Indonesia, salvare la natura inquinandola

deforestazione_Indonesia

Da un paio di giorni il cielo di Singapore è divenuto grigio e spento. Non si tratta semplicemente delle polveri sottiliprodotte dalla normale attività del suo centro industriale. La responsabilità della contaminazione dell’aria è imputata all’illegale processo di disboscamento che prosegue, da tempo, nella vicina Indonesia: gli alberi vengono bruciati per fare spazio alla coltivazione industriale del suo olio di palma, esportato in tutto il mondo.

Il livello di inquinamento ha superato la soglia di allerta al punto che il governo della città-stato ha suggerito ai cittadini di rimanere a casa: ‹‹date le condizioni, è consigliabile che i bambini, le persone più anziane e coloro che sono affetti da malattie cardiache e respiratorie limitino la propria esposizione all’aperto››, ha chiarito in un comunicato l’agenzia nazionale per l’ambiente. Secondo fonti locali, il persistente fumo acre ha disturbato anche le persone in metropolitana o in uffici dotati di aria condizionata.

Situazione simile si è verificata in sei diverse aree della Malesia, due delle quali nello stato di Malacca: in base ai dati rilasciati dall’indice di contaminazione dell’aria, il livello di inquinamento nell’atmosfera ha oscillato fra i 101 e 129 punti, al di sopra della soglia massima consentita 50-100, considerata come moderata. Anche le autorità malesi hanno individuato nella deforestazione incontrollata indonesiana la causa principale del fenomeno. Gli incendi, appiccati durante la stagione asciutta (da giugno a settembre), hanno prodotto ceneri e fumo che sono poi stati trasportati in direzione di Singapore e Malesia dai venti che spirano da occidente.

FORESTE IN FIAMME. La crescente domanda mondiale di olio di palma ha costituito uno dei fattori dell’ascesa economica indonesiana. Come informa GreenPeace, le ultime stime indicano che questa tenderà a raddoppiare entro il 2020 e a triplicare prima del 2050. L’importanza di tale bene primario risiede nelle multiproprietà della pianta che lo produce: utile per la preparazione di alimenti, dalla margarina al cioccolato, passando per la crema di formaggio, in seguito è stata adottata per la realizzazione di cosmetici e bio-carburanti. Non solo. Come riferisce il World Watch Institute, un ulteriore beneficio economico è rintracciabile nella particolare qualità dell’albero tropicale che, una volta piantato, è in grado di produrre per più di 30 anni: un investimento proficuo se si pensa che nel primo decennio del nuovo secolo le esportazioni indonesiane di olio di palma sul mercato internazionale sono cresciute del 27% ogni anno (circa 11 milioni di tonnellate).

Tuttavia, i flussi di denaro che generosamente irrorano le casse dello stato e dell’imprenditoria privata hanno un loro contraltare: negli ultimi 50 anni, più di 70 milioni di ettari sono andati distrutti, incendiati per fare posto alle profittevoli coltivazioni. Il continuo disboscamento ha comportato un aumento esponenziale delle emissioni di CO2, il dislocamento forzato delle comunità locali e l’eliminazione di molte specie a rischio di estinzione, come l’orangutango del Borneo e di Sumatra: in particolare, come segnale il WWF, l’abbattimento delle piante e lo sviluppo di nuove piantagioni su scala industriale ha determinato una frammentazione della foresta, facilitando il lavoro dei bracconieri e incentivando il traffico illegale di animali. Ne è derivata una pericolosa minaccia alla biodiversità, che ha per oggetto anche insetti, rettili, uccelli e i microorganismi del suolo.

Più recentemente, a favorire le coltivazioni sono state: da un lato, la crisi alimentare del 2008, che ha spinto gli agricoltori a specializzarsi in questo tipo di attività dopo l’aumento del prezzo dell’olio; dall’altro, l’impegno da parte di numerosi governi di dedicarsi alla vendita di bio-carburanti, propagandati come una veloce soluzione per contrastare le emissioni di gas serra. Tuttavia, afferma GreenPeace, la realizzazione di questi bio-combustibili può essere di fatto più inquinante dell’utilizzo dei normali carburanti attualmente in circolazione.

GLOBAL WARMING. Secondo gli esperti climatici, il disboscamento delle foreste tropicali occupa un ruolo significativo nel processo di riscaldamento globale: ad essa infatti è attribuibile circa il 20% delle emissioni inquinanti mondiali. Non solo le grandi imprese ma anche piccoli proprietari preferiscono tagliare gli alberi e bruciare il terreno, destinandolo alla coltivazione della palma da olio. In fondo, il mercato dei bio-diesel è in crescita costante: solo nell’Unione Europea si ritiene che entro il 2020 il 10% del carburante venduto sarà di origine vegetale.

Tuttavia, la continua espansione delle piantagioni ha raggiunto anche i terreni torbosi, cioè quelli caratterizzati dalla torba, un combustibile fossile costituito dai resti decomposti di erbe, acqua e sostanze minerarie di differente tipo. Quando ciascun ettaro viene drenato e incendiato può arrivare a rilasciare tra le 3.750 e le 5.400 tonnellate di anidride carbonica lungo un periodo di 25 anni: e, finora, è stato dato fuoco a non meno di 22.5 milioni di ettari di terreno torboso indonesiano. Difatti, sottolinea GreenPeace, l’Indonesia è il terzo principale responsabile di gas serra a livello globale, dopo Stati Uniti e Cina.

Gli ambientalisti hanno salutato con relativa gioia il provvedimento introdotto dal presidente Susilo Bambang Yudhoyononel maggio di quest’anno, finalizzato a salvaguardare le foreste tropicali dall’estensione progressiva delle piantagioni. Relativa perché temono che possa essere prematura, considerati gli scadenti risultati ottenuti in passato da disposizioni simili: la prima moratoria, introdotta nel 2011, fu infatti un fallimento, dati i diversi cavilli a cui si appigliarono le multinazionali per rendere inefficace la sua effettiva implementazione.

Fonte MediaXPress

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