Usa e petrolio, le conseguenze di un primato

petrolio_Usa

Che il tasso di produzione fosse in crescita era risaputo: dopo decenni di contrazione, a partire dal 2009 Washington ha aumentato le proprie riserve di petrolio e gas naturale, soprattutto grazie a nuove tecniche di estrazione e lavorazione degli idrocarburi. La novità risiede invece nella dichiarazione rilasciata qualche giorno fa dal governo americano: sulla base dei dati raccolti e delle ultime proiezioni, gli Stati Uniti si sono auto-proclamati primo produttore mondiale di greggio.

Come rivela La Stampa, il paese ha scalzato dal podio la Russia e le potenze del Medio Oriente. Se si considerano unitamente petrolio e gas, Washington supera Mosca di poco (22 milioni di barili al giorno contro i 21,8 raccolti da Gazprom). Tuttavia, se si assume come unità di misura solo la quantità di oro nero trivellata, allora la posizione di leadership nel settore rimane all’Arabia Saudita, con 11,7 milioni di barili prodotti quotidianamente. A seguire i tre giganti vi sono poi Canada, Venezuela e Nigeria.

La motivazione principale che spiega i positivi trend americani così come il sorpasso a spese del colosso russo è da individuare nelle nuove tecniche di estrazione del prezioso liquido. Come spiega in un report Leonardo Muageri del Belfer Center, Harvard University, l’uso combinato della trivellazione orizzontale e della fratturazione idraulica (fracking) ha permesso di raggiungere giacimenti inviolati situati a grandi profondità: è stata proprio la lavorazione degliscisti bituminosi (shale oil) e del Light Tight Oil (forma liquida del greggio contenuto nelle formazioni di roccia sedimentaria a bassa permeabilità) a consentire al tessuto industriale americano di ridurre gli acquisti dall’estero, rendendola Cina il primo importatore a livello mondiale. Emblematico il risultato conseguito nel dicembre del 2012: come riferisceNBC News, in quel mese la produzione combinata di Nord Dakota, Ohio e Pennsylvania toccò 1,5 milioni di barili al giorno, una quantità superiore alle esportazioni iraniane.

Le implicazioni globali del traguardo raggiunto dagli Stati Uniti si pongono su due piani differenti, anche se strettamente connessi fra loro. La dimensione economica infatti influenza irrimediabilmente quella geopolitica e della sicurezza nazionale. Se le previsioni sono corrette e il trend di crescita si conserverà inalterato, riferisce Bloomberg, l’obiettivo dell’indipendenza energetica per gli Stati Uniti non dovrebbe rimanere un’utopistica fantasia. Con tutti i vantaggi che questa porterà con sé. In particolare, si fa riferimento all’aumento delle rendite governative, alla riduzione del deficit nella bilancia dei pagamenti internazionale, alla maggiore competitività delle aziende manifatturiere nel mercato internazionale e alla creazione di nuovi posti di lavoro: secondo uno studio realizzato dalla società di consulenza IHS Global Insight,l’espansione nel settore del petrolio e gas di scisto ha dato lavoro solo nel 2010 a circa 600mila persone, un numero che dovrebbe salire a 1.6 milioni entro il 2035. Alimentando attraverso riserve domestiche lo sviluppo economico nazionale, Washington lo renderebbe sempre più autonomo e protetto dalle interferenze straniere. Più specificatamente, si allude alle oscillazioni del prezzo degli idrocarburi, una risorsa globale altamente volatile in parte a causa dell’instabilità degli stati produttori e delle tensioni che spesso attraversano la regione mediorientale.

L’autosufficienza energetica permetterebbe agli Stati Uniti di contrastare la leva diplomatica russa, rappresentata da Gazprom, nel vecchio continente. Allo stesso tempo, consentirebbe loro di indebolire il potere dei paesi esportatori dicondizionare il prezzo delle materie prime e di dire addio a quella dipendenza esterna evidenziata dalla crisi del 1973. E, in generale, rinvigorirebbe la propria forza di contrattazione sul proscenio mondiale. Un esempio su tutti, l’Iran: come ha spiegato durante la conferenza di CERAWeek a Houston Carlos Pascual, coordinatore per gli affari energetici internazionali del Dipartimento di Stato, ‹‹l’accresciuta produzione americana di petrolio, combinata con l’incremento delle esportazioni di Libia e Iraq, ha mantenuto il prezzo del greggio stabile, nonostante la riduzione, a causa delle sanzioni, delle esportazioni di Teheran di un valore pari a 1,5 milioni di barili al giorno››. Come a dire che la politica delle sanzioni in Medio Oriente diverrebbe più efficace, liberata dagli inconvenienti da essa causati sul piano finanziario globale.

Fonte Mediaxpress

Facebook
Twitter
More...

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s