Ucraina, cessate il fuoco per sabato: la guerra continua

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Il cessate il fuoco comincia sabato, a mezzanotte. C’è il tempo, quindi, per tentare l’ultimo assalto. Sembra questo lo spirito della tregua di Minsk. Una pace fragile, spazzata via da carri armati e batterie lanciamissili: i combattenti approfittano di queste ore per guadagnare nuove posizioni. “Mi auguro che lo facciano con moderazione”, ha commentato il leader del Cremlino Vladimir Putin. Ma i colpi di artiglieria esplosi venerdì mattina a Donetsk e Luhansk, città controllate dai ribelli nell’Est ucraino, tradiscono ogni speranza.

“Dovremo continuare a essere vigili”, ha sottolineato il presidente francese François Hollande allargando le braccia. Una metafora dell’accordo raggiunto nel Palazzo Indipendenza, dopo i negoziati a quattro con Putin, il cancelliere Angela Merkel e il capo di Stato ucraino Petro Poroschenko. Un patto che sa di dichiarazione d’intenti, per quanto è ambiguo. Che ricalca il memorandum firmato nella Capitale bielorussa il settembre scorso, incenerito pochi giorni dopo nella battaglia per l’aeroporto di Donetsk.

Il cessate il fuoco è solo il primo punto dell’intesa. Che impone alle parti anche il ritiro delle armi pesanti, lo scambio dei prigionieri, l’amnistiacompleta per i ribelli, l’abbandono delle forze straniere del suolo ucraino. Il tutto da accompagnare a riforme costituzionalielezioni locali nei territori di Donetsk e Luhansk ed eliminazione delle restrizioni economiche per le regioni in rivolta. Tanti impegni, ma poca voglia di realizzarli. Perché la difficoltà è notevole e le complicazioni dettate da questioni interne non mancano. Ma andiamo con ordine.

Punto primo: la zona cuscinetto. Le armi pesanti dovranno essere portate lontano dalla linea del fronte. Esattamente tra i 25 e i 70 km, a seconda di calibro e gittata. Tempo due settimane, a partire da lunedì. Si ritaglia così un’area che separa i due schieramenti, che permetterebbe ai ribelli di mantenere il controllo su Donetsk. Questo perché il confine sarà diverso per le due armate: per Kiev corrisponde a quello odierno; per i filo-russi, coincide con quello del 19 settembre 2014.

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Punto secondo: le truppe straniere. Poroschenko pretende che soldati e mercenari di altre nazionalità abbandonino subito il Paese. Richiesta compresa da Putin, che però Mosca dice di non poter soddisfare. In fondo, come può comandare formazioni armate che non controlla? “Sono volontari”, fa sapere il Cremlino. Almeno l’Ocse monitora. Peccato che un anno fa non sia servito.

E poi ancora, il controllo dei confini. L’accordo recita: Kiev torna in possesso delle frontiere orientali. Ma a caro prezzo: una riforma costituzionale che riconosca alle regioni ribelli autonomia e tanti poteri. Come formare una propria forza di polizia, nominare dei propri giudici e commerciare liberamente con la Russia. Tutti contenti dunque. Non proprio, perché bisogna vedere se il Parlamento ucraino approverà questa devolution. In caso positivo, Kiev controllerà le sue frontiere e i russofoni a est otterranno l’autonomia per cui hanno combattuto. In caso negativo, la situazione rimane quella di oggi. Con la benedizione di Mosca.

Infine, ultima questione controversa: quella economica. Nell’intesa non c’è alcuna menzione alle autoproclamate repubbliche di Donetsk e Luhansk. La Russia non parla più di uno stato federale ucraino, ma spinge le regioni ribelli a rimanere legate a Kiev. E il governo di Poroschenko è obbligato a pagare pensioni e stipendi agli abitanti delle zone orientali del Paese, riaprendo i canali bancari. In questo modo, il carico finanziario sulle spalle della Bank Rossij si allegerisce. E Mosca si dota di una leva di potere utile per influenzare la politica ucraina.

L’esito dell’accordo è una pace incerta, sicuramente precaria. C’è chi guadagna di più dall’intesa, chi di meno. E l’esperienza del trattato di Misnk dello scorso anno insegna a essere prudenti. A Debaltsevo, località strategica nel Donbass, le truppe ucraine sono ancora circondate dalle armate separatiste. Nessuno intende cedere. Forse non sanno che in Bielorussia è stato firmato un trattato di pace. O forse lo sanno e per questo combattono.

Articolo pubblicato su ReporterNuovo

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