Conflitto siriano, le ragioni turche

turchiaSembra ormai deciso l’intervento diretto in Siria. Un intervento limitato, un attacco chirurgico, destinato a distruggere le strutture principali dell’aviazione del regime di Assad così come i suoi centri di comunicazione, scoraggiando in futuro l’utilizzo di armi chimiche. Mentre i vertici militari e di intelligence di alcuni paesi occidentali, in testa Usa e Gran Bretagna, affinano il piano d’azione, pare esclusa l’intenzione di colpire il presidente siriano, la cui esautorazione, si auspica in quel di Washington, dovrà avvenire successivamente per via politica. Aspettano il segnale di Obama i quattro incrociatori americani, equipaggiati con missili Tomahawk, che attendono pazienti nelle acque del Mediterraneo. A far loro compagnia, come segnala la Repubblica, ci sono la portaerei francese Charles de Gaulle e un sommergibile d’assalto inglese.

Tra gli alleati occidentali conserva una posizione scettica l’Italia circa la legittimità e l’efficacia di un’incursione rapida ad opera di una coalizione internazionale: come hanno ribadito il ministro degli Esteri, Emma Bonino, e il ministro della Difesa, Mario Mauro, bisogna privilegiare la soluzione politica e, in ogni caso, Roma non permetterà l’utilizzo delle proprie basi qualora le operazioni militari avvenissero effettivamente al di fuori del mandato delle Nazioni Unite. Un contesto di legalità difficilmente ottenibile, dato che qualsiasi risoluzione all’interno del Consiglio di Sicurezza, che autorizzi un intervento, è destinata a incontrare il veto russo e cinese.

Anche la Turchia ha riaffermato il proposito di prendere parte ad un’offensiva congiunta. Dopo le critiche all’inazione delle forze Onu da parte del primo ministro Recep Tayyip Erdoğan, le truppe hanno iniziato alcune esercitazioni speciali nelle provincie meridionali di Hatay, Kilis, and Şanlıurfa. Da tempo cresce la tensione fra Ankara e Damasco: da un lato, a causa delle centinaia di migliaia di civili che fuggono dal teatro di guerra siriano e cercano riparo in terra turca; dall’altro, per gli scontri continui avvenuti al confine fra i due paesi. In particolare, già nell’estate scorsa, il contrasto diplomatico raggiunse l’apice quando un aereo militare turco fu abbattuto dalla contraerei siriana. Da allora alterchi politici, agguati e bombardamenti transfrontalieri hanno deteriorato i rapporti fra i due vicini.

IL PROBLEMA CURDO. Ad ogni modo, la principale preoccupazione della dirigenza turca è rappresentata da un’altra questione, storica e profonda, dalle allarmanti potenzialità de-stabilizzatrici. Il conflitto in Siria ha creato un vuoto di potere, privando il territorio nazionale di un’autorità centrale in grado di esercitare in maniera ferma e decisa il proprio controllo. Il caos e la precarietà istituzionale hanno favorito i curdi siriani che hanno progressivamente esteso il proprio dominio nella regione settentrionale dello stato, fino ad arrivare ad amministrare diverse città situate lungo la frontiera con la Turchia. Ankara teme che il partito dell’Unione Democratica, organizzazione politica che riunisce i curdi della Siria e affiliata al partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), stia lentamente ma progressivamente ritagliandosi una propria area di influenza con l’intento di approfittare della situazione corrente per conseguire l’indipendenza da Damasco. Uno scenario preoccupante per l’élite turca per due ragioni fondamentali: da un lato, aumenterebbe le tensioni e minaccerebbe la sicurezza della frontiera nazionale meridionale; dall’altro, l’istituzione di questa nuova entità politica autonoma curda potrebbe alimentare più energicamente le aspirazioni del PKK. Soprattutto quest’ultimo punto suscita perplessità nei circoli politici turchi, dove aleggia il timore di buttare al vento le negoziazioni finalizzate a porre fine al conflitto armato.

L’INSIDIA DELL’AZIONE. Erdoğan invoca un intervento deciso ad opera della comunità internazionale. Ma le sue esortazione ad un più deciso attivismo non possono prescindere da una sua maggiore partecipazione alle ostilità. L’appartenenza alla Nato, le strutture militari avanzate e una linea di confine con la Siria lunga 600 miglia fanno della Turchia un alleato strategicamente importante. Gli organizzati servizi logistici, i solidi legami con le forze di opposizione siriane e le basi aeree non lontane dal territorio nemico lo rendono quasi indispensabile. E tuttavia, proprio questa prossimità geografica accresce i pericoli per la sua popolazione.

La no-fly zone è stata esclusa, ritenuta troppo dispendiosa dalle alte gerarchie delle Forze Armate. L’opzione più sicura, vale a dire l’attacco ai punti chiave dell’esercito regolare di Damasco, non contempla la destituzione violenta di Assad. Qualora il deterrente chimico del regime non fosse completamente neutralizzato, molto probabilmente ad essere colpito per primo sarà proprio il vicino turco. Così, il fallimento nell’annientare il potere di ritorsione siriano potrebbe rivelarsi per Ankara rovinoso.

 Fonte Mediaxpress

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