Crisi egiziana, allarme per Hamas e Israele

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Cresce la tensione in Egitto in seguito all’esautorazione del Presidente Morsi ad opera dell’esercito guidato dalgenerale Abdul Fattah al-Sisi. Come rileva la versione online del quotidiano egiziano al-Ahram, nella mattina di lunedì si è verificato un violento scontro al Cairo fra le forze dell’ordine e i manifestanti pro-Morsi nei pressi del quartier generale della Guardia Repubblicana, dove si ritiene sia rinchiuso Morsi. Le agitazioni hanno provocato almeno 42 morti e circa 322 feriti. Ancora non chiare le responsabilità del brutale contrasto, in quanto le parti in lotta continuano a rilasciare versioni discordanti dell’accaduto. Secondo gli esponenti della Fratellanza Musulmana, si è trattato di un attacco perpetrato dall’esercito a danno di civili sostenitori di Morsi, impegnati nella preghiera del mattino: con lacrimogeni e colpi di arma da fuoco hanno ‹‹trasgredito il diritto delle persone alla protesta pacifica››. Opposta la ricostruzione delle Forze Armate che, attraverso un comunicato, hanno riferito di un tentativo da parte di un gruppo terrorista armato di penetrare nell’edificio della Guardia Repubblicana e di aver attaccato i reparti della sicurezza: secondo le fonti militari, circa duecento persone sono state arrestate per detenzione di pistole, munizioni e bombe molotov.

Il nuovo capo di stato provvisorio Adly Mansour, al vertice della Corte Costituzionale Suprema, ha ribadito la necessità di convocare nuove libere elezioni, sebbene non abbia specificato ancora quando queste avranno luogo. Nel frattempo, secondo il portavoce della presidenza, Ahmad al Musliman, Mansour ha intenzione di nominare come vice-presidente El Baradei, nobel della Pace ed ex capo dell’agenzia nucleare delle Nazioni Unite, riferimento dello schieramento laico e progressista coagulatosi attorno alla coalizione del Fronte di Salvezza Nazionale. La carica di primo ministro dovrebbe invece andare al referente del centro-sinistra ed economista Ziad Bahaa el Din.

Mansour necessita del consenso delle altre formazioni in campo per garantire un saldo e coeso esecutivo: tuttavia, l’instabilità istituzionale e politica accresce l’incertezza sul processo di formazione del governo ad interim. Il partito conservatore salafita Nour, che aveva aderito alla rimozione di Morsi, ha deciso di ritirarsi dalle negoziazioni, condannando gli eventi di lunedì mattina, considerati un ‹‹massacro››.

LE PREOCCUPAZIONI DI HAMAS E ISRAELE. Intanto nella regione del Sinai il Cairo ha dispiegato le truppe per osteggiare l’offensiva di gruppi islamici radicali. La decisione è stata implementata a seguito di alcuni attacchi contro soldati egiziani venerdì scorso, avvenuti ad alcuni checkpoint nell’area settentrionale della penisola, e contro un prete copto, ucciso nella giornata di sabato. Sebbene non sia ancora stata accertata l’identità dei responsabili, si pensa che gli agguati siano legati al rovesciamento del regime islamico di Morsi, eletto democraticamente un anno fa.

Intervistato da “al-Ahram”, l’analista palestinese Hani Habib ha sostenuto che il rivolgimento politico rappresenta un duro colpo anche per Hamas: le misure di sicurezza predisposte dall’esecutivo egiziano al confine con la striscia di Gazapotrebbero limitare la libertà di movimento dei palestinesi. Difatti venerdì scorso è stato sbarrato il passaggio di frontiera diRafah e, come segnala “The Jerusalem Post” riportando fonti vicine ad Hamas, sono stati chiusi i tunnel che, collegando Gaza all’Egitto, permettevano il traffico di alimenti, carburante e altri beni primari. Provvedimenti che hanno alimentato le critiche interessate della fazione rivale di Hamas, Fatah, al potere in Cisgiordania. Approfittando delle pressioni esterne, alcuni esponenti di Fatah hanno esortato i palestinesi della Striscia a seguire il modello egiziano e a rimuovere Hamas dal potere. Allo stesso tempo, con la caduta di Morsi, il premier di Gaza, Ismail Haniyeh, ha perso un alleato importante. Associato alla Fratellanza Musulmana, Hamas aveva imbastito un’ufficiale relazione di collaborazione con l’ex presidente egiziano, come chiarisce il professore dell’Università Al-Azhar di Gaza, Mukhaimer Abu Saada.

Un’atmosfera di apprensione, anche se per motivi differenti, si respira in Israele. Si teme infatti che le proteste e le violenze in atto nella penisola del Sinai possano investire il paese. Come riferisce Amos Harel del quotidiano “Haaretz”, si sospetta che alcuni militanti islamici abbiano lanciato nella notte di giovedì dei razzi in direzione della località di Eilat: il gruppo estremista Ansar Bayt al-Maqdis ha difatti rivendicato l’attacco. Dato questo precedente, Tel Aviv è preoccupata di nuove e più pericolose offensive nel prossimo futuro. Sebbene il governo del Cairo abbia già dispiegato le proprie truppe nella zona, spiega Harel, la sua priorità rimane la normalizzazione della situazione nella capitale e nell’area a occidente del Nilo: un impegno che potrebbe svigorire nel lungo tempo le controffensive militari nella penisola del Sinai. Al contempo, le necessità fronteggiate dalla popolazione di Gaza per la chiusura dei punti di collegamento ai confini con l’Egitto renderà sempre più insistenti le richieste di una loro riapertura: permettendo nuovamente il passaggio di eventuali militanti nel Sinai.

Fonte Mediaxpress

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