Libia, storia di un Paese al collasso

copertina-1024x682

Nuovo attacco jihadista in Libia. Rapito un operaio francese da Ansar al Sharia, formazione estremista legata allo Stato Islamico. I miliziani armati avrebbero attaccato un giacimento minerario gestito dal gruppo Total, colosso internazionale del petrolio.

Nell’agguato, avvenuto nella regione di Al Jafra, a sud della città di Sirte, sarebbero morti altri lavoratori della multinazionale. Fonti militari e di sicurezza non precisano il numero né la nazionalità delle vittime. È l’ennesimo sequestro realizzato in territorio libico: dal crollo del regime di Mu’ammar Gheddafi nel 2011, il Paese è attraversato da una sanguinosa guerra civile. Gli ultimi scontri hanno interessato le località di Derna, SirteBengasi: sono 16 i soldati rimasti uccisi; non ancora chiara, invece, l’entità delle perdite riportate da Ansar al Sharia.

mappa-economist-1024x662Infografica tratta da The Economist

Sono passati più di tre anni dalla deposizione del Colonnello, ucciso dai ribelli anti-governativi. Nonostante gli sforzi per creare un nuovo esecutivo e favorire la transizione democratica, lo Stato africano è lo spettro di sé stesso. La Libia è divisa tra il “governo” di Tobruk-Beida, allineato con l’esercito, e il “regime” di Tripoli, sotto il dominio degli islamisti.  Diverse città sono state messe a ferro e fuoco. Bengasi è un campo di battaglia, la regione della Cirenaica una polveriera. Piovono razzi, non c’è cibo, manca l’acqua. Non si riesce più nemmeno a sperare in un ritorno all’elettricità.

Due Stati nello Stato. Con due governi, due eserciti e due governatori della Banca centrale nazionale. Tanto rapida era stata la fondazione del Consiglio nazionale di transizione (Cnt) – l’organo composto dai ribelli che ha subito rivendicato la rappresentanza del Paese dopo la morte di Gheddafi –  quanto veloce fu la sua implosione, dovuta a lotte intestine. Il nuovo Congresso nazionale, eletto nel 2012, aveva garantito una maggiore rappresentanza alle forze laiche. Gli islamisti si ritrovarono ai margini della vita politica e decisero presto di uscirne del tutto.

Il governo diretto da Abdurrahim al-Keib non riuscì a tenere sotto controllo le milizie. Armate fino ai denti dopo l’insurrezione del 2011 e finanziate generosamente dall’estero, le forze integraliste si riorganizzarono subito e approfittarono dei vuoti di potere esistenti in diverse regioni del Paese. Giustificarono le proprie azioni dichiarando il Parlamento illegittimo: dominato dai sostenitori del vecchio regime, ai loro occhi non poteva che essere incostituzionale. Dalle aule del Congresso al fronte di guerra il passo fu davvero breve.

Nella primavera del 2014, il generale Khalifa Haftar cercò di destituire il Parlamento, imponendosi come il nuovo capo delle Forze armate libiche. L’operazione fu chiamata chiamata “Dignità”. Obiettivo: ingrossare le file dell’esercito e distruggere il nemico. Durante l’estate, l’ultima parvenza di democrazia nel Paese venne meno: alle elezioni di giugno la partecipazione fu del 18%, il 60% in meno di quella registrata alle consultazioni di due anni prima. Poco dopo, il colpo di grazia alle istituzioni pubbliche: islamisti di Misurata e milizie berbere formarono un’alleanza, l’Alba libica, e attaccarono Tripoli. La città cadde dopo sei settimane di assedio.

infografica-economist-1024x709Infografica tratta da The Economist

Oggi i due centri di potere si sono organizzati, con strutture militari, politiche e amministrative. Sfruttano il web e gli altri mezzi di comunicazione per fare propaganda e arruolare nuove reclute. Come riporta l’Economist, da un lato i ministri del governo laico promettono di liberare presto Tripoli da quelli che definiscono “terroristi”. Dall’altro, il responsabile per gli affari religiosi dell’esecutivo islamista, Mubarak Salah, considera importante il sostegno dello Stato islamico ai jihadisti di Derna. Ognuno cerca di coagulare consenso attorno alla propria causa.

Richieste di aiuto all’estero. La Libia chiama ma non tutti rispondono all’appello. Alcuni se ne lavano le mani: è il caso delle potenze occidentali, che dopo i pantani iracheni e afgani ci pensano due volte prima di imbarcarsi in un nuovo conflitto. Altri intervengono, ma non è sempre un bene: gli Stati del Golfo finanziano i due schieramenti, con il rischio di una guerra per procura e una successiva escalation di dimensioni regionali. Mentre il Qatar garantisce appoggio alle forze islamiste, gli Emirati arabi uniti sostengono l’esercito libico. Le due monarchie, impegnate a loro volta in una rivalità a quattro con Iran e Arabia Saudita, non si sono limitate a iniezioni di capitale e apporto logistico: i loro attacchi aerei sono stati il segnale del passaggio all’azione militare.

Interessi in gioco. Nonostante tutto, il greggio libico zampilla. Ma sempre più spesso prende fuoco. Gli attacchi di gruppi armati, jihadisti e bande criminali sono frequenti. Gli impianti di trivellazione vengono distrutti, i tubi divelti e il petrolio dato alle fiamme. La produzione del combustibile è scesa, divenendo sempre più volatile: un giorno tocca quota 800mila barili, quello dopo precipita a 100mila. Per un Paese che campa solo su quello (il 97% delle entrate viene dalla vendita dell’oro nero) è la catastrofe.

petrolio-libiaLe multinazionali del settore, come l’italiana Eni e la francese Total, lavorano di meno nel Paese, prelevando soprattutto nei giacimenti offshore. Altre hanno sospeso completamente le loro attività sul territorio: guadagni incerti e alto rischio hanno spinto la Shell e la Bp a rivedere i propri investimenti. Ormai dei terminal petroliferi libici sono rimaste solo macerie e alte colonne di fumo, che si levano dai porti del Mediterraneo. La metafora di uno Stato nato ricco e miseramente morto.

Pubblicato per ReporterNuovo 

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s