La protesta delle ex-schiave sessuali

sex slavery

La settimana scorsa, le dichiarazioni del sindaco di Osaka, Toru Hashimoto, hanno generato lo sconcerto e l’indignazione di migliaia di donne che furono soggette ad abusi sessuali durante il secondo conflitto mondiale. Sottratte alle proprie famiglie, giovani sudcoreane, filippine, taiwanesi, cinesi, indonesiane e olandesi furono costrette dall’impero del sol levante a prostituirsi per concedere ristoro e alleviare le sofferenze dei soldati giapponesi impegnati nelle ostilità. Secondo i dati raccolti dalle organizzazioni umanitarie, nel periodo che intercorre fra il 1932 e il 1945, furono tra le 80.000 e le 200.000 le vittime di un sistema organizzato di schiavitù pensato per risollevare il morale delle truppe e garantire una loro migliore performance in battaglia.

Hashimoto, membro e fondatore del partito nazionalista della Restaurazione Giapponese, aveva affermato che in guerra, in una situazione di costante rischio di morte, le “donne di conforto” rappresentarono una necessità finalizzata a concedere riposo e relax alle forze armate. L’esecutivo conservatore guidato da Abe Shinzo aveva immediatamente contestato le affermazioni del parlamentare all’opposizione e, nella giornata di venerdì, ha fatto passare una risoluzione in cui ha ribadito la sua posizione ufficiale rievocando l’atto di scuse del 1993: in quell’occasione, Tokyo decise di riconoscere i soprusi e le violenze perpetrate dall’impero giapponese ai danni di donne asiatiche ed europee, imprigionate in bordelli militari per soddisfare le esigenze fisiche delle truppe.

Le parole di Hashimoto hanno scatenato una dura reazione di rabbia e sgomento, espressasi in manifestazioni di protesta nelle strade della città di Osaka. Tanta la solidarietà mostrata nei confronti delle vittime, scese in piazza per ribadire il proprio sdegno contro esponenti politici che sembrano accondiscendere a terribili violazioni dei diritti umani. Diversamente, il parlamentare nazionalista ha sostenuto di riconoscere le atrocità commesse in passato, aggiungendo però che anche statunitensi, francesi, britannici, tedeschi e sudcoreani si macchiarono di tali abusi, utilizzando le donne come mero strumento di piacere e sollievo.

LE DONNE DI CONFORTO. Con il termine giapponese jugun ianfu si suole indicare quelle donne che furono obbligate a prostituirsi in appositi bordelli creati e amministrati dalle forze nipponiche nei territori occupati: dei centri del sesso, che offrivano un lenitivo alle asprezze che i soldati dovevano sopportare nel difficile contesto della guerra. Inizialmente, furono reclutate donne consenzienti e maggiorenni, con esperienza alle spalle. Tuttavia, in seguito, il successo della pratica convinse le autorità a espanderla in maniera sistematica ed organizzata: nacquero così veri e propri campi di sfruttamento sessuale, in cui vennero deportate migliaia di giovani straniere, adolescenti ma anche ragazzine, quotidianamente sottoposte ai più svariati vizi e desideri delle truppe d’occupazione.

In base alle testimonianze raccolte, le vittime vivevano in locali piccoli, sporchi, in pessime condizioni igienico-sanitarie. Malnutrite, erano forzate ad offrire prestazioni sessuali da 5 a 20 volte al giorno, per almeno 5 giorni alla settimana. Uno stratagemma adottato dai vertici militari per concedere sfogo fisico alle unità combattenti e per controllare la loro attività sessuale, impedendo la diffusione di malattie veneree: difatti, sottolineano gli esperti, questi “centri di conforto” erano chiusi una volta a settimana al fine di consentire visite di ispezione e controllo dei medici.

Il regime di degradante schiavitù sessuale al quale furono asservite le donne segnò, anche al termine delle ostilità, la loro vita. Non solo fisicamente, dato che i continui abusi finirono per provocare malattie veneree, sterilità e aborti spontanei. Ma anche psicologiche e sociali: condizioni di stress post-traumatico furono accompagnate dall’ostracismo a cui furono sottoposte una volta fatto ritorno a casa, condannate dalla famiglia e dalla società d’appartenenza a portare l’appellativo di “sgualdrina”.

Al termine del secondo conflitto mondiale, come in Europa con il tribunale di Norimberga si giudicarono i crimini commessi dal terzo Reich, così in Asia con il tribunale di Tokyo, il Giappone fu messo davanti alle proprie colpe. E tuttavia, la responsabilità delle violenze commesse ai danni delle donne del sud-est asiatico, rapite, comprate, minacciate e ingannate dall’impero nipponico per essere trasformate in oggetti del sesso, non furono attribuite al governo né alle alte gerarchie militari. Questo fino all’inizio degli anni novanta quando le testimonianze pubbliche delle vittime, le continue richieste di risarcimento danni e, soprattutto, il rinvenimento di documenti ufficiali ad opera dello storico Yoshiaki Yoshimi negli archivi del ministero della Difesa non hanno cambiato la situazione: l’èlite politica dovette riconoscere la partecipazione e la promozione dei campi di prostituzione ad opera dell’apparato amministrativo e militare. L’assunzione di responsabilità è stata poi seguita dalla formale dichiarazione di scuse del 1993, sebbene Tokyo si ostini a non rispondere ad alcuna imputazione di carattere penale dato che, dal suo punto di vista, non avrebbe violato le leggi internazionali: secondo le autorità nipponiche, non solo il Giappone non ha firmato disposizioni legislative che vietino i reati attribuitegli ma, al contempo, ha dichiarato di non riconoscere l’autorità giudiziaria di un organo, le Nazioni Unite, per fatti accaduti precedentemente alla sua istituzione.

Fonte MediaXPress

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