L’ordine dei templari messicano

narcotraffico

Il governo federale ha predisposto una nuova strategia per affrontare la criminalità organizzata che domina il territorio dello stato di Michoácan. Generose iniezioni monetarie saranno accompagnate da un’assistenza logistica più sistematica e da un addestramento più rigoroso dei novizi che riempiranno le file dei reparti della sicurezza locale.

Come ha riportato il quotidiano nazionale El Universal, le truppe stanziate nella regione vi rimarranno fin quando l’intera area non sarà pacificata. Come ribadito questo martedì durante la conferenza sulla sicurezza nazionale nella città di Morelia, il processo di militarizzazione, dettato da un’attitudine radicalmente intollerante nei confronti dei cartelli della droga, sarà levigato da una serie di misure finalizzate a promuovere lo sviluppo rurale e, più in generale, un miglioramento delle condizioni economiche e sociali degli abitanti dello stato messicano.

Con questo nuovo approccio adottato nella guerra al crimine organizzato si auspica di conseguire migliori risultati rispetto alla strategia del silenzio implementata precedentemente. Difatti, come scrive la rivista Proceso, anche se il basso profilo, che aveva caratterizzato le operazioni passate, ha portato all’indebolimento dei Cavalieri Templari con l’uccisione di uno dei sui leader, Dionisio Loya Plancarte, il conflitto e le violenze a esso associate sono lungi dall’estinguersi.

I CARTELLI DI MICHOÁCAN. Nella regione sono attive diverse associazioni criminali che rivaleggiano per l’egemonia sul territorio e il predominio dei traffici illeciti: in particolare, a fare gola è il monopolio della produzione e commercio della droga, con il totale controllo delle rotte di trasporto delle sostanze stupefacenti. Secondo gli analisti, recentemente il gruppo che si staglia preponderante sugli altri è quello dei Cavalieri Templari. Narcotraffico, estorsioni, sequestri, rapine forniscono le risorse finanziarie necessarie ad alimentare il potere locale del cartello la cui autorità è così riconosciuta e temuta sul territorio che anche l’avvio o l’esercizio delle attività economiche legali altrui sono sottoposti alla loro approvazione. Come segnala il giornalista Alberto Nájar in un servizio per la BBC, ‹‹essi decidono chi può raccogliere limoni e avocadi, chi può vendere l’acqua e il latte in bottiglia. Allo stesso modo, sono loro ad imporre i prezzi di carne e vegetali››: un intervento diretto nell’economia da parte di uno stato, criminale ma autorevole, che vive all’interno di un altro, legale ma debole.

Le origini de Los Caballeros Templarios devono essere rintracciate in un altro cartello più grande, quello della Familia. Quest’ultimo sorse nello stato di Michoácan come reazione violenta all’associazione dei Los Zetas che, a partire dal 2003, stavano allargando il loro controllo nella regione in cui si dedicavano, in maniera sempre più sistematica e organizzata, alla produzione e allo spaccio di metamfetamina. La Familia ingaggiò una sanguinosa lotta contro i militanti rivali: il richiamo all’appartenenza regionale e una roboante retorica insurrezionale, tinteggiata con accese venature messianiche ed evangeliche, accrebbe le file della Familia che, alla fine, riuscì ad espellere i Los Zetas dalla zona, divenendone di fatto il leader incontrastato. Da quel momento, iniziò ad agire come l’unica autorità legittimata ad esercitare il potere amministrativo e giudiziario nell’intero stato. Ma, allo stesso tempo, divenne uno dei principali nemici del governo ufficiale. Ne derivò uno scontro violento, senza posa, fra le forze del potere legale e le forze di quello illegale: in una delle tante battaglie che lo animò, perse la vita il capo dell’organizzazione, Nazario Moreno Gonzalez. A seguito della sua morte, la Familia si dissolse e, dalle sue ceneri, nacquero i Templari della droga.

Guidato da Servando Gómez Martínez il gruppo, che nel nome vuole ricordare l’antico ordine mistico, ha presso possesso della maggioranza delle attività gestite dalla Familia. Racket, estorsioni, sequestri figurano come voci nel bilancio di questa società criminale. Tuttavia, a rappresentare la maggiore fonte di introito è il traffico di droga. Sfruttando le reti di contatti lasciategli in eredità, il gruppo ha conservato proficue relazioni con interlocutori in Olanda, India, Cina, Bulgaria, garantendosi così una distribuzione internazionale della metamfetamina. I proventi vengono poi investiti, in parte, in programmi di aiuto sociale alla popolazione, nella costruzione di infrastrutture per la comunità, nella corruzione di giudici, poliziotti e politici locali: il tutto per coagulare attorno a sé omertà, connivenza e consenso.

Il crescente volume d’affari e l’esigenza di perpetuare il proprio dominio nello stato di Michoácan hanno spinto i cavalieri a fare continua campagna per nuovi adepti. E nel processo di arruolamento hanno assunto un’importanza significativa l’indottrinamento ideologico e i simboli di appartenenza al gruppo. Per realizzare il primo, i vertici hanno stilato e diffuso un codice, il cosiddetto Código de los Caballeros Templarios de Michoacán: un insieme di regole elencate in un libretto che vuole rievocare i principi di disciplina e d’onore a cui erano sottoposti i membri dell’ordine militare e religioso che operava in Palestina. Per quanto riguarda i secondi, esemplificativo è il vestiario: sono state distribuite magliette e camicie con il logo del gruppo stampato sulla schiena o sul petto.

La guerra frontale contro il crimine organizzato, intrapresa dall’ex-presidente Felipe Calderón nel dicembre del 2006, costò al paese 70.000 vittime. Accanto al dispiegamento di nuove unità, circa 5.000 secondo fonti vicine alle autorità, l’esecutivo di Peña Nieto ha ribadito la necessità di un coordinamento centralizzato e di un comando unificato di tutte le forze di sicurezza, locali e federali. Inizia così la nuova stagione di una battaglia lunga e logorante che, oltre a mietere vite, ha ormai ferocemente annientato qualsiasi ottimistica speranza di pace.

 Fonte MediaXPress

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