Le cause della crisi in Grecia

La Grecia ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità molto prima di adottare la moneta unica nel 2001. La spesa pubblica, l’evasione fiscale, il gigantesco apparato statale e le carenze del settore privato spiegano solo in parte le difficoltà del paese. Due debolezze strutturali sono alla base della sua economia e, quindi, della crisi ellenica.

Lo squilibrio fiscale.  Ha caratterizzato la Grecia negli ultimi tre decenni. I governi di Atene hanno registrato continui deficit di bilancio, con il conseguente aumento del livello di indebitamento pubblico. Fino agli anni ottanta, quando il denaro preso a prestito era impiegato prevalentemente per gli investimenti, il debito pubblico costituiva il 25 per cento del Pil. Nel periodo successivo, i prestiti sono stati anche usati per stimolare i consumi interni e favorire un innalzamento del tenore di vita nel paese: così il debito pubblico è cresciuto, salendo all’80 per cento del Pil alla fine degli anni ottanta e arrivando al 110 per cento tra il 1994 e il 1999.

Con l’ingresso nell’eurozona, la Grecia ha beneficiato di un abbassamento dei tassi di interesse sul debito e di un più facile accesso al credito: prima della crisi, infatti, gli investitori pensavano che nessun governo dell’area euro potesse dichiarare default. Allo stesso tempo, la moneta unica, supportata dalla politica della Banca centrale europea, ha contribuito a ridurre l’inflazione in un paese in cui l’indicatore era sempre stato alto. I primi effetti di questi due fattori sono stati un aumento degli investimenti privati, dei consumi e della spesa pubblica. I governi di Atene hanno registrato un deficit pubblico medio tra il 1999 e il 2008 pari al 6 per cento del Pil. Nel 2008, il debito pubblico greco rispetto al Pil è stato del 110 per cento, il più alto nell’eurozona. Inoltre, la crescita dei consumi interni, dovuta a bassi tassi di interesse e alla maggiore liquidità in circolazione, hanno innescato un aumento del prezzo di beni e servizi, rendendo le esportazioni greche meno competitive.

Il deficit pubblico è la differenza tra quanto incassa e quanto spende uno stato in un anno. Il debito pubblico è la somma dei deficit pubblici accumulati nel corso degli anni.

Il rischio del default greco non è stato più trascurabile. Gli investitori hanno pretesto un maggior rendimento per acquistare bond ellenici; altri, meno coraggiosi, hanno cominciato a vendere quelli in loro possesso.

Lo squilibrio commerciale. La Grecia ha avuto uno dei più alti deficit nella bilancia dei pagamenti tra i paesi dell’area euro. L’aumento dell’inflazione e degli stipendi è stato superiore agli aumenti medi registrati nel resto dell’eurozona: così le esportazioni greche sono diventate più costose e meno appetibili sul mercato rispetto a quelle straniere. Una perdita di competitività che Atene ha sofferto insieme a Portogallo, Spagna, Irlanda e Italia, e che si è contrapposta al successo commerciale di paesi economicamente più sani, come la Germania, capaci di registrare un surplus sistematico nella bilancia dei pagamenti.

La bilancia dei pagamenti di uno stato è la differenza di valore tra le importazioni e le esportazioni di beni, servizi, flussi di capitale e trasferimenti unilaterali.

Questo divario ha contribuito all’impoverimento dei paesi della periferia europea. Nell’ottobre del 2013, il Tesoro statunitense aveva dichiarato che il surplus strutturale tedesco era alla base delle difficoltà dell’economia dell’eurozona. E spiegava le accuse così: “se un paese ha un surplus, un altro ha un deficit, perché l’eccesso di esportazioni e risparmi del primo deve essere assorbito dal secondo, in termini di investimenti, consumi o importazioni”. Se il paese con il surplus non fa niente per diminuirlo – ad esempio, attraverso investimenti domestici o alimentando i consumi interni – il paese in deficit ha un solo modo per ridurre le sue passività: tagliare investimenti e consumi.

Una cosa simile sembra essere accaduta nell’eurozona, dove la Germania risparmia il suo surplus e i paesi del Mediterraneo riducono il loro deficit, tagliando investimenti, consumi e importazioni. Ovviamente il paese creditore può sempre decidere di investire i propri risparmi finanziando i debiti di quelli in difficoltà. La Germania, in linea di principio, è pronta a farlo; ma non prima che la Grecia stringa ulteriormente la cintura.

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