Da Kabul fino a Roma a piedi e tra le mine: viaggio dei migranti in fuga dall’Afghanistan

Dieci lunghi mesi di viaggio. Tra le montagne e i campi minati. Molto spesso senza cibo né acqua. Con la costante paura di essere arrestato dai soldati o picchiato dai nazisti greci di Alba Dorata. Dawood è arrivato a Roma 13 anni fa. Ha 28 anni e ha lasciato l’Afghanistan dopo aver completato gli studi in Biologia.

“Sono scappato, perché se fossi rimasto sarei stato costretto a combattere contro altri gruppi etnici o contro le forze talebane”. Rifugiato politico in Italia, per arrivarci Dawood ha attraversato l’Iran, poi la Turchia e infine la Grecia. Un viaggio organizzato da una rete informale di trafficanti, che pianificano gli spostamenti e le soste dei migranti in transito dietro il pagamento di somme di denaro consistenti: “È una catena che funziona come la mafia”, Dawood racconta a Voci di Roma, “sono persone di diversa nazionalità che collaborano per realizzare questo grande business”. “A ogni tappa bisogna corrispondere una cifra diversa al trafficante di turno: e se non paghi, rischi di essere sottoposto a ritorsioni e violenze”, aggiunge il ragazzo afghano.

Alla fine del 2012 erano 15 milioni e 400mila i rifugiati nel mondo. La sanguinosa guerra civile siriana ha contribuito ad alimentare il flusso di persone che fugge all’estero in cerca di asilo politico. Tuttavia, è ancora l’Afghanistan a contarne il maggior numero: 2 milioni e 600mila, in pratica uno su quattro. Un triste primato, che il Paese detiene ormai da 32 anni, dopo essere stato attraversato da invasioni e conflitti che lo hanno profondamente destabilizzato.

Uno dei periodi più duri per Dawood è stato quello della permanenza in Grecia. Molti migranti “sono stati attaccati dalle forze di polizia e dalle formazioni xenofobe di Alba Dorata”. Abusi e violenze generate, nei casi più estremi, da un sentimento di odio razzistae, in generale, dall’esasperazione nazionale dovuta alla grave crisi economica del Paese. In Grecia, i profughi e i richiedenti asilo vivono una condizione di disagio e insicurezza, anche a causa di un sistema d’accoglienza inadeguato. Come segnala un rapporto diHuman Rights Watch del 2013, i migranti sono spesso trattenuti in centri di detenzione sovraffollati per lunghi periodi di tempo, in gravi condizioni igienico-sanitarie. E quando riescono a fuggire, viaggiano tra gli assi sotto i camion o in celle frigorifere: con il rischio di cadere ed essere schiacciati dalle ruote.

La ragione fondamentale che spinge gli afghani a scappare è la mancanza di strutture adeguate per l’amministrazione della giustizia e la tutela dell’ordine pubblico, ci spiega al telefono il dott. Andrea Carati, esperto di Sicurezza e Studi Strategici. “La presenza internazionale sul territorio è aumentata negli ultimi anni e sono migliorate le condizioni di sicurezza nelle aree urbane” continua l’analista dell’Istituto di Studi di Politica Internazionale (ISPI), “però la presenza dei talebani rimane forte nelle campagne e nelle aree rurali. E poiché circa l’80% degli afghani vive ancora di agricoltura, il problema della sicurezza investe gran parte della popolazione”.

L’altra motivazione è da ricercare nella precaria situazione economica nazionale. L’Afghanistan “non ha una un sistema di produzione e di sviluppo autonomo. Il Paese dipende ancora molto dagli aiuti internazionali”, riferisce il dott. Carati. “Anche la frattura fra le diverse etnie che popolano il territorio ha contribuito a creare un clima di tensione e ostilità: tuttavia, negli ultimi dieci anni, si è cercato di stemperare questi conflitti con la presenza internazionale, rispettando il criterio delle quote etniche nell’arruolamento delle forze di sicurezza afghane”, aggiunge l’analista dell’ISPI.

Molti profughi e richiedenti asilo vanno in Pakistan, in Iran e negli stati centro-asiatici. In questi casi, conclude l’esperto, “il criterio principale con cui viene scelta la destinazione è quello dell’appartenenza etnica. Nella zona occidentale del Paese c’è una comunità sciita che vede nell’Iran una destinazione naturale. Mentre i pashtun che vivono nell’area meridionale e orientale dell’Afghanistan hanno forti legami con il Pakistan. A nord, infine, i tagiki e gli uzbeki si muovono tendenzialmente verso i Paesi dell’Asia centrale”.

Dawood, come molti altri migranti, ha scelto una strada diversa. Una volta arrivato a Roma, ha ottenuto lo status di rifugiato e, con altri volontari, ha fondato un’associazione per aiutare i migranti in transito: si chiama Binario 15, per ricordare il binario della stazione Ostiense dove i richiedenti asilo afghani si accampavano dopo aver raggiunto la capitale. Proprio in questa tendopoli Dawood ha incontrato Namir (nome di fantasia), un minorenne afghano scappato dal proprio Paese per motivi politici. Anche Namir si è imbarcato in Grecia, a Patrasso: a bordo di un camion trasportato dalla nave, è stato nascosto in unospazio di 50 x 70 cmviaggiando per 16 oreimmobile, senza acqua né cibo. 

La maggior parte dei migranti si ferma in Italia pochi giorni, al massimo un paio di settimane: ripartono subito, per andare in Germania, Svezia e nei Paesi dell’Europa settentrionale, dotati di un sistema di welfare migliore. Tuttavia, come Dawood, anche Namir ha deciso di rimanere in Italia. Dopo aver ottenuto asilo politico, ha iniziato a collaborare con Binario 15, si è iscritto a scuola e ora frequenta un corso professionale per parrucchiere. Con in testa un sogno: trovare un lavoro e vivere a Roma. “Perché”, ci ha detto, “sono consapevole che la mia vita dipende solo da me”.

Fonte http://www.vocidiroma.it

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