El Salvador, la guerra delle bande

pandillas

Durante un conferenza stampa tenuta in carcere, i leader di alcune gang salvadoregne hanno avvertito che la decisione adottata dalla Corte suprema venerdì scorso potrebbe incrinare la tregua raggiunta un anno fa. I giudici hanno disposto la destituzione degli ex-militari David Mungía Payés e Francisco Salinasdalle cariche di, rispettivamente, ministro della Sicurezza e capo della polizia, poiché, secondo la legge, tali incarichi pubblici possono essere attribuiti solamente ai civili.

La sentenza è stata criticata dagli esponenti delle due più potenti organizzazioni criminali del paese, Barrio 18 e Mara Salvatruchas, essendo ritenuta rischiosa per il cessate il fuoco raggiunto fra di esse nel marzo del 2012 e di cui fu grande promotore proprio l’ex generale David Mungía Payés. Commentando la presa di posizione dell’apparato giudiziario, i portavoce delle due gang hanno ribadito la loro volontà a proseguire gli sforzi di dialogo e collaborazione, auspicando che i due nuovi funzionari, ancora da nominare, siano capaci di svolgere il difficile compito che verrà loro assegnato.

LAS PANDILLAS. Sono le bande criminali nate durante gli anni ottanta nei quartieri poveri di Los Angeles, negli Stati Uniti. È qui che giunsero schiere di immigrati clandestini e rifugiati politici in fuga dalla guerra civile che infuriò nel Salvador dal 1979 al 1992.

Le elezioni fraudolente del 1977 avevano assegnato le redini del paese al generale che, di lì a poco, sarebbe stato detronizzato e sostituito da una nuova giunta militare. Scoppiò un sanguinoso conflitto fra l’esercito regolare e le forze rivoluzionarie: militanti marxisti e cattolici combatterono fianco a fianco in una guerra di guerriglia che si inseriva in un contesto più ampio e destabilizzante, quello della guerra fredda. Difatti, nel 1979 le forze sandiniste, di matrice marxista, avevano esautorato la reggenza di Somoza in Nicaragua, conquistando il potere politico. Si temeva un epilogo simile nel vicino stato salvadoregno: armi e assistenza finanziaria giungevano da Managua a sostegno degli sforzi rivoluzionari delFrente Farabundo Martí para la Liberación Nacional, un organizzazione che dominava le aree rurali del paese e che riuniva pressoché tutta l’opposizione salvadoregna al regime autoritario. Generosi furono gli interventi finanziari, logistici e di intelligence statunitensi in favore della destra militare di San Salvador: con la presidenza del repubblicano Ronald Reagan, iniziata nel 1980, gli avvenimenti centroamericani furono nuovamente letti con la lente d’ingrandimento dell’equilibrio bipolare e della minaccia sovversiva comunista.

Il conflitto lasciò dietro di sé una scia di sangue e terrore. I civili iniziarono a scappare, abbandonando le proprie case, spostandosi da una città all’altra e, successivamente, trovando rifugio in terra straniera. In molti ripararono negli Stati Uniti, irrorando le strade della California e popolando i quartieri poveri di Los Angeles. Diverse erano le pandillas attive nella città: tra le più potenti figurava Barrio 18, creata negli anni sessanta e composta soprattutto da messicani. Come reazione alle violenze, molestie e abusi di queste organizzazioni nacque, nella decade degli ottanta, la Mara Salvatrucha (MS13), i cui membri, di origine centroamericana, erano principalmente salvadoregni. Tante erano le attività illegali che davano sostentamento finanziario a questi gruppi: estorsioni, rapine, traffico di stupefacenti.

Terminata la guerra civile nella regione centroamericana, molti giovani, affiliati alle due gang e arrestati per i crimini commessi, furono espulsi dal paese ed estradati in patria. In un contesto socio-economico dissestato e instabile, politicamente lacerato e privo delle minime garanzie di sicurezza, le bande trovarono terreno fertile per traslare ed espandere quella cultura criminale nata all’esterno dei confini nazionali. Approfittando della povertà diffusa, del disagio e della mancanza di concreti sbocchi occupazionali, queste reti criminali si sono diffuse, accogliendo ogni anno un numero crescente di giovani adepti. La guerra esplosa fra Barrio 18 e Mara Salvatruchas per il controllo dei traffici illeciti e gli scontri continui con le forze di sicurezza hanno mietuto numerose vittime: secondo i dati raccolti dalle Nazioni Unite, nel 2011 sono morte 4.308 persone, con un tasso di 69,2 ogni 100.000 abitanti. Come riporta l’Economist, nei primi due mesi del 2012 sono stati registrati 14 decessi per omicidio al giorno.

LA TRASFIGURAZIONE IN ATTORI POLITICI. Attraverso la mediazione della Chiesa cattolica e di Raúl Mijango, ex consigliere alla difesa, le due formazioni criminali hanno deciso, nel marzo dello scorso anno, di firmare un cessate il fuoco. Una tregua, che ha contribuito a una riduzione sensibile del numero di vittime e che è stata pagata con la concessione, da parte del governo diretto dal presidente Mauricio Funes, di migliori condizioni carcerarie.

Secondo Douglas Farah, ricercatore del Center for Strategic and International Studies, l’accordo raggiunto fra l’esecutivo e le due organizzazioni, pur avendo permesso una riduzione del numero di morti ammazzati, ha attribuito una serie di privilegi alle alte gerarchie delle due formazioni criminali: non più in isolamento, attraverso telefoni e visite in prigione, i leader hanno ristabilito la propria rete di contatti e riassunto il pieno comando delle operazioni. Ora più consapevoli che il controllo del territorio e una forte coesione interna li rendano maggiormente capaci di estorcere migliori concessioni dallo stato, hanno iniziato a sostenere la candidatura, locale e nazionale, di politici amici in cambio di protezione e della possibilità di influenzare la loro agenda pubblica. Il loro potere di contrattazione si è rafforzato e la loro capacità di mobilitazione delle proprie risorse materiali è divenuta più sofisticata.

In diverse occasioni il governo ha ribadito la sua estraneità al processo di pacificazione, sostenendo che non sarebbe mai giunto al punto di trattare con i criminali né tantomeno di fare concessioni.

Fonte MediaXPress

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