Caos in Egitto

clashes egypt

Continuano le proteste in Egitto, dopo i violenti scontri registrati nella giornata di venerdì fra i dimostranti vicini ai Fratelli Musulmani e le Forze Armate. Sabato mattina al Cairo i soldati hanno circondato la moschea di al-Fath, nella piazza Ramses, dove si erano rifugiati i sostenitori dell’ex-presidente Morsi a seguito dei combattimenti del giorno prima: trincerati nell’edificio religioso in cui hanno allestito un ospedale improvvisato, si sono rifiutati di lasciarlo, nonostante le richieste insistenti dell’esercito e la promessa fatta loro di una sicura via di fuga. Riportando fonti locali, Al Jazeera segnala colpi di arma da fuoco provenienti dalla moschea e dai suoi minareti mentre i reparti della polizia replicano con gas lacrimogeni e munizioni dall’esterno dell’edificio.

L’impasse è avvenuto alcune ore dopo la violazione del coprifuoco da parte di migliaia di manifestanti e segue il tentativo dei militari di soffocare i dissensi di venerdì: secondo la BBC, la feroce contrapposizione ha lasciato sul campo di battaglia circa 80 morti. Si è trattato dell’epilogo di una settimana contrassegnata dall’irremovibile fermezza del nuovo esecutivo, sorretto dal generale al-Sisi, a dissipare le rivolte e dall’ostinazione dei Fratelli Musulmani, disposti a tutto pur di ottenere la liberazione di Morsi e il suo re-insediamento: l’apice della tensione è stato raggiunto mercoledì quando alcuni raid delle Forze di Sicurezza nei campi di protesta pro-Morsi hanno causato circa 580 morti e 4.000 feriti. La dura repressione ha spinto il vice-presidente del governo di transizione, il liberale El Baradei, premio nobel per la pace ed ex direttore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, a rassegnare le proprie dimissioni in quanto contrario alla soluzione di forza.

Con l’esautorazione dell’ex-capo di stato vicino ai Fratelli Musulmani, l’esercito si è impadronito del potere, legittimando il golpe con la necessità di garantire stabilità istituzionale ed economica al paese. I vertici militari hanno infatti motivato la loro presa di posizione indicando la difficile situazione finanziaria nazionale, la deriva autoritaria di Morsi, la sua incapacità a gestire l’apparato esecutivo così come il perseguimento di un’agenda islamica.

Tuttavia, la destituzione del leader del partito islamico Libertà e Giustizia, eletto democraticamente un anno fa, ha suscitato profondo malcontento fra i suoi sostenitori, i quali si sono riversati nelle strade della capitale e di altri centri egiziani per esprimere la loro rabbia e delusione. Il coprifuoco di venerdì è stato violato in diverse località egiziane, causando sia combattimenti sporadici che scontri prolungati. Oltre alla capitale, le agitazioni hanno interessato le città di Alessandria, Suez, Tanta, Damietta e Ismailia, nella regione settentrionale del paese. Tra i morti, anche residenti e alcuni giornalisti locali e stranieri.

A livello internazionale, le potenze occidentali considerano il da farsi. L’Unione Europea è intenzionato a fissare un meeting per la prossima settimana, tra lunedì e martedì, al fine di valutare le possibili opzioni. La più probabile sembra essere ora la via delle sanzioni economiche: una scelta che appare compatibile con le insistenze del Congresso statunitense che da tempo esercita pressioni sul presidente Obama al fine di ottenere l’interruzioni delle donazioni internazionali (tra queste, gli aiuti annuali all’esercito egiziano provenienti dalle casse di Washington, che raggiungono la somma di 1,3 miliardi di dollari). Tuttavia, suggeriscono alcuni osservatori, la ritorsione finanziaria potrebbe rivelarsi inefficace. In base a quanto riporta Reuters, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait hanno già promesso circa 12 miliardi di dollari al Cairo subito dopo la rimozione di Morsi del 3 luglio: l’assistenza finanziaria delle monarchie del Golfo sovrasta così quella fornita dagli Stati Uniti, rendendo vane eventuali rappresaglie di tipo sanzionatorio. Ad ogni modo, sostengono i critici, inefficiente è stata la risposta complessiva dell’amministrazione Obama nel fronteggiare la critica vicenda egiziana. Difatti, la mancata etichettatura della deposizione di Morsi come golpe, la fallita sospensione degli aiuti e la successiva cancellazione di un’esercitazione congiunta con le Forze Armate del Cairo ha avuto l’effetto di lanciare segnali contradditori: mentre criticava gli scontri di piazze e le violenze dei giorni scorsi, la Casa Bianca ha cercato di non alienarsi completamente i vertici militari egiziani, assumendo una posizione ambigua di fronte al popolo egiziano e all’opinione pubblica internazionale.

Intanto, il primo ministro del governo ad interim Hazem el Beblawi ha suggerito di dissolvere legalmente la Fratellanza Musulmana.

Fonte Mediaxpress

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