L’esodo dei rohingya

Viaggiano stipati su barconi di legno, in fuga dalle persecuzioni che subiscono in Birmania. I rohingya, minoranza etnica di fede musulmana originaria dello stato di Rakhine, nell’ovest della Birmania, sono discriminati da un paese a maggioranza buddista che non li riconosce come suoi cittadini. Nel 2012, durante gli scontri con la popolazione buddista ci sono stati 280 morti e 140mila persone, soprattutto rohingya, sono state costrette a lasciare le loro case e a vivere in campi profughi.

Il governo birmano non riconosce la cittadinanza ai rohingya, privandoli dei loro diritti fondamentali. Non possono muoversi liberamente nel paese, non possono avere più di due figli né godere del diritto alla proprietà privata. Vivono in campi sovraffollati fuori la città di Sittwe, capoluogo del Rakhine, privati dell’accesso alle cure mediche e all’istruzione. Senza documenti o prospettive di lavoro, sopravvivono nell’indigenza. Condizioni che hanno innescato il loro esodo di massa.

Come i migranti bangladesi, i rohingya si affidano a organizzazioni criminali per raggiungere la Malesia, dove spesso diventano ostaggi dei trafficanti. Una settimana fa le autorità tailandesi hanno scoperto alcune fosse comuni nella giungla di Padang Besar, nella provincia meridionale di Songkhla, al confine con la Malesia. Si sospetta che i corpi siano di migranti rohingya.

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Si calcola che negli ultimi giorni migliaia di rifugiati abbiano tentato il viaggio in mare. La rotta seguita parte dal Bangladesh e dalla Birmania, passa attraverso il golfo del Bengala e prosegue in Thailandia e Malesia. Una traversata che dura diverse settimane, durante le quali molti rifugiati si ammalano di beriberi a causa della mancanza di cibo. “Il beriberi ti trasforma in uno scheletro che cammina”, ha spiegato alla Bbc il portavoce dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) Joe Lowry.

Solo tra domenica 10 e lunedì 11 maggio più di duemila persone sono arrivate in Indonesia e Malesia, soccorse da alcuni pescherecci e dalle autorità locali. Sempre lunedì un’imbarcazione con centinaia di migranti a bordo è stata respinta dalla marina indonesiana, dopo essere stata rifornita di beni di prima necessità. Sembra che siano ancora seimila i richiedenti asilo bloccati al largo delle coste malesi, abbandonati dai trafficanti che temono le operazioni di polizia. L’Oim parla invece di almeno ottomila. Il governo di Kuala Lumpur ha fatto sapere mercoledì 13 maggio che non accetterà più nuovi arrivi di persone di etnia rohingya nel paese.

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, gli Stati Uniti e alcuni governi della regione hanno organizzato degli incontri per discutere dell’emergenza: ma finora non ci sono piani precisi su come affrontare la crisi nello stretto di Malacca. Secondo le stime dell’Onu, tra gennaio e marzo di quest’anno circa 25mila rohingya e bangladesi hanno usato i barconi dei trafficanti per cercare di arrivare in Malesia e in Australia.

Fonte Internazionale

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