Bolivia, i ragazzi di San Pedro

san pedro carcereUna 12enne è rimasta in cinta dopo essere stata ripetutamente violentata nel carcere di San Pedro in Bolivia. Un’accusa che il direttore del servizio penitenziario boliviano, Ramiro Llanos, ha mosso nei confronti del padre e dello zio della vittima, ritenuti responsabili di un abuso durato 4 anni e culminato in una gravidanza indesiderata. I sospettati hanno contestato l’imputazione, dichiarandosi pronti a effettuare il test del DNA per dimostrare la loro innocenza.

Secondo LLanos, il tragico evento rappresenta la classica “goccia che ha fatto traboccare il vaso”. Da tempo infatti la situazione in questa prigione di La Paz è divenuta ingestibile: senza la presenza di un corpo di guardie che pattugli per garantire il controllo dell’ordine interno e della sicurezza, i reclusi si dedicano indisturbati ai propri crimini. Così le violenze e gli abusi aumentano, divenendo una prassi, una consuetudine a cui adeguarsi. Dato l’ambiente pericoloso che si è creato nella casa circondariale, il governo ha maturato la decisione di sospendere in via definitiva l’ingresso di nuovi detenuti: gli attuali inquilini del penitenziario verranno in parte trasferiti e in parte rilasciati nei prossimi anni.

UN CARCERE SPECIALE. Se si da un’occhiata su alcune riviste turistiche, è possibile trovare indicazioni e suggerimenti per coloro che vogliano conoscere dall’interno San Pedro. Tempo fa, infatti, questo complesso ha rappresentato uno dei luoghi turistici più strani al mondo: dietro il pagamento di un biglietto d’ingresso dal valore di 26 euro era possibile fare un tour fra le celle, conoscere i prigionieri e consumare la pregevole cocaina prodotta tra le mura della galera. Un’idea che fu elaborata da un britannico nato in Tanzania, Thomas McFadden, il quale vi soggiornò come detenuto dal 1996 al 1999: ne nacque un’inusuale compagnia di viaggio, che offriva visite guidate e possibilità di pernottamento.

Originariamente concepito per ospitare 600 reclusi, in base alle ultime stime il carcere ne conta ormai più di 2.400. Quest’ultimi possono essere considerati come i residenti di una città unica nel suo genere, interamente sviluppata all’interno di un perimetro protetto. La prigione è divisa in otto settori, distinti fra quelli più poveri e quelli più ricchi. Affittare una cella nellussuoso quartiere di “La Posta” può arrivare a costare anche dai 1.000 ai 1.500 dollari: queste infatti, dotate di cucina, bagno privato, televisore satellitare e, a volte, una Jacuzzi, sono accessibili solo agli abitanti più facoltosi. Diversamente, la maggior parte della comunità sopravvive in celle condivise, pericolosamente sovraffollate e fatiscenti. Nell’istituto di pena, ognuno deve lavorare per garantire il proprio sostentamento: c’è chi fa il parrucchiere, chi gestisce un negozio di alimenti, chi è responsabile di un bar, chi lavora nei laboratori per la produzione degli stupefacenti destinati alla commercializzazione esterna, chi si dedica a estorsioni e rapine a danno degli altri carcerati.

I detenuti sono lasciati liberi di regolare le proprie dispute e di introdurre le proprie leggi: senza l’interferenza delle forze di sicurezza, si auto-governano. Con dubbi risultati: difatti, frequenti sono i regolamenti di conti e diversi sono i decessi, dichiarati come accidentali, che avvengono regolarmente ogni mese.

GIOVENTU’ DIETRO LE SBARRE. Come riferisce la testata boliviana Cambio, in base ai dati rilasciati dalle autorità penitenziarie sono circa 2.100 i bambini che vivono in carcere con i propri genitori. La legislazione penale consente a minori di età inferiore ai sei anni di seguire i propri parenti quando non hanno nessun’altro posto in cui andare: si ritiene infatti che in galera possano godere di maggiore protezione e sicurezza quando l’alternativa consiste in un’esistenza di stenti e solitudine lungo strade povere e malfamate. Tuttavia, la vita all’interno del penitenziario è minacciata da pericolose insidie.

Il caso della 12enne stuprata non è certo un’eccezione. Come riferisce Llanos, sono già pervenute cinque denuncie di abusi e violenze a sfondo sessuale: e molti altri casi potrebbero essere stati occultati, dato che spesso il silenzio delle vittime viene estorto con le minacce di rappresaglie o pagato con il denaro.

Nonostante la normativa vigente, circa il 43% del totale dei minori “detenuti” ha superato il limite di età consentito. I ragazzi che crescono a San Pedro come negli altri istituti di pena sono quotidianamente a contatto con criminali di ogni tipo: omicidi, narcotrafficanti, ladri, stupratori. Condividono con gli adulti un mondo dove domina la lotta per il potere, dove il consumo eccessivo di alcol e l’uso di droga non rappresentano reati. Fin dalla più tenera età sono oggetto di violenze fisiche oltreché psicologiche. Escono da questo luogo malsano per recarsi ai centri di istruzione costruiti nelle vicinanze. Ma poi vi fanno ritorno, per lavorare a fianco dei genitori o, in altri casi, per essere formati in un altro tipo di scuola: quella delinquenziale. Difatti, adattandosi al difficile contesto carcerario, non riescono più a distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato: l’unica aspettativa di vita diventa quella all’interno delle mura della casa circondariale e l’unica impronta da seguire quella dei propri parenti reclusi.

In passato il governo boliviano cercò di dividere i genitori incarcerati dai propri figli innocenti, impedendo a quest’ultimi di continuare a vivere nel penitenziario di San Pedro. Ma il provvedimento fu ritirato, in seguito ad uno sciopero della fame realizzato dai detenuti e durato una settimana.

Fonte MediaXPress

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