La Barbuta. Fine di un campo rom?

Campo rom La BarbutaI cani ringhiano. Nell’aria, l’odore acre di pneumatici bruciati. L’ingresso al campo rom La Barbuta è incustodito. C’è un unico modo per trovare Riba, bussare a ogni porta. Dicono che sia lui il capo. Un aereo attraversa il cielo, sopra il Grande Raccordo. Sta atterrando a Ciampino. È proprio qui sotto che Leroy Merlin progetta la costruzione di un grande megastore, sulla terra occupata dai rom. In cambio, ne realizzerebbe uno nuovo, di campo, adiacente al futuro negozio. Diverso, con case in muratura, servizi igienici, un centro di lavorazione degli scarti solidi e un istituto professionale. Ci lavora ormai da più di un anno. Aspetta risposte, che dal Comune non arrivano. L’attesa scalda gli animi, alcuni si oppongono al piano. Nel campo c’è chi perde la testa.

“Se Carlo ancora parla della Barbuta, io lo mando in coma”. Con queste parole, l’estate scorsa,Sartana Halilovic, uno dei portavoce della comunità di La Barbuta, ha messo una pietra tombale sul dialogo con l’Associazione 21 luglio. Il suo presidente, Carlo Stasolla, da tempo si batte contro la ghettizzazione delle minoranze rom. In quest’ottica si è sempre opposto al piano di Leroy Merlin. E denuncia il rischio di sanzioni da parte di Bruxelles: “È l’Europa che ci chiede di chiudere i campi. L’Italia rischia una procedura d’infrazione per via delle politiche abitative segregative nei confronti dei nomadi”. In pratica per la 21 luglio i campi sarebbero un mezzo di discriminazione, contrario a una vera politica di inclusione.

Riba apre la porta del container di lamiera. Un bambino gli si avvinghia alle gambe. Poche foto alle pareti. Si siede al tavolo, è pronto per l’intervista. “Stasolla non si deve impicciare dei campi o dei rom. Non è il nostro rappresentante, non ci rappresenta”. È categorico. Difende il cugino Sartana e il progetto di Leroy Merlin: “Costruirebbero 100 casette in muratura, più adatte per le condizioni di vita delle persone. Il campo verrà più attrezzato. Non sarà pagato con i soldi dei contribuenti. Non penso che sia una cosa brutta”.

Ha appena smesso di piovere. Cumuli di rifiuti si ammassano ai lati delle strade. Le macchine vanno avanti e indietro per l’unico accesso a La Barbuta. Un residente si ferma a parlare: “A me l’idea del nuovo campo non piace. Vorrei un appartamento, in città, come tutti quanti. Non voglio vivere isolato”. Se si guarda il campo, si capisce il perché.

Nel 1995 la giunta, guidata da Francesco Rutelli, ordina lo sgombero di cinque insediamenti, tra la via Appia e la via Tuscolana. I rom vengono trasferiti nell’area de La Barbuta. Una zona remota,lontana dal centro abitato, circondata da erba alta e casoni abbandonati. Si alternano i sindaci, Walter Veltroni, Gianni Alemanno, Ignazio Marino. Il campo rimane, insieme al disagio. Tutto sembra destinato a cambiare quando la multinazionale francese si fa avanti. “Vogliamo investire 10 milioni di euro per acquisire i diritti di superfice di quell’area, per un periodo di 99 anni” spiega il responsabile Leroy Merlin Italia Aldo Piccarreta. “In cambio ci impegniamo a realizzare un nuovo campo, nelle immediate vicinanze di quello vecchio”. Il progetto iniziale indica inoltre la Comunità di Capordarco di Roma come gestore della nuova struttura per i primi 15 anni.

Ma le cose non sono così semplici. Serve il lasciapassare da parte del Comune. Le carte passano di mano in mano. Valutazioni tecniche, giudizi politici, pareri legali: un pantano burocratico. “Abbiamo presentato il progetto nel settembre 2013 – continua Piccarreta – e abbiamo avuto un incontro con l’assessore alle Periferie Paolo Masini. Poi abbiamo parlato con l’assessore alla Trasformazione urbana Giovanni Caudo. Tutto si è fermato ad horas perché, immagino, l’assessore alle Politiche sociali Rita Cutini stia pensando non solo a La Barbuta, ma al problema generale dei rom nella città”. Le telefonate all’amministrazione capitolina sono inutili. “Non è di nostra competenza” è il mantra che circola negli uffici. Finalmente un competente si trova: “Stiamo verificando la documentazione”. Un anno dopo.

È ora di pranzo. Il vento porta l’odore della carne arrostita e il suono lontano di musiche balcaniche. “Ciao”, saluta un ragazzo del posto. È stanco di vivere a La Barbuta. “Vorrei avere una casa, per me e la mia famiglia. Credi che vivere attaccati uno accanto all’altro, in pochi metri, piaccia a tutti qua dentro?”. Una macchina arriva e rallenta, evita una buca. Riparte e scompare all’interno del campo. Il ragazzo se n’è già andato. Un aereo sorvola i tetti metallici. È l’unica cosa che si sente.

Pubblicato su La Stampa (Voci di Roma.it): http://www.vocidiroma.it/articolo/lstp/43357/

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