Usa-Russia, le questioni aperte

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Cancellato. L’incontro bilaterale fra Obama e Putin, previsto per il mese prossimo a Mosca, non si terrà a causa delle divergenze politiche maturate recentemente nella loro relazione così come per gli scarsi progressi registrati dai due paesi nelle delicate questioni riguardanti la crisi siriana, il controllo degli armamenti, i sistemi di difesa missilistici. In un comunicato, la Casa Bianca ha fatto sapere che non vi sono solide condizioni per convocare il vertice, sebbene non sia stata annullata la presenza di Washington alla riunione del G20 a San Pietroburgo del settembre prossimo.

MOTIVAZIONI ADDOTTE. Diverse le ragioni allegate per giustificare il rinvio del summit bilaterale. Difatti, l’amministrazione democratica ha ribadito che l’assenza negli ultimi dodici mesi di rimarchevoli miglioramenti in settori critici come la difesa missilistica, il controllo degli armamenti, le minacce alla sicurezza globale, le relazioni commerciali e la salvaguardia di diritti civili fondamentali hanno suggerito di posporre l’incontro ‹‹fin quando non conseguiremo maggiori risultati nella nostra agenda comune››. Eppure, lo scioglimento dei dubbi e la risoluzione delle problematiche connessi a tali questioni passa inevitabilmente attraverso il dialogo fra i due leader: se esso manca, o viene posticipato a tempo indeterminato, si riduce qualsiasi possibilità di successo condiviso; così l’impasse persiste, se non ostacolando certo non facilitando, qualsiasi futura intesa.

Raggiungere un compromesso su questi punti, già di per sé, è difficile. L’arduo compito di stemperare l’intransigenza delle due potenze, alimentata da un ricordo cristallizzato del passato confronto bipolare, è reso ancora più impegnativo dal boccone amaro che Washington non è disposta a mandare giù. L’asilo politico a scadenza annuale concesso da Mosca alla talpa Snowden ha deluso e indispettito, in maniera bipartisan, i membri del Congresso, portando l’esecutivo a rinunciare al faccia a faccia con l’élite russa. Difatti, punire colui che ha rovinato l’immagine statunitense di garante di democrazia e libertà presso l’opinione pubblica internazionale rappresenta una priorità per la Casa Bianca: l’indisponibilità dello storico rivale a collaborare, in quanto occupato a incassare i benefici che gli derivano dallo scandalo (in un gioco a somma zero dove le perdite dell’uno si traducono nei guadagni dell’altro), ha inviperito la dirigenza Obama, conducendola ad una inflessibile presa di posizione.

PROBLEMATICHE APERTE. Giacciono così irrisolte sul tavolo delle trattative le tradizionali questioni che monopolizzano l’attenzione, e suscitano le maggiori preoccupazioni, in riferimento alla tenuta della loro relazione bilaterale. Tra queste, preponderante è il tema del controllo degli armamenti: sotto gli auspici dell’ultimo trattato Start (trattato per la riduzione di armi strategiche), firmato a Praga nell’aprile del 2010 ed entrato in esecuzione nel febbraio 2011, si sono fatti nuovi sforzi per ridurre le scorte di armi nucleari; tuttavia, le recenti esortazioni rivolte da Obama, all’inizio del suo secondo mandato, alla controparte russa con l’intento di convincerla a ridurre ulteriormente le armi strategiche di circa un terzo sono state accolte piuttosto freddamente da Putin che, sollevando le sue perplessità sul caso, ha invitato a riconsiderare la problematica questione dei sistemi di difesa missilistici in Europa. L’aggiornamento e il dispiegamento di questo scudo nel vecchio continente, in grado di intercettare e proteggere Stati Uniti e alleati Nato dall’attacco di missili balistici, è stato più volte presentato dai vertici americani come un utile mezzo per difendersi da eventuali minacce mediorientali, come quella iraniana, e asiatiche, come quella nordcoreana. Tuttavia in più occasioni il Cremlino ha fatto notare come il continuo perfezionamento di tali strumenti sia dannoso per Mosca dato che questi, essendo in grado di intercettare e fermare i missili intercontinentali (ICBM) russi, sono capaci di inficiare il suo deterrente nucleare. Accrescendo così il potere di contrattazione statunitense.

Ad aggravare la tensione esistente sono poi intervenute da un lato le opposte prese di posizione in relazione al conflitto siriano, dove Washington ha più volte condannato il regime di Assad, alleato di Mosca nella scossa regione mediorientale. Dall’altro, l’inasprimento dei provvedimenti contro gli omosessuali (come il divieto di propaganda omosessuale, che in sostanza vieta esternazioni e manifestazioni in favore dei diritti dei gay), che ha finito per rinvigorire e giustificare le aggressioni a cui la comunità LGBT russa è spesso sottoposta: esemplificativi a riguardo sono state le campagne di intimidazione, persecuzione e tortura ad opera di gruppi dell’estrema destra ai danni di giovani omosessuali, lesbiche, transessuali e bisessuali. Abusi che rientrano in un più ampio e generalizzato contesto di violazioni di diritti e libertà fondamentali per cui più volte il regime politico di Putin è stato biasimato.

L’irrigidimento di fronte a queste tematiche ha impedito che le due potenze tornassero a collaborare, come il tentativo di “resettaggio” delle relazioni aveva fatto timidamente sperare durante il primo mandato di Obama. L’apparentemente ineludibile e basica discrepanza fra le priorità della loro agenda estera è stata esacerbata da contrasti contingenti, mostrando in maniera ancora più evidente l’irremovibilità delle loro posizioni e la tortuosità che caratterizza qualsiasi loro possibile concertazione.

Fonte Mediaxpress

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