essere un ottimo consulente e interprete per quell’impresa italiana che vuole espandersi nel suo Paese – precisa – ma non può svolgere un incarico manageriale in completa autonomia, perchè non conosce nel profondo la cultura dell’Italia, la mentalità, i suoi costumi e il suo tessuto industriale”.

Proprio questa biculturalità è stata il vantaggio competitivo di Imane. Sentirsi, allo stesso tempo, figlia di due nazioni e di due società diverse e lontane, “fungendo da ponte di collegamento per favorire la loro vicinanza e integrazione economica”.

Pubblicato per Adnkronos il 17 maggio 2014