La ‹‹guerra›› di Mandela

Nelson Mandela

Da diverse settimane l’ex presidente Nelson Mandela è ricoverato in ospedale a Pretoria, dove vessa in condizioni critiche a causa di un’infezione polmonare. Unendosi al dolore dei familiari, i rappresentanti del mondo politico hanno dato voce all’afflizione di un’intera nazione che non ha ancora perso la speranza in una provvidenziale guarigione del suo eroe.

Già nel gennaio 2011 Madiba, dal nome del clan di appartenenza, aveva sostenuto alcuni esami specialistici all’ospedale di Johannesburg mentre nel 2012 era stato ricoverato per alcuni dolori addominali. In quelle occasioni era stato ricordato dal presidente Zuma come il Nobel per la pace avesse sofferto in precedenza per alcune infezioni respiratorie, in gran parte causate dalla tubercolosi contratta durante gli anni di prigionia: l’esiziale lascito di una vita spesa per lottare in nome di diritti e libertà civili. Una guerra combattuta con la forza della parola e dell’integrità morale, ispirate dalla passione politica che infervora ed entusiasma, guidate da un ardito idealismo che, alla prova dei fatti, non si tira mai indietro. L’ardore e il coraggio che lo contraddistinguono, contribuendo a cambiare il suo paese, lo hanno reso grande. E indimenticabile.

LE BATTAGLIE DELLA GIOVINEZZA. Fin dalla più tenera età Mandela fu a contatto con il dispotismo e gli abusi dell’élite coloniale. Nato il 18 luglio del 1918 nel piccolo centro di Mvezo, nella regione di Transkei, Rolihlahla, il suo nome originario, fu costretto a trasferirsi con la famiglia nella località di Qunu dopo che le autorità bianche privarono il padre della carica di capo villaggio. Membro della famiglia reale della tribù Thembu, si nutrì della cultura e della storia della resistenza alla dominazione straniera che finirono per alimentare in lui una fervente ambizione all’autodeterminazione africana e nazionale.

Dopo la morte del padre, avvenuta per tubercolosi quando Rolihlahla aveva nove anni, fu adottato da Jongintaba Dalindyebo, il reggente della comunità Thembu. Su sua disposizione, fu battezzato alla chiesa metodista e fu il primo della sua famiglia a frequentare una scuola primaria, in seguito gli studi superiori e infine l’Università, presso il prestigioso College di Fort Hare. L’istruzione di stampo britannica non gli cambiò solo il nome: fu in questo periodo infatti che un insegnante decise di chiamarlo Nelson. Allo stesso tempo, contribuì ad alimentare il suo desiderio di libertà, in parte allontanandolo dalle radici tribali. Divenuto membro del Consiglio degli studenti, partecipò a un boicottaggio generale al fine di protestare contro le autorità universitarie che si rifiutavano di migliorare gli approvvigionamenti alimentari e a riconoscere maggiori poteri al gruppo rappresentativo degli studenti. I componenti del Consiglio rassegnarono così le proprie dimissioni: Mandela non fu da meno, attirandosi un’imputazione di insubordinazione che motivò la sua successiva espulsione dal college. Tornato a casa, si scontrò con il padre adottivo che, intanto, come dettavano le tradizioni tribali, gli aveva prospettato un matrimonio combinato. Mandela si rifiutò di sottostare al volere di Jongintaba e decise di partire alla volta di Johannesburg.

Nella grande città si improvvisò come sorvegliante in una miniera e poi come commesso mentre terminava gli studi per corrispondenza presso l’Università del Sud Africa. Successivamente si iscrisse a legge all’Università di Witwatersrand e poi di nuovo all’Università di Londra: ma non riuscirà ad ottenere la laurea in giurisprudenza fino al 1989 quando, durante gli ultimi mesi di prigionia, gli fu conferito il titolo in absentia dall’Università del Sud Africa attraverso una cerimonia svoltasi a Cape Town.

LA BATTAGLIA DELL’APARTHEID. Fu proprio durante gli anni universitari che Madiba partecipò sempre più attivamente al movimento di opposizione all’apartheid, la politica di segregazione razziale adottata dall’élite bianca sudafricana.

Le radici di quello che sarà definito crimine contro l’umanità dall’assemblea generale dell’ONU nel 1973 sono rintracciabili nelle pratiche oppressive adottate dai conquistatori olandesi che si stabilirono sul territorio nel 17° secolo: i residenti neri, privati delle loro terre e proprietà, furono costretti a lavorare come schiavi. Nel corso dei due secoli successivi, ondate di avventurieri e coloni francesi, britannici, olandesi, tedeschi, belgi, spagnoli, iniziarono a percorrere l’Africa, occupandola gradualmente. Tuttavia, all’inizio del 20° secolo il continente nero fu in gran parte controllato dall’impero di Londra, sotto la cui reggenza finì il Sud Africa, e la Francia. La corona inglese delegò l’amministrazione del territorio alla minoranza bianca, composta da britannici oltreché dagli afrikaner, in gran parte discendenti degli olandesi che si insediarono nell’Africa meridionale nel periodo precedente. Nonostante la politica di apartheid fosse stata ufficialmente implementata solo a partire dal 1948, misure segregazioniste erano state già adottate all’inizio del secolo in diversi aspetti della vita sociale, dalla proprietà della terra, passando per il sistema legale, fino a giungere alla redistribuzione della ricchezza. La società era divisa in categorie razziali immutabili: da questa suddivisione dipendevano un’insieme di regole discriminanti, atte a perpetuare un’inflessibile dominazione bianca. Erano proibiti i matrimoni misti, per salvaguardare la distinzione etnica. Era vietato l’accesso della popolazione nera a diversi centri urbani e aree agricoli e industriali. La ripartizione dei servizi sociali così come la qualità dell’istruzione fruibile nelle scuole era rigidamente controllata dalla minoranza al potere a cui era demandato il compito di amministrare finanziariamente le risorse pubbliche: per lunghi anni, a guidare il processo di gestione statale fu la stella polare dell’ineguaglianza redistributiva e della presunzione di superiorità razziale.

Così nel 1942, mentre imperversava il secondo conflitto mondiale, Mandela si unì al partito del Congresso Nazionale Africano (CNA). Al suo interno fondò, insieme ad un gruppo di giovani africani, la Lega giovanile del Congresso Nazionale. L’obiettivo ultimo era quello di trasformare il partito in un vero movimento di massa, capace di innestare i propri valori politici e civili nei vari comparti sociali. La lotta per l’uguaglianza, per la redistribuzione della terra, per la piena cittadinanza, per il riconoscimento di diritti sindacali, per un’istruzione obbligatoria e libera veniva combattuta con continui boicottaggi, scioperi, manifestazioni e atti di disobbedienza civile. Tuttavia, le diverse forme della protesta non violenta non sempre sortivano gli effetti sperati: così Madiba integrò ad esse azioni di sabotaggio e di guerriglia, attraverso il ramo armato del CNA da lui co-fondato, Umkhonto we Sizwe.

Una lotta impetuosa, continua, violenta, che gli valse nel 1964 il carcere a vita presso il penitenziario di massima sicurezza dell’isola di Robben. Celebre fu il suo discorso durante il processo: ‹‹ho combattuto contro il dominio bianca, e ho lottato contro il dominio nero. Ho sostenuto l’ideale di una società libera e democratica, in cui tutte le persone vivono in armonia e godono di pari opportunità. È un’ideale per il quale vivo e che spero di realizzare. E, se necessario, è un’ideale per cui sono pronto a morire››.

Gli anni di prigionia furono duri: ma anche in quella circostanza, Mandela continuò a difendere le proprie idee e a diffonderle. Difatti, dopo aver imparato a parlare l’Afrikaans e aver studiato la storia degli Afrikaner, iniziò a interagire con i propri carcerieri nella loro stessa lingua: cercò di ragionare con loro, di comprendere il loro punto di vista, spiegando il suo e quello del suo popolo. Le autorità della casa circondariale cambiarono spesso le guardie, temendo l’instaurarsi di una relazione affettiva con il recluso.

LE BATTAGLIE INTERNAZIONALI. Ventisette anni. Un intervallo temporale considerevolmente lungo. Soprattutto quando li passi tutti in galera. Ma mentre Mandela continuava la sua guerra dal carcere, al di là della piccola isola il suo popolo combatteva per lui e auspicava il suo rilascio. Nell’immaginario collettivo Madiba era ormai un martire, eroicamente sacrificatosi per una causa più importante della singola vita di un uomo. Le agitazioni per la sua liberazione crescevano, rafforzate dalle condanne espresse dalla comunità internazionale nei confronti della classe dirigente sudafricana.

A causa di pressioni domestiche e internazionali divenute insostenibili, il nuovo capo del governo Frederik Willem de Klerk dispose il rilascio del prigioniero, l’11 febbraio del 1990. In seguito, il partito del CNA fu riammesso a partecipare alla vita politica e parlamentare. Erano le prime brecce che avrebbero dato l’avvio al cambiamento della vita istituzionale sudafricana. Difatti, attraverso una serie di delicate consultazioni e negoziazioni il sistema dell’apartheid fu progressivamente smantellato così che, nel 1994, fu possibile indire libere elezioni democratiche. Come risultato, Mandela divenne il nuovo presidente del paese, all’età di 77 anni, dopo aver vinto un premio nobel per la pace nel 1993 insieme a de Klerk.

Provato nel fisico e nell’animo, continuò a spendersi per il benessere dell’intera collettività nazionale e internazionale, sponsorizzando le iniziative di diverse organizzazioni umanitarie: tra queste, un posto di rilievo è stato occupato dalla lotta contro l’AIDS, una delle principali piaghe che affliggono il continente. Significativa inoltre fu la creazione di un gruppo di leader mondiali tesa ad intervenire diplomaticamente nei diversi scenari di crisi globale per garantire il rispetto dei basilari diritti umani: al cosiddetto “gruppo degli anziani” hanno preso parte, tra gli altri, Desmond Tutu, Kofi Annan, Ela Bhatt, Gro Harlem Brundtland, Jimmy Carter, Li Zhaoxing, Mary Robinson and Muhammad Yunus.

Nell’esaminare i diversi contributi al miglioramento della condizione umana, il senso realista della misura tende ad offrire una visione scettica della loro effettiva efficacia. In un’analisi che si soffermi a valutare i cambiamenti occorsi nel lungo tempo, l’apporto fornito da grandi personalità finisce con l’essere giudicato spesso insufficiente e, a volte, inconsistente. E tuttavia, nonostante episodi di razzismo continuino a registrarsi frequentemente in Sud Africa, il messaggio di Mandela racchiude un valore inestimabile perché, nel risvegliare le coscienze, ha incoraggiato gli uomini a farsi artefici del mutamento. Arrivando alla fine ad ottenerlo. Certo è un mutamento non completo, dato che la strada da fare è ancora lunga. Ma l’importanza dell’impegno di Mandela risiede soprattutto nell’aver nutrito il convincimento che ‹‹sembra sempre impossibile, fino a quando non viene realizzato››.

Fonte Mediaxpress

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