Marò, due anni in India e rischiano pena di morte. La storia

I due fucilieri italiani potranno essere condannati alla pena di morte. È la notizia riportata dalla stampa indiana, secondo cui il ministero dell’Interno di Nuova Delhi avrebbe autorizzato l’uso della legge antipirateria e antiterrorismo. Il cosiddetto Sua Act prevede infatti, tra le pene applicabili, l’esecuzione capitale, già peraltro richiesta dalla Polizia Speciale che indaga sul caso.

Tuttavia, fonti locali chiariscono che si aspetterà il verdetto della Corte Suprema sul ricorso dell’Italia prima di utilizzare la legge nella formulazione delle accuse contro i marò Salvatore Girone e Massimiliano Latorre.

La Farnesina aveva infatti chiesto ai giudici dell’Alta Corte di escludere l’impiego del Sua Act. In più, li aveva esortati a risolvere quel “conflitto di opinioni nell’amministrazione” che ritarda l’avvio del processo: mentre pare che il ministero dell’Interno indiano abbia dato il via libera alla Nia(l’agenzia investigativa nazionale) all’applicazione della legge antipirateria e antiterrorismo contro i due sottoufficiali, il ministero degli Esteri indiano ha rassicurato l’Italia che i due militari non rischiano la pena capitale.

Lo stallo impedisce di giungere all’epilogo di una vicenda che si trascina ormai da due anni: dal 15 febbraio del 2012, giorno in cui sono stati uccisi i due pescatori, non sono ancora stati presentati i capi d’imputazione.

Così, la Corte Suprema ha fissato l’udienza per il 3 febbraio prossimo. E l’Italia è già pronta a esigere il rimpatrio dei due soldati, facendo leva sul sostegno degli Stati Uniti, anche loro sensibili, come ha ribadito il ministro della Difesa Mario Mauro, “ al tema della tutela del proprio contingente militare in Paesi esteri”.

La lunga storia dei marò ha scatenato una profonda crisi internazionale fra Italia e India. Questioni diplomatiche e di politica interna si sono intrecciate, creando un contesto non favorevole alla risoluzione dell’impasse giuridica prodotta dalle diverse interpretazioni del diritto internazionale proposte dai due Stati sul caso dei due fucilieri.

Le tappe della vicenda.

L’incidente. Il 15 febbraio del 2012 Salvatore Girone e Massimiliano Latorre aprono il fuoco e secondo le accuse uccidono due pescatori tamildel peschereccio St. Anthony, scambiandoli per pirati, mentre scortano la petroliera Enrica Lexie al largo delle coste di Kerala, nella regione meridionale del subcontinente. I due militari del reggimento San Marco vengono immediatamente arrestati e il 19 febbraio scatta un’inchiesta per il reato di omicidio volontario. Tuttavia l’Italia protesta, non riconoscendo la giurisdizione indiana e reclamando il rimpatrio dei due fucilieri per sottoporli a processo nel proprio Paese d’origine.

La controversia giuridica. Il primo terreno di scontro fra Roma e Nuova Delhi ha riguardato l’attribuzione delle competenze nel valutare il caso. In base alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Montego Bay), lo stato rivierasco ha la giurisdizione sulle imbarcazioni che solcano le acque territoriali (che si estendono fino a 12 miglia nautiche dalla costa) e le acque contigue (fino a 24 miglia dalla costa). Superato questo limite, iniziano le acque internazionali: le navi che le attraversano sono sottoposte alla giurisdizione dello Stato di cui battono bandiera.

Italia e India hanno sostenuto la loro legittima competenza nel processare i due marò, offrendo ricostruzioni diverse dell’accaduto. Mentre l’amministrazione di Kerala ha riferito che gli spari erano avvenuti a 20,5 miglia dalla costa, l’equipaggio italiano ha ribadito che i colpi di arma da fuoco erano partiti in alto mare.

Per sciogliere il nodo giuridico è intervenuta la Corte Suprema indiana che, il 18 gennaio del 2013, ha emesso una sentenza per istituire un tribunale speciale a Nuova Delhi. I giudici Altamas Kabir e J. Chelameswarnon non hanno riconosciuto la giurisdizione delle autorità di Kerala, ma nemmeno le rivendicazioni del governo italiano, dato che l’incidente, secondo il loro parere, si è verificato nella zona delle acque contigue. E come l’Alta Corte ha spiegato, in quest’area la sola competenza giuridica valida è quella del governo centrale dello stato federale indiano.

Lo scontro diplomatico. La tensione fra i due Paesi è cresciuta ulteriormente nel marzo del 2013. Il governo di Nuova Delhi ha permesso a Latorre e Girone di tornare a casa in occasione delle elezioni del febbraio del 2013. Solo dopo però aver ottenuto l’impegno da Roma che i due militari sarebbero tornati in India. Tuttavia l’affidavit, vale a dire la dichiarazione giurata dell’ambasciatore italiano Mancini in cui si prometteva il rientro in India dei due fucilieri, non è stato rispettato.

Secondo il diplomatico, i due soldati godevano dell’immunità funzionale, perché agivano in qualità di organi dello Stato: la scorta militare alle navi commerciali (Enrica Lexie) è stata autorizzata dal Parlamento e faceva parte di una missione dell’Onu contro la pirateria. Inoltre, dal momento che i due militari sono stati accusati di omicidio, punibile in India con la morte, estradarli avrebbe significato violare i principi della Costituzione italiana, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e il Protocollo aggiuntivo contro la pena capitale. Per questi motivi, ha spiegato la Farnesina, è stato lecito trattenere i due fucilieri in Italia.

Nuova Delhi ha reagito imponendo delle restrizioni alle libertàdell’ambasciatore Mancini. Secondo la Corte Suprema infatti, il diplomatico è stato coinvolto di persona nella vicenda, per aver firmato la dichiarazione giurata presentata a titolo di garanzia del ritorno dei due militari. I giudici indiani hanno fatto riferimento a una clausola della Convenzione di Vienna, secondo cui non godono di immunità gli agenti coinvolti direttamente nella questione esaminata.

Il caso si è chiuso con il rientro di Latorre e Girone in India. Tuttavia, il disappunto della magistratura e dell’opinione pubblica nel Paese del subcontinente non si è cancellato: la stampa indiana, che rifletteva questo stato d’animo, ha accusato gli italiani di aver sfruttato la buona fede di Nuova Delhi e di essersi preso gioco delle sue istituzioni.

Le conseguenze a livello domestico. La risonanza mediatica che ha avuto il caso in India lo ha gradualmente trasformato in una questione di orgoglio nazionale ferito. Un’ottima arma da utilizzare durante le campagne elettorali. Nel corso di questi due anni infatti, le forze dell’opposizione, tra cui quella del conservatore BJP (Bharatiya Janta Party), hanno più volte accusato Sonia Ghandi, leader del Partito del Congresso al potere dal 2004, di avere legami con le autorità italiane, strumentalizzando le sue origini venete.

Sospetti che, secondo alcuni osservatori, hanno reso la Ghandi meno conciliante di fronte alle richieste italiane: in alcune occasioni, la donna ha ribadito che avrebbe utilizzato qualsiasi mezzo per  fare giustizia.

In Italia la vicenda dei marò ha messo in crisi il governo tecnico di Mario Monti, con le dimissioni del ministro degli Esteri Giulio Terzi nel marzo del 2013. In quell’occasione, duro è stato lo scambio di battute fra Terzi e il ministro della Difesa Giampaolo di Pansa. Mentre il primo è stato contrario fino all’ultimo al ritorno in India dei due militari, il secondo ha sostenuto la nuova posizione del governo, mutata in seguito alla crisi diplomatica che aveva coinvolto l’ambasciatore Mancini, di favorire il rientro a Nuova Delhi di Latorre e Girone. La vicenda ha rivelato così la profonda spaccatura di un esecutivo debole, non capace di portare avanti con fermezza le sue originarie rivendicazioni.

I marò rischiano la pena di morte? Fonti dell’agenzia investigativa indiana dicono di no, spiegando di aver già chiesto ai giudici del tribunale speciale, incaricato di processare i due sottoufficiali, di non optare per la massima pena se i militari italiani saranno considerati colpevoli. Una dichiarazione che stride con il contenuto della legge antiterrorismo e antipirateria, che alla sezione 3g recita: se l’offesa “in connessione a una nave causa la morte di qualsiasi persona sarà punita con la morte”. Il caso di Girone e Latorre rientrerebbe nella fattispecie. Non è ancora chiaro come verrà sciolto il dubbio sulla sorte dei due marò.

Ad ogni modo, ciò che risulta evidente in questa vicenda è la divisione interna al governo di Nuova Delhi fra il ministero degli Affari Esteri e quelli degli Interni. Il primo preoccupato delle ricadute negative che la condanna a morte dei due fucilieri potrebbe generare nei rapporti dell’India con l’Italia e con la comunità internazionale. Il secondo, interessato a non perdere consenso interno in vista delle elezioni nazionali che si terranno tra aprile e maggio: per questo, risoluto a punire severamente i militari italiani. Si spera che, almeno ai giudici, starà a cuore prettamente la questione della giustizia.

Fonte ReporterNuovo.it

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