Uruguay legalizza marijuana

Manifestanti uruguayani a favore della legalizzazione della cannabis
Manifestanti uruguayani a favore della legalizzazione della cannabis

Dopo un lungo dibattito al Senato durato circa dodici ore, la proposta di legge sulla legalizzazione della marijuana è stata approvata. Così, martedì dieci dicembre l’Uruguay è divenuto il primo paese al mondo dove è legale coltivare, vendere e consumare cannabis.

Il provvedimento, che entrerà in vigore non prima del prossimo aprile, era già passato al vaglio della Camera nel luglio scorso: la maggioranza dei deputati aveva detto sì alla misura, giustificandola come uno strumento per contrastare il traffico illegale di stupefacenti e indebolire i potenti cartelli della droga.

Secondo il testo della norma, i maggiorenni uruguayani iscritti in un apposito registro potranno acquistare nelle farmacie autorizzate fino a 40 grammi di marijuana al mese. Un’iniziativa politica che rappresenta,a livello internazionale, una cesura rispetto al passato: non solo perché va al di là della semplice depenalizzazione o tolleranza del consumo di cannabis, riscontrabile in alcuni paesi (in primis, l’Olanda); ma anche perché crea un mercato regolarizzato che va contro quell’approccio proibizionista con cui i governi erano soliti affrontare la questione.

Questa misura è stata fortemente voluta dal governo progressista del Presidente José “Pepe” Mujica, in passato guerrigliero del movimento rivoluzionario di sinistra Tupamaros e rinchiuso in carcere per 14 anni durante la dittatura militare del 1973. L’iniziativa legislativa rientra in un più vasto programma di riforme liberali sul piano dei diritti civili: da quando Mujica ha assunto la guida del paese infatti, è riuscito a far legalizzare l’aborto e a far riconoscere il matrimonio fra persone dello stesso sesso. Allo stesso tempo, il provvedimento viene presentato come uno strumento nuovo per combattere il fenomeno del narcotraffico: le politiche aggressive adottate in passato, basate essenzialmente sul principio della proibizione del consumo di stupefacenti, non hanno sortito gli effetti sperati, dimostrandosi, in alcuni casi, deleterie.

L’opposizione alla legge in Parlamento non è mancata: deputati e senatori hanno contestato la norma, perché potrebbe aumentare il tasso di criminalità anziché ridurlo. Alcuni legislatori si sono spinti più in là, dichiarando la misura incostituzionale. Il settimanale The Economist riporta alcuni sondaggi, che mostrano come la maggioranza della popolazione uruguayana (il 58%) sia contraria alla legalizzazione della cannabis. Critiche sono arrivate anche dall’Organo Internazionale per il Controllo degli Stupefacenti (INCB,  International Narcotics Control Board), incaricato dalle Nazioni Unite di garantire il rispetto delle convenzioni Onu in materia di droghe: secondo l’INCB infatti, il disegno di legge approvato dal Parlamento di Montevideo viola il trattato del 1961 (Convention on Narcotic Drugs), che proibisce la produzione e la vendita di tutte le droghe non utilizzare a scopi scientifici o medici.

Nonostante l’ostilità, interna e internazionale, al provvedimento, Mujica ha raggiunto il suo obiettivo. Diversi sono stati i fattori che hanno giocato a suo vantaggio. Difatti, la solida maggioranza che la coalizione del Frente Amplio detiene in entrambe la camere non basta da sola a spiegare questo suo successo.

Primo fra tutti, i risultati deludenti della guerra al narcotraffico. Secondo uno studio realizzato dal International Centre for Science in Drug Policy e pubblicato dal British Medical Journal, le droghe in circolazione sono sempre più pure e sono vendute a prezzi sempre più bassi: i dati rilevati mostrano un significativo aumento del commercio di stupefacenti. Il prezzo di eroina, cocaina e cannabis è diminuito dell’80% negli Stati Uniti fra il 1990 e il 2007, mentre la qualità media è cresciuta, del 60%, dell’11% e del 161% rispettivamente. Nel 2005 le Nazioni Unite stimarono i volumi globali di vendita delle droghe per un valore di 320 miliardi di dollari. Come ha scritto il giornalista Richard Branson, se “questo traffico illegale fosse un paese, sarebbe una delle 20 economie più grandi al mondo”.

Al di là dei costi economici sostanziosi per arrestare i narcotrafficanti, incarcerare gli spacciatori, distruggere le piantagioni e i laboratori di produzione, finanziare il recupero fisico dei tossicodipendenti e sostenere campagne di sensibilizzazione contro l’uso di droghe, l’adozione di misure repressive ha causato anche numerose vittime. Emblematico in questo senso è il caso del Messico.

A partire dal 2006, l’ex presidente messicano Felipe Calderón ha lanciato una serie di offensive sul territorio per annientare i cartelli della droga. Gli Stati Uniti hanno fornito il know how e i fondi necessari al governo di Calderón per ingaggiare una guerra che si è trascinata per diversi anni, lasciando sul campo di battaglia circa 40 mila morti. Dal 2006 fino al 2012 (anno in cui il nuovo presidente Enrique Peña Nieto ha assunto la guida del paese) sono stati impiegati più di 50 mila soldati nel conflitto e sono stati investiti miliardi di dollari per equipaggiarli ed addestrarli. Inoltre, l’esecutivo ha cercato di riformare il sistema giudiziario nazionale, macchiatosi spesso, secondo analisti e osservatori indipendenti, di episodi di corruzione. L’offensiva militare contro i cartelli messicani ha acuito il clima di tensione e violenza nel paese. Come segnalato da Human Rights Watch, sono stati documentati più di 170 casi di tortura, 39 sparizioni e 24 esecuzioni sommarie.

Altro elemento che ha favorito l’iniziativa di Mujica è stato l’impatto esercitato sull’opinione pubblica latinoamericana da due eventi. Il primo, l’appello dell’ex presidente messicano Ernesto Zedillo, dell’ex presidente brasiliano Fernando Henrique Cardoso, dell’ex presidente colombiano Cesar Gaviria in favore della depenalizzazione dell’uso personale della marijuana e di un cambiamento nel modo di affrontare il problema del narcotraffico. Il secondo, il referendum indetto nel Colorado e a Washington nel 2012, in cui la maggioranza degli elettori dei due stati votò per la legalizzazione della marijuana a scopo ricreativo.

É ancora presto per sapere se l’iniziativa di Mujica avrà gli effetti sperati. Per il momento, la nuova legge ha iniziato a ridefinire le basi del dibattito sulla lotta alla droga.

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