Ragazzi jihadisti

pakistan_bambino suicidaFarooq, un giovane pakistano di 24 anni, era intento a suonare il rubab, uno strumento musicale simile al liuto, sull’uscio del suo negozio quando venne rimproverato da un gruppo di talebani locali: la musica, considerata proibita, fu un ottima ragione per giustificare la sua successiva cattura. Come ha spiegato il ragazzo all’emittente NPR, i miliziani lo sequestrarono e lo costrinsero ad unirsi alle file dei combattenti: ‹‹mi dissero che le forze armate pakistane costituivano un pupazzo nelle mani degli Stati Uniti. Per questo motivo dovevamo combatterle, ingaggiando una guerra santa contro di esse››.

La storia di Farooq è simile a quella di migliaia di giovani, adolescenti e bambini prelevati, spesso coattivamente, dalle loro case, convinti a battersi per una causa di cui prima non hanno mai sentito parlare e della cui legittimità è stato insegnato loro a non dubitare mai. Nei campi di addestramento jihadisti, attraverso letture fondamentaliste, lezioni spacciate per insegnamenti tratti dal Corano, prediche radicali, video di violenze e abusi ai danni di uomini e donne musulmane sono ideologicamente indottrinati ed addestrati: viene detto loro che la strada per il paradiso passa per la lotta all’infedele e, in breve, sono trasformati in aspiranti attentatori suicidi. Bombe umane che, cariche di esplosivo, si lasciano detonare nei pressi di una scuola, di un edificio pubblico, di un cento di polizia. Mietendo ogni volta decine di vittime.

ARRUOLAMENTO. In maggioranza sono ragazzi la cui età oscilla fra i 12 e i 18 anni. Spesso a digiuno di informazione ed istruzione, vivono in zone tribali dove la mancanza di Tv e Internet è la regola. La radio, il mezzo di comunicazione più diffuso, è dominata dai miliziani che la utilizzano per diffondere un messaggio di guerra, impregnato di fondamentalismo religioso.

Molti di questi giovani non sanno dove geograficamente si trovino gli Stati Uniti: ignorano cosa sia l’11 settembre. Ne sentono parlare la prima volta nelle madrase, dove si recano per studiare a causa della scarsezza di scuole pubbliche. In esse tuona e rimbomba una retorica anti-statunitense che, tuttavia, non sempre attecchisce, almeno all’inizio: difatti, non tutti si lasciano convincere da questa “propaganda anti-imperialista”, mostrando perplessità sulla fondatezza del conflitto. Ma poi, il bombardamento continuo dei droni e la distruzione conseguente dei villaggi intervengono, diradando ogni ragionevole dubbio. Come riferito da un aspirante suicida: ‹‹fummo invitati da un gentile signore che viveva nel nostro villaggio da circa due mesi a fare un piccolo viaggio: ci voleva mostrare una casa distrutta dall’attacco di un drone statunitense. Il bombardamento aveva ucciso donne e bambini. La vista ci spaventò››.

Ai ragazzi viene consigliato di non raccontare nulla ai propri parenti e di entrare a far parte delle file dei miliziani. Il loro arruolamento e il loro silenzio viene motivato con l’esigenza di garantire protezione e sicurezza alle proprie famiglie. Così, più che sentimenti religiosi e ideali di crociate globali, è spesso la forza della paura che viene adottata per smuovere le coscienze di bambini e adolescenti. Paralizzate dal terrore, le loro menti divengono sempre più malleabili e manipolabili. In questo, i talebani sono favoriti dall’isolamento delle zone tribali, che le rende più accessibili e influenzabili.

Ovviamente il leitmotiv tradizionale non viene abbandonato. Nei campi di addestramento viene delineata loro una narrativa polarizzante, in cui gli Stati Uniti sono il nemico dell’Islam e l’alleato del governo ufficiale pakistano. L’eliminazione dell’infedele viene presentata come la volontà di dio. Il loro sacrificio come strumento del volere di dio. In tale contesto, il martirio viene lodato e la bellezza delle vergini in attesa in paradiso è enfatizzata e decantata.

Mubarak Ali è stato reclutato da un militante all’uscita dall’Università. Ali ha raccontato alla BBC che spesso l’uomo si trovava nei pressi dell’edificio, stringendo amicizia con gli studenti: ‹‹anche io gli divenni amico. Abbiamo avuto molte discussioni sull’Islam e sull’invasione statunitense dell’Iraq e dell’Afghanistan. Sapeva come convincere le persone. Mi fece cambiare idea. Iniziai a credere in lui e nella prospettiva del paradiso in cambio del mio sacrificio››.

RIABILITAZIONE. Non sempre l’attacco riesce. Alcune volte gli agenti sventano gli attentati, neutralizzando i loro esecutori. Questi vengono poi condotti in appositi centri di riabilitazione, come quelli nel distretto di Swat, realizzati con donazioni internazionali e il sostegno delle forze di sicurezza. In essi, viene offerto alle vittime supporto psicologico e religioso: membri del clero infatti spiegano ai ragazzi come l’Islam vieti il suicidio e l’assassinio di persone innocenti. Allo stesso tempo, si insegna loro l’utilizzo del computer, di alcuni software informatici, di internet. Molti imparano un mestieri, come idraulico, muratore, elettricista. Ma, ancora più importante, viene estirpata dalle loro teste quella infiammata retorica estremista che li aveva addomesticati: cambiati, possono così far ritorno alle proprie case, divenendo parte integrante e attiva nel processi di miglioramento della comunità di appartenenza.

Secondo gli analisti, l’arma del attentato suicida è molto utilizzata dato che, attraverso di essa, è possibile causare a basso costo un elevato numero di vittime: in tal senso, si dimostra vantaggiosa per i contendenti più deboli, in termini di risorse, nel contesto di un conflitto asimmetrico. Questo tipo di agguato genera paura, ansia, confusione e instabilità all’interno della collettività, garantendo un maggiore copertura della stampa e quindi una maggiore visibilità. Naturalmente, il pericolo di alienarsi il consenso della società domestica sussiste: per questa ragione, prima di porre in esecuzione questa tattica bisogna instillare nella coscienza delle persone il convincimento della legittimità di tali pratiche. In modo da ottenere da un lato sostegno passivo, nella forma di giustificazione degli attacchi; dall’altro, sostegno attivo, nella forma di partecipazione concreta alla lotta.

Finora gli attentati suicidi si sono dimostrati l’arma più efficace in mano dei pakistani talebani contro le forze militari del paese. Circa 350 attacchi sono stati realizzati dal 2002.

Fonte MediaXPress

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