Argentina, la guerra di Cristina

clarin_kirchner

Un conflitto lungo, logorante, di posizione. Reciprocamente trincerati dagli attacchi del nemico, seguita ormai da anni lo scontro fra i due principali poli di potere del paese. La Casa Rosada ha fatto ricorso alle sue armi, legislative, politiche e finanziarie, per indebolire il gruppo Clarín, uno dei più grandi conglomerati mediatici dell’intera America Latina e strenuo oppositore della dirigenza kirchnerista. Nel 2009, l’approvazione della legge sui mezzi di comunicazione era stata salutata dall’esecutivo come uno strumento per democratizzare un mercato audiovisivo monopolizzato. Per converso, l’iniziativa fu considerata dall’opposizione come un modo per irrobustire il controllo statale sulla libera informazione e per indebolire una delle più impetuose e autorevoli voci dissenzienti del paese. In particolare, a essere pensata contro la prima impresa editoriale nazionale fu soprattutto una clausola prevista dal provvedimento, che riduceva il numero di licenze accumulabili da 24 a 10: il Clarín avrebbe dovuto cedere i suoi canali e frequenze, spiegavano i vertici, vendendoli a prezzi non competitivi. Il giornale si difese adottando una misura cautelare che sospese l’applicazione della norma fino al dicembre scorso. In aprile, una corte d’appello si è pronunciata sostanzialmente a favore del quotidiano, ritenendo la riforma esagerata e arbitraria.

A quel punto, si è cercato di colpire il gruppo su un terreno diverso: all’inizio di questo mese, alcuni esponenti della maggioranza hanno presentato un progetto di legge per consentire allo stato di appropriarsi del controllo di Papel Prensa, l’unica fabbrica di carta per periodici in Argentina. L’azienda è attualmente posseduta per un 49% dal Clarín, per un 22% dal quotidiano La Nación (anch’esso critico nei confronti di Cristina) e per il 28% dal governo. La misura legislativa autorizzerebbe l’esecutivo a procedere all’espropriazione del 24% delle azioni possedute dai gruppi privati, portando dal 28 al 52% la sua partecipazione azionaria e realizzando di fatto una nazionalizzazione della compagnia. Il gruppo kirchnerista ha ribadito la necessità di proteggere la libertà di espressione, garantendo una distribuzione egualitaria della materia prima: l’iniziativa infatti andrebbe a combattere quegli interessi monopolistici privati edificatisi sul controllo della stampa dei giornali. Tuttavia, lamentano i critici, la misura finirebbe per generarne dei nuovi, squisitamente statali: impadronitosi della carta, il governo potrebbe utilizzarla per punire giornali nemici e premiare quelli amici, proprio come fa attualmente con la pubblicità.

COME TUTTO EBBE INIZIO. Eppure, la relazione che il gruppo editoriale aveva imbastito con il potere politico non era sempre stata così tesa e difficile. Al contrario, fu proprio grazie al legame che questo aveva sviluppato con il regime militare (1976-1983) a costituire il volano dell’iniziale crescita economica del giornale e ad alimentarne poi una progressiva e continua espansione. In altre parole, il successo di pubblico del Clarín fu in parte dovuto all’accordo stipulato con la giunta dei generali, in base al quale lo stato finiva per condividere con tre quotidiani (Clarín, La Nación e La Razón) la proprietà dell’unica cartiera nazionale adibita alla stampa di periodici. Con il controllo di Papel Prensa, il Clarín poté godere divantaggi significativi che lo resero più competitivo sul mercato: ad esempio, acquistava la carta a un prezzo di favore e poteva disporre di tutta la quantità che necessitava, a differenza dei rivali, sottoposti a quote e spesso impossibilitati a importarla dall’estero per mancanza di denaro e linee di credito.

La giornalista e scrittrice Graciela Mochkofsky, nel suo libro Pecado Original. Clarín, los Kirchner y la lucha por el poder, descrive e analizza questo linkage fra stato e stampa, sottolineando una connivenza della seconda nei confronti del primo manifestatasi in un comportamento acritico di fronte alle politiche del terrore adottate dal generale Videla a partire dal 1976.
Con la transizione alla democrazia, il gruppo editoriale iniziò a fare pressione sul governo di Raúl Alfonsín per ottenere una deroga all’articolo 45 della Ley de Radiodifusión, approvata durante gli anni della dittatura. Questa legge proibiva al proprietario di un periodico di possedere al contempo le licenze per radio e televisione. Dalle pagine del quotidiano, in incontri privati, attraverso associazioni amiche, il Clarín ingaggiò una dura battaglia per vincere la ritrosia della Casa Rosada: dato il rifiuto di questa, si lanciò in dure invettive e in una campagna di rigorosa opposizione all’operato dell’esecutivo.

Memore dell’accanito antagonismo a cui era stato sottoposto Alfonsín, per le consultazioni presidenziali del 1989 il candidato Menem decise di seguire una strada differente. Consapevole della forza della stampa e convinto della necessità di ottenere la sua alleanza, promise al gruppo, in cambio del suo sostegno elettorale, una deroga all’articolo 45 e la successiva vendita a privati di canali televisivi e radiofonici pubblici. Certo, come risultato, Menem assunse le redini del paese. Tuttavia, il Clarín ottenne ancora di più: il suo potere si esplicava ora non solo attraverso la tiratura del suo giornale, ma anche con le frequenze radio e televisive che possedeva, la partecipazione direttiva in diverse aziende, nel suo lavoro di lobbying parlamentare. Si trasformò in un gigante informativo, la cui capacità di orientare la coscienza del pubblico argentino fu sempre più temuta.

I KIRCHNER. In politica non esistono amici permanenti, solo interessi permanenti. Il presidente Menem pensava di aver stipulato una longeva alleanza con il quarto potere del paese, ma si sbagliò. Ben presto, le penne del Clarín iniziarono a lanciare strali sulla politica economica nazionale e sulla corruzione della classe dirigente.

Lo stesso errore di valutazione fu presto fatto anche da Néstor Kirchner. L’inizio della sua presidenza fu marcato da un dialogo pacifico e collaborativo con Héctor Magnetto, direttore esecutivo del conglomerato audiovisivo: diversi furono i pranzi, le cene, i caffè, gli incontri informali in cui i due leader discussero di affari di stato, problematiche comuni, interessi contingenti e intransigenti. Addirittura, nel 2007, il governo approvò la fusione di due compagnie di tv via cavo, Multicanal(di proprietà del Clarín) e la rivale Cablevisión. Fu una luna di miele che, tuttavia, non durò molto. La rottura intervenne nel 2008 quando Cristina Fernández de Kirchner, da poco insediatasi nella Casa Rosada, impose un aumento della tassa sulle esportazioni agricole: ne derivarono manifestazioni di piazza e il Clarín si schierò a favore della protesta contadina. Terminò così quel conveniente matrimonio di interessi che aprì l’attuale stagione di conflitto.

Uno scontro antico, quello fra politica e informazione, che in questo caso sembra avere poco di epico e romantico. Individuando nella libertà di parola e nella democrazia la propria investitura di legittimità morale, entrambe le parti hanno perseguito lo stesso obiettivo imprescindibile, la supremazia nell’area nazionale. Consapevoli che la battaglia la vince chi domina la maggioranza dell’opinione pubblica, hanno cercato prima di conquistarla, poi di monopolizzarla e infine di strumentalizzarla. Nel tentativo di primeggiare sull’avversario, hanno così sacrificato sull’altare del potere quel stesso diritto che si vantavano di proteggere e servire.

 Fonte MediaXPress

Facebook
Twitter
More...

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s