Fondi Ue, 16 miliardi non spesi: Italia rischia di perderli

bruxelles-bandiereStrade, ferrovie, centri di ricerca e ristoranti. Ospedali, scuole, complessi commerciali e poli per le biotecnologie. Sono alcuni dei progetti che i Paesi dell’Unione hanno realizzato con i fondi strutturali europei. Risorse che Bruxelles mette a disposizione degli Stati membri, per promuovere lo sviluppo territoriale. Un ricco salvadanaio, dal quale alcuni Stati del continente non attingono. E l’Italia è uno di questi.

Tra i fondi di coesione e di sviluppo regionale, Bruxelles ha predisposto nel periodo 2007-2013 circa 278 miliardi di euro. Una somma notevole, un terzo dell’intero budget dell’Unione europea. Al nostro Paese ne sono toccati circa 30 miliardi. In questi sette anni, il governo di Roma e gli enti regionali della Penisola sono riusciti a spenderne poco più della metà: una somma pari a 17,3 miliardi di euro. Il resto del “tesoretto”, pari a poco più di 16 miliardi, rimane inutilizzato: e molto presto andrà perduto, se non verrà investito entro il dicembre del 2015. In altre parole, negli ultimi anni, tecnici e autorità politiche si sono affannati a ridurre l’indebitamento pubblico e a favorire la ripresa economica nazionale, con tagli e politiche di austerità: ma non si sono impegnati a investire le risorse finanziarie europee di cui disponevano. Miliardi di euro che torneranno presto al mittente, solo perché non siamo stati capaci di spenderli.

rallentamenti amministrativi, dovuti alle procedure complesse e ai tempi lunghi per il reperimento dei fondi, spiegano solo parte del problema. Non sono mancati, infatti, i casi di frode. Nel giugno del 2013, a Palermo, l’operazione “Mala Gestio” della Guardia di Finanza ha portato all’arresto di 17 persone: manager, dirigenti pubblici ed assessori regionali si erano appropriati di 15 milioni di fondi europei destinati a finanziare l’apprendistato di 1.500 giovani disoccupati. Ma le ragioni dello spreco non finiscono qui. Il prof. Luciano Monti, docente di politica economica europea all’Università Luiss di Roma, ha commentato:

“C’è un distacco fra l’amministratore che gestisce i contributi comunitari e gli operatori che dovrebbero utilizzarli. Gli enti regionali non tengono conto delle problematiche locali o delle aziende che operano sul territorio, che sono soprattutto ditte di 10 persone. Così redigono progetti che non sono coerenti con le esigenze e le caratteristiche del nostro Paese. Ad esempio, quando viene predisposto un programma di ricerca e sviluppo, a rispondere sono solo le imprese grandi, perché sono le uniche dotate di un proprio centro di ricerca che possa attuare effettivamente il progetto. Le aziende medie e piccole sono escluse dal processo di ripartizione delle risorse: e questo è un grave errore, poiché il tessuto imprenditoriale italiano è costituito in maggioranza da ditte piccole”.

La funzione dei fondi, infatti, è favorire la crescita e permettere alle regioni più arretrate di colmare i loro divari sociali e di competitività. In Italia ci sono circa 4 milioni di imprese: quelle micro costituiscono il 94,8%del totale e potrebbero guidare la ripresa economica italiana se fossero messe in condizioni di farlo. I fondi dovrebbero essere impiegati in pochi grandi progetti, che coinvolgano il maggior numero di aziende di piccole dimensioni. Invece le Regioni li attribuiscono agli enti “in house”, società che si occupano dell’erogazione di servizi pubblici. Queste disperdono le risorse comunitarie in tanti piani e interventi limitati, che esauriscono i loro benefici economici e sociali nel breve periodo. In altre parole, il nostro Paese non solo non riesce a investire i contributi provenienti da Bruxelles. Quando ci riesce, lo fa anche piuttosto male. Come ci spiega il prof. Luciano Monti:

“Regioni e governo polverizzano i fondi, perché li usano per finanziare un elevato numero di progetti. Che sono poi difficili da coordinare e controllare. Certo, potremmo anche riuscire a gestirli tutti, se avessimo un’amministrazione centrale e locale efficiente: ma non è questo il caso”.

L’Italia ha frazionato molto le risorse comunitarie, per realizzare più di700mila progetti nel settennio 2007-2013. Con effetti ridotti o nulli in termini di sviluppo locale. Ad esempio, il comune di Napoli ha organizzato ilconcerto di Elton John nel 2010 in occasione della festa di Piedigrotta: una spesa di 720mila euro. L’Unione Europea ha richiesto subito la restituzione del denaro, considerando il progetto “di breve durata ed effimero”. E mentre la stagionatura dei salumi, nel siciliano val dei Nebrodi, è costata 140mila euro, le autorità napoletane hanno prelevato dai fondi strutturali 639mila euro nel 2009 e 262.500 nel 2010 per organizzare l’evento “Emozioni di Pasqua”.

Altri Stati europei, invece, hanno scelto un numero ristretto di programmi da realizzare: hanno investito una fetta consistente di risorse su di essi, in modo da avere un impatto sul territorio di lungo periodo. La Germania ha creato un villaggio eco-sostenibile. La Polonia ha promosso un’iniziativa di re-inserimento professionale per i disoccupati ultra-45enni. Infine, la regione di Bruxelles capitale ha investito 30 milionidi fondi europei nella ristrutturazione di alcune aree della città e della sede del ministero dell’Ambiente.

Intanto, nel nostro Paese, tante sagrespettacoli e rassegne culturalibeneficiavano della generosità dell’Ue: in solo due edizioni, il festival del cous cous di San Vito Lo Capo, in Sicilia, ha ottenuto 1 milione di euro, mentre la festa del rock di Afragola, in Campania, ne ha sperperati 70mila. Insomma, una cascata di denaro pubblico, scialacquato per fiere ed eventi vari, come la Coppa degli assi di equitazione di Palermo: 460mila euro di conto spese.

Secondo il prof. Luciano Monti, sarebbe molto più utile investire il denaro in pochi progetti di lungo periodo, con la partecipazione di università, centri di ricerca e piccole aziende. L’impatto positivo sul territorio sarebbe notevole e le regioni più prospere. Certo, ci sarebbero meno sagre della salsiccia o festival di musica popolare. Ma aumenterebbero l’offerta di lavoro e il benessere sociale.

Pubblicato in http://www.reporternuovo.it

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