Per i diritti di donne e curdi

kurd men for equality

Una campagna per combattere non una ma due forme di discriminazione. La prima, generata dal sessismo che caratterizza una società patriarcale e conservatrice. La seconda, dalla presunzione etnica e religiosa di una comunità nazionale ostile alle minoranze e alla loro cultura. Ne deriva una forma di oppressione unica che si abbatte omogeneamentesulle donne e sui curdi.

Si chiama “Kurd Men for Equality” (uomini curdi per l’uguaglianza) ed è la campagna ideata da due attivisti femministi,Masoud Fathi e Dler Kamangar. Vi partecipano uomini curdi, vestiti con i tradizionali abiti delle donne del loro popolo. Si fanno fotografare e postano la loro immagine sulla pagina del movimento creata su Facebook (che conta ormai più di 17.000 “likes”). Vi hanno preso parte persone da diverse regioni del mondo, unite dal comune ideale di contrastare una concezione dei rapporti umani misogina ed escludente. Destinatario dell’iniziativa il regime di Teheran, contestato per la sua retrograda visione dell’universo femminile e per gli emarginanti e penalizzanti provvedimenti adottati nei confronti della comunità curda presente nella Repubblica Islamica.

Come riferisce il Global Post, l’idea è nata nell’aprile scorso, quando un tribunale iraniano nella regione curda di Marivan aveva condannato un uomo, colpevole di abusi domestici, a camminare lungo le strade della città con addosso un abito femminile. Prevedibile lo sconcerto del pubblico femminile presente, critico di una sentenza che ha preteso instillare nelle menti individuali e nella mentalità collettiva l’idea che per un uomo essere donna è causa di vergogna e umiliazione. Come racconta il giornalista e attivista curdo Dilar Dirik dalle pagine del Kurdistan Tribune, Fathi, poeta e scrittore, si è fatto subito immortalare dall’amico musicista Kamangar avvolto dal lungo abito colorato e finemente lavorato che le curde usano indossare: un prodotto artigianale dalle sfumature vivaci che si distingue dal tradizionale velo nero che i vertici politici e religiosi di Teheran pretendono imporre alla popolazione femminile. Dopo aver diffuso la foto sul suo profilo Facebook, ha aggiunto quello che poi sarebbe diventato lo slogan della protesta telematica: ‹‹essere una donna non è uno strumento di umiliazione e punizione››. Il messaggio si è diffuso in maniera virale e, attraversando l’Atlantico, è saltato dal vecchio al nuovo continente. Giovani, adulti, anziani residenti in stati diversi hanno fatto da eco alle sue parole e alla sua foto, componendo un mosaico variegato di immagini, colori e volti in difesa delle donne e, indirettamente, di sé stessi. Come ribadisce Fathi: ‹‹non ci può essere una libera società senza libere donne. È responsabilità dell’uomo abbattere questa cultura di egemonia maschile››.

La pena comminata dal giudice di Marivan presenta però un duplice significato discriminatorio. Costringendo il reo a portare un abito femminile curdo, il tribunale ha fatto mostra della sua concezione sessista della società e dell’insito razzismo che impregna il suo modo di concepire il popolo curdo. In un sol colpo, sostengono gli aderenti alla campagna, ha inteso ridicolizzare le donne e i curdi.

Ad ogni modo, come riferisce Dirik citato dalla Cnn, le donne curde si sono viste vietare fondamentali diritti non solo dal governo del paese in cui risiedevano ma anche dalla comunità curda di appartenenza. Voci critiche dell’iniziativa non sono giunte solo dall’establishment iraniano, come era prevedibile, o dalle femministe persiane, convinte che si tratti solo di un modo per salvaguardare la cultura curda. Manifestazioni di dissenso sono giunte anche da elementi curdi per i quali la libertà nazionale rimane preponderante rispetto a qualsiasi altro obiettivo: l’emancipazione della donna è considerato quindi un progetto secondario e successivo all’indipendenza del popolo curdo. Una linea di pensiero rigettata da Fathi secondo cui la liberazione della donna è cruciale per una comunità che auspica la liberazione dallo sfruttamento e dall’occupazione.

Fonte Mediaxpress

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