Ispettori ONU in Siria

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Nella giornata di lunedì gli ispettori delle Nazioni Unite si sono diretti verso il sito in cui si pensa siano state utilizzate armi chimiche negli scontri di mercoledì scorso. Le forze governative e i ribelli hanno raggiunto un accordo di cessate il fuoco per consentire ai rappresentanti internazionali di perlustrare in sicurezza l’intera area di Ghouta, ad est di Damasco, dove gli osservatori ritengono che le truppe di Assad abbiano fatto uso di gas nervino contro gli insorti, mietendo per il momento più di 300 vittime. Il presidente siriano ha respinto le accuse, permettendo all’Onu di effettuare tutte le indagini del caso: in questo momento un team di 20 esperti è intento a ricercare sul campo di battaglia campioni di urina, sangue, terreno e tessuti da analizzare in laboratorio. Ad ogni modo, hanno lamentato i governi occidentali, la disponibilità del regime di Damasco è giunta troppo tardi: si teme infatti che le prove siano andate distrutte negli ultimi cinque giorni, a causa dei bombardamenti continui del governo sull’area sospetta.

Intanto, suggeriscono gli analisti, cresce il rischio di un’internazionalizzazione su vasta scala della guerra. Le divisioni all’interno del consiglio di sicurezza Onu riflettono gli schieramenti in un logorante contrasto diplomatico suscettibile di degenerare presto in un diretto intervento armato. In particolare, sono ormai in pochi nei circoli politici e di intelligence di Washington a dubitare sull’effettiva adozione di armi chimiche da parte dell’esercito regolare siriano. A diradare le perplessità sono infatti intervenuti il resoconto del numero dei morti, i sintomi rilevati, le testimonianze, il temporeggiamento di Assad nel garantire il permesso alle investigazioni e le altre informazioni raccolte da operatori americani e internazionali. Qualora questi sospetti dovessero trovare conferma, non è escluso un intervento militare statunitense: in fondo, già un anno fa il presidente Obama aveva ribadito che l’eventuale utilizzo di gas tossici avrebbe potuto giustificare l’azione diretta di Washington in Siria, un paese che, dotato di enormi scorte di sarin e iprite, si rifiutò in passato di sottoscrivere la convenzione del 1997 contro l’uso di armi chimiche. Intanto, nell’attesa di una decisione, quattro navi da guerra inviate dal Pentagono solcano le acque del Mediterraneo mentre i vertici militari di alcune potenze occidentali, in testa Usa e Gran Bretagna, sono riuniti in Giordania per valutare il da farsi.

Tutte accuse politiche, risponde il regime di Damasco, che in un’intervista al quotidiano russo Izvestia ha ribadito la totale illogicità dell’imputazione. Come riporta Reuters, che cita le ragioni siriane: ‹‹uno stato impiegherebbe mai armi di distruzione di massa in un luogo dove le sue stesse truppe sono concentrate?››. A sostenere Assad ci ha pensato Mosca, che ha attribuito la responsabilità dell’utilizzo di gas velenosi ai ribelli e ha riaffermato il pericolo che deriverebbe dalla decisione della Casa Bianca di inviare le proprie truppe in guerra. Subito le ha fatto eco l’Iran, che ha avvertito gli Stati Uniti delle ‹‹severe consueguenze›› di una possibile ingerenza occidentale nella regione.

La presa di posizione di Cina e Russia contro l’interferenza straniera nel conflitto gettano dubbi, a voler essere cauti, sulla possibile realizzazione di un operazione multilaterale sotto bandiera Onu: ogni piano di intervento diretto partorito dal consiglio di sicurezza incontrerà molto probabilmente la ferrea opposizione di Mosca e Pechino. Così, le élite militari e politiche occidentali stanno vagliando altre opzioni, come l’interdizione dei cieli attraverso una no-fly zone oppure, scavando nel recente passato, la soluzione adottata dalla Nato in Kosovo nel 1999, quando gli aerei dell’Alleanza atlantica bombardarono le forze serbe in guerra contro gli indipendentisti kosovari dell’UCK. Un intervento diretto senza mandato Onu quindi, magari giustificato dalla stessa dottrina dell’interventismo umanitario a cui fece appello Clinton qualche anno fa.

Tuttavia, l’operazione non è così scontata. Se è vero che, da un lato, l’opinione pubblica internazionale, stanca delle immagini di atrocità che provengono dalla turbolenta regione, ha in più occasioni criticato la gestione della crisi ad opera degli stati occidentali, esercitando così in maniera indiretta forti pressioni sull’amministrazione democratica; dall’altro, indiscutibili sono i timori avanzati dalla Casa Bianca sull’ipotesi di un probabile coinvolgimento nel conflitto. Più specificatamente, salutato in passato come il presidente che aveva ritirato l’esercito dall’Iraq e disimpegnato le truppe dall’Afghanistan, Obama potrebbe facilmente attirarsi in futuro le critiche di aver condotto i cittadini americani in un nuovo, pericoloso pantano.

Comunque, i turchi hanno già espresso la volontà a prendere parte all’eventuale formazione di una coalizione internazionale e i francesi sono ormai a favore di ‹‹una reazione forte››. Intanto anche la Germania, per bocca di Steffen Seibert, portavoce della Merkel, non ha escluso la soluzione di forza, qualora le accuse trovassero riscontro: un’attitudine diversa da quella mostrata nel fine-settimana, quando Berlino invitava ancora a trovare un compromesso politico per porre fine agli scontri.

Fonte Mediaxpress

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