Global Warming, le colpa è dell’uomo

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Il rapporto realizzato dall’Ipcc (Intergovernamental Panel on Climate Change) lo riferisce a chiare lettere: gli esseri umani costituiscono la causa dominante del riscaldamento globale fin dagli anni 50 del secolo scorso. Ad essi infatti è attribuita principalmente la responsabilità dei gas ad effetto serra, le cui emissioni hanno causato sostanziali aumenti di temperatura e modifiche al sistema climatico. Da qui l’esortazione a una riduzione considerevole e continuativa dell’inquinamento atmosferico.

In base a quanto riportato dalla BBC, la commissione di esperti delle Nazioni Unite è riunita a Stoccolma, in Svezia. Impegnata in complessi dibattiti e negoziazioni da una settimana, ha rilasciato oggi una relazione esplicativa sul fenomeno ad uso dei decisori politici. Un resoconto che analizza il problema del global warming e che condensa in un documento di 36 pagine una spiegazione esaustiva dei meccanismi base del riscaldamento della superficie terrestre. Il report non solo certifica l’inequivocabile incremento delle temperature di acqua e atmosfera e le loro implicazioni, quali scioglimento dei ghiacciai e aumento del livello del mare. Ma, con una probabilità del 95%, individua nell’uomo e nel suo utilizzo di combustibili fossili la principale ragione per cui ciascuno degli ultimi tre decenni è stato più caldo di ogni decade precedente a partire dal 1850. Come si legge nel testo: ‹‹l’influenza umana sul clima ha causato più della metà dell’incremento osservato nella temperatura media della superficie terrestre dal 1951 al 2010››.

Uno dei temi più controversi affrontati dal rapporto è stato il rallentamento dell’innalzamento delle temperature registrato dal 1998: gli scettici della “teoria mainstream” hanno spesso utilizzato questa argomentazione per sostenere che il rilascio di diossido di carbonio nell’atmosfera non determina il surriscaldamento del nostro pianeta. Nell’analisi elaborata dall’Ipcc questa prospettiva “negazionista” è stata contestata. Sebbene gli scienziati abbiano offerto diverse spiegazioni molto diverse fra loro, hanno condiviso l’idea secondo cui una pausa di 15 anni costituisce un intervallo di tempo troppo breve per riflettere trend di lungo periodo.

L’Ipcc, istituito nel 1988 dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale e dal Programma Ambiente dell’Onu, ha modificato, in quest’ultimo studio, alcuni dati presentati nel rapporto del 2007. In particolare, l’equilibrium climate sensitivity, definito come la variazione della temperatura dovuta a un raddoppiamento della presenza di CO2 nell’atmosfera, è stato attestato fra i valori 1.5C° e 4,5C°, diversamente da quanto segnalato precedentemente, quando si credeva che l’oscillazione era compresa fra i valori 2.0C° e 4.5C°. Secondo gli esperti, l’affinamento della ricerca e dell’analisi è manifestazione di una migliore comprensione del fenomeno, dovuto ad un impegno sistematico e progressivamente crescente. Difatti, il documento rilasciato oggi rappresenta il quinto di una serie di resoconti sullo stato del clima pubblicati dall’organizzazione a partire dal 1990 (anno in cui è stato diffuso il primo Assessment Report). E costituisce il primo di una trilogia, dato che gli altri due volumi che compongono il V Assessment Report saranno pubblicati nel 2014 e conterranno: le analisi delle implicazioni del cambiamento climatico; le azioni da implementare per contrastare il problema; e infine una sintesi riepilogativa. Un tentativo di porre la scienza al servizio della buona politica, dato che solo la conoscenza approfondita della materia può guidare il processo di decision-making verso l’individuazione di soluzioni strutturali.

Fonte Mediaxpress

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