Indonesia, un mare di spazzatura

rifiuti_indonesia

Una massa sporca e multicolore che contrasta con l’omogeneità di un azzurro originariamente cristallino. Una massa multiforme, composta da residui umani e scorie industriali. Si tratta del velo di rifiuti che sovrasta e ricopre il mare di Giavaal largo delle coste indonesiane. Onde rese solide da animali morti, copertoni di automobili, pezzi di legno, taniche di plastica. Coraggiosamente cavalcate da intrepidi surfisti, che non rinunciano a dominare le acque dell’arcipelago, per quanto velenose e insidiose possano essere diventate. Le fotografie scattate da Zak Noyle erano state inizialmente pensate per comporre un reportage sul mondo del surf: ma hanno fatto velocemente il giro del mondo, convertendosi in un documentario di denuncia sociale e ambientale.

La piaga dell’inquinamento delle risorse idriche da tempo affligge la regione indonesiana. I fiumi e i canali che attraversano la provincia del Giava occidentale cambiano colore a seconda dei residui tossici che vengono riversati dalle numerose industrie sorte nell’area. Nel seguire il loro corso, le acque accolgono liquami e scarichi prodotti dagli abitanti. E quando confluiscono nel mare creano una discarica a cielo aperto in continuo movimento. Distribuendo malattie fra le persone e distruggendo flora e fauna marina.

Il surfista immortalato da Noyle, Dede Surinaya, nella fotografia appare scivolare lungo un tunnel acquatico pavimentato da buste di plastica, cartoni e oggetti vari. ‹‹Continuavo a vedere pacchetti di noodle galleggiare accanto a me›› ha commentato l’autore del reportage a GrindTv. ‹‹Stare lì era davvero disgustoso. Continuavo a pensare che avrei visto sicuro un corpo morto››. (guarda le foto)

Le cause di questo scempio sono differenti. In primo luogo, bisogna riconoscere la responsabilità del tessuto manifatturiero del paese. In particolare, delle industrie tessili che sostengono l’economia nazionale. Prive di una sistema efficiente di trattamento e smaltimento di sostante tossiche, queste aziende gettano nei fiumi le loro scorie velenose, incuranti del danno recato all’ecosistema e alla salute degli esseri umani. Lungo il fiume Citarum sorgono circa 600 fabbriche, 170 della quali nel solo distretto di Majalaya: solo quest’ultime scaricano ogni giorno 1.320 litri di rifiuti liquidi e solidi nelle acque utilizzate per irrigare i campi o per l’igiene personale. E così che mercurio, piombo, zinco e cromoalterano le proprietà nutritive dei terreni coltivati, deteriorando la qualità e riducendo la quantità del riso prodotto. Allo stesso tempo, non disponendo di altre riserve idriche, i locali si lavano o usano per cucinare l’acqua sporca dei canali: ne derivanomalattie cutanee, allergie e, come dimostrano alcuni studi, danni ai reni, al sistema circolatorio e al sistema nervoso. Attraverso manifestazioni e la costituzione di movimenti di protesta organizzati, gli abitanti colpiti hanno ottenuto dei risarcimenti dall’apparato pubblico e privato: si parla di compensazioni finanziarie di modesta entità, dalle 20mila alle 50mila rupie (un valore che oscilla fra i due e i cinque dollari). Cifre irrisorie considerati i guadagni realizzati dalle compagnie e le implicazioni nocive per l’ambiente e la salute umana: ma non trascurabili, se si pensa che molte persone lavorano in quelle stesse fabbriche e sono quindi restie a intraprendere battaglie legali per il timore di perdere il proprio posto di lavoro.

Secondariamente, altra responsabilità da menzionare è quella dei cittadini. Le municipalità non offrono servizi igienico-sanitari e la mancanza di strutture adeguate per raccogliere, differenziare e smaltire costringe famiglie e attività commerciali a buttare liquami, rifiuti e altri resti nelle strade o nei corsi d’acqua che scorrono lungo le città. O, in alternativa, a dargli fuoco, generando tossine che contaminano l’aria che si respira e il cibo che si ingerisce.

Infine, è doveroso menzionare il contributo inquinante reso dall’agricoltura e dalla pesca. La prima causa l’erosione dei terreni che distrugge il sistema fluviale. La seconda accresce la contaminazione delle acque, a causa della diffusa pratica dei pescatori di utilizzare bombe al kerosene e fertilizzanti.

 Fonte Mediaxpress

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