Mali, elezioni incerte

elezioni_Mali

Sono iniziate domenica 28 luglio le consultazione per la nomina del nuovo capo di stato del Mali. I cittadini si sono recati alle urne in un paese ancora destabilizzato dal golpe dell’anno scorso e lacerato dalla ribellione dei tuareg nel nord e dall’insorgenza di gruppi jihadisti. A rendere dubbio l’intero processo elettorale sono intervenuti diversi fattori, tra cui le minacce dei militanti islamici, contrari alla formazione della nuova amministrazione, i brogli delle Forze Armate, desiderose di mantenere un controllo sulla nazione attraverso la designazione del proprio candidato, e il problema delle centinaia di migliaia di sfollati e rifugiati, incapaci di partecipare attivamente alle presidenziali.

Ventisette sono i concorrenti della competizione elettorale, tra cui ex-primi ministri e funzionari della passata legislatura. Qualora non dovesse emergere un vincitore diretto, si procederà ad un secondo turno l’undici agosto. Sono circa 6,8 milioni gli aventi diritto, sebbene si temi un’affluenza pressoché scarsa: a conferma di tale ipotesi vi sono la bassa partecipazione registrata negli anni passati, alcune problematiche verificatesi nell’allestimento dei seggi e nella distribuzione delle tessere elettorali (senza le quali è impossibile esprimere una preferenza), oltreché le difficoltà riscontrate nel consentire ai rifugiati di prendere parte alle consultazioni (secondo le Nazioni Unite sono circa 750.000 i maliani che hanno trovato riparo in Burkina Faso, Mauritania e Niger).

UN PAESE IN CRISI. È trascorso più di un anno dal putsch militare diretto dal generale Sanogo che esautorò la dirigenza diTouré, alla quale successe poi un governo ad interim, presieduto da Dioncounda Traoré. Il golpe fu facilitato dalla guerra civile libica e dalle insurrezioni nel nord del Mali operate da un lato, dalle forze tuareg separatiste, raccolte nel Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azauad (MNLA), mosse dal progetto di creare uno stato indipendente; e dall’atro, dai gruppi estremisti legati ad al-Qaeda, tra cui, Ansar Dine, al-Qaeda nel Maghreb islamico (AQMI) e il Movimento per l’unicità e il jihad in Africa occidentale (MUJAO), che dopo aver rovesciato i reparti tuareg, si impossessarono di diverse città nelle regioni centrale e settentrionale del paese, tra cui Kidal, Gao e Timbuctù, dove la sharia fu imposta come legge inderogabile.

La guerra fra l’esercito regolare e le milizie islamiche scosse e dilaniò l’intero paese. Numerosi furono gli sfollati e le morti fra i civili. Il dominio dei jihadisti iniziò a preoccupare gli esecutivi europei e statunitense. Si temeva che il Mali si convertisse in un rifugio di organizzazioni terroristiche, con la possibilità per al-Qaeda di espandere le file dei militanti in stati confinanti, grazie alla porosità dei confini nazionali maliani. Ottenuto il consenso delle Nazioni Unite, la Francia di Hollande intervenne militarmente con l’operazione Serval, lanciata nel gennaio del 2013 e sostenuta dalle truppe dei membri dell’Ecowas (Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale), organizzazione africana che realizzò successivamente la missione AFISMA (Missione Internazionale di Sostegno al Mali), autorizzata dal Consiglio di Sicurezza Onu.
I miliziani furono costretti a ritirarsi, ma la regione non fu completamente pacificata. Il nord è ancora fuori del controllo del potere statele e attualmente le truppe francesi e i caschi blu continuano a pattugliare le zone centrali e settentrionali.

Queste elezioni costituiscono un requisito imprescindibile per ottenere crediti e aiuti finanziari dalla comunità internazionale: uno dei paesi più poveri al mondo (il tasso di povertà si attestava al 42,7% nel 2012), il Mali dipende molto dai contributi esteri. Tuttavia, sostengono molti osservatori, tra cui I’International Crisis Group, sarebbe stato opportuno aspettare qualche altro mese per indire nuove consultazioni dato che, nelle presenti condizioni, il processo sarà caotico e la nomina presidenziale discutibile, priva cioè di quella legittimità politica e morale necessaria a guidare lo sviluppo economico e la ristrutturazione istituzionale.

Ad allarmare non sono solo le difficoltà logistiche. I timori maggiori sono originati da altre cause. In primo luogo, dalle intimidazioni a non votare, espresse dagli esponenti jihadisti come dai rappresentanti tuareg nelle diverse comunità settentrionali. Secondariamente, dalla corruzione e dai brogli operati dall’esercito per favorire i propri candidati: esemplificativo a riguardo, secondo fonti di informazione locali, è stato il rinvenimento di schede elettorali pre-compilate.

I CANDIDATI. Ad animare la battaglia vi sono 27 sfidanti, sebbene, come riferisce Al Jazeera, quelli più favoriti risultano essere quattro. Ibrahim Boubacar Keita, primo ministro dal 1994 al 2000, antagonista dell’ex presidente Touré e sostenuto dalle Forze Armate. Soumaila Cisse, ex ministro delle Finanze e presidente della Commissione dell’Unione Economia e Monetaria dell’Africa occidentale. Dramane Dambele, ingegnere con poca esperienza politica ma appoggiato dal presidente ad interim Dioncounda Traore. Modibo Sidibe, premier dal 2007 al 2011, ha sempre difeso l’operato del presidente Touré, deposto nel 2012.

 Fonte mediaxpress

Facebook
Twitter
More...

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s