La difficile marcia di Cuba

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Colorata, fantasiosa, travolgente. Anche all’Avana, la marcia contro l’omofobia di sabato scorso ha chiamato a raccolta centinaia di persone che, ballando a ritmo di conga, hanno espresso in strada e nelle piazze il loro diritto indiscusso ad amare. Ad organizzare la manifestazione è stata Mariela Castro, figlia dell’attuale presidente Raul Castro, fratello di Fidel: direttrice del Centro Nazionale di Educazione Sessuale, si è dichiarata ottimista sulla possibilità che, anche sull’isola, siano legalizzate le unioni omosessuali, anche se, ha aggiunto, il preliminare ostacolo da superare è il forte pregiudizio.

La maggioranza della società domestica cubana è ancora profondamente a disagio nell’affrontare queste tematiche: la mentalità moralmente conservatrice e la visione machista dei rapporti di coppia ha nutrito e consolidato unapreoccupante intolleranza nei confronti della diversità sessuale. Una prospettiva tradizionalista delle relazioni umane, la quale costituisce il lascito di un sistema sociale, morale e valoriale che ha caratterizzato l’isola non solo durante la stagione post-rivoluzionaria ma anche nel periodo precedente ad essa.

CUBA E L’OMOSESSUALITA’. All’inizio del novecento, la legislazione dell’isola era discriminante nei confronti delle comunità gay. Emblematico a riguardo fu il provvedimento del 1938, la legge di pubblica ostentazione, che prescriveva una condanna a sei mesi di prigione per coloro che fossero abitualmente impegnati in relazioni omosessuali, fossero stati sorpresi in avances dirette a persone dello stesso genere o che provocassero uno scandalo pubblico dando mostra apertamente delle proprie “non convenzionali” tendenze sessuali.

La situazione non cambiò con l’avvento al potere di Fidel Castro. L’insurrezione comunista che esautorò il regime diFulgencio Batista era stata accolta con entusiasmo. Le aspettative di un miglioramento generalizzato delle condizioni di vita, politiche, economiche e sociali, avevano di fatto accresciuto le file dei gruppi combattenti: giovani idealisti, etero e non, scesero in campo a fianco del Movimento del 26 luglio, galvanizzati da quella speranza di egualitarismo a lungo alimentata dalla retorica rivoluzionaria.

E tuttavia, l’istituzione del regime comunista nel 1959 non si tradusse sostanzialmente in alcuna modifica dello status quo civile per le comunità gay della perla delle Antille. L’auto-ghettizzazione nei pochi bar e ritrovi omosessuali dell’isola non si interruppe; così come non si fermarono le critiche e le persecuzioni nei loro confronti. Le forze di sicurezza erano sistematicamente impegnate ad organizzare raid di strada, imboscate, agguati: soprusi, violenze, incarcerazioni erano all’ordine del giorno, in nome di una morale sociale rivoluzionaria che bisognava salvaguardare, sacrificando ad essa la libertà di essere sé stessi.
Artisti e scrittori furono censurati, funzionari governativi licenziati. In molti, furono poi arrestati e rinchiusi in campi di lavoro e ri-educazione: le cosiddette Unità Militari di Aiuto alla Produzione (UMAP), dove venivano sistematicamente sottoposti ad abusi, maltrattamenti, violenze fisiche e psicologiche, nell’ambito di una conversione in “uomini veri” priva di qualsiasi parvenza di legittimità scientifica.

L’uomo nuovo, che avrebbe dovuto realizzare il cambiamento, difenderlo e conservarlo, come suggerì il Che, doveva essere incontrovertibilmente eterosessuale. Lo stesso Fidel, in un’intervista del 1965 condotta dal giornalista statunitenseLee Lockwood, chiarendo la sua posizione sulla questione, ebbe a dire: ‹‹niente impedisce a un omosessuale di professare l’ideologia rivoluzionaria e, conseguentemente, esibire la giusta attitudine politica. In questo caso, non dovrebbe essere considerato politicamente negativo. E ciononostante, mai potremmo arrivare a credere che un omosessuale possa possedere i requisiti di condotta che ci permettano di considerarlo un vero rivoluzionario, un vero militante comunista. Una deviazione di quella natura cozza con la concezione che abbiamo di come debba essere un militante comunista››.
Una linea di pensiero simile a quella esposta dalle reggenze comuniste presenti in altri paesi del mondo, in particolar modo, Unione Sovietica e Cina.

Con la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta, l’intransigente approccio dell’Avana nei confronti dell’omosessualità finì per stemperarsi: secondo alcuni osservatori, diversi furono i fattori che contribuirono a questo cambiamento. In primo luogo, l’adozione di politiche più tolleranti ad opera di altri stati comunisti. Secondariamente, la crescita del movimento femminista cubano, che pose le basi per la costituzione, nel 1977, del Centro Nacional de Educación Sexual (CENESEX). Quest’istituzione si poneva come obiettivo quello di sensibilizzare la popolazione sulla necessità di rompere i tabù e i parametri culturali che la imbrigliavano mentalmente, impedendone l’avanzamento civile: esemplificativa a riguardo fu la questione della divisione del lavoro nella famiglia tradizionale, in cui si distinguevano compiti maschili e femminili.
L’attenuazione delle rigorose leggi anti-omosessuali e la loro progressiva rimozione dal codice penale condusse, nel 1986, alla liberazione dalle carceri delle persone precedentemente imprigionate: una misura accompagnata dalla graduale apertura del governo cubano, interessato a guadagnare maggior consenso agli occhi dell’opinione pubblica internazionale.

All’alba del nuovo secolo, soprattutto con la nuova leadership di Raul Castro, sono state implementate nuove iniziative a favore di una più concreta uguaglianza di diritti. Le attiviste del CENESEX, guidate da Mariela Castro, hanno continuato e intensificato la dura battaglia contro la retrograda morale del paese: hanno cercato di risvegliare le coscienze, attraverso la televisione nazionale, e hanno sostenuto tenacemente innovatori provvedimenti, quali: permettere ai medici di realizzare operazioni per il cambiamento di sesso e consentire il matrimonio gay.

Ad ogni modo, recriminano alcuni analisti, nonostante il mea culpa di Fidel per la persecuzione passata del regime contro la comunità gay e nonostante l’ostentato progressismo sociale e civile del governo di Raul, la situazione non è sostanzialmente mutata. A Cuba si vive ancora il rischio di essere licenziati per la propria identità sessuale così come risulta pressoché impossibile fare carriera politica nel partito per coloro che non ne condividano completamente tutti gli orientamenti, anche quelli non squisitamente politici.
Certo, la marcia verso un radicale cambiamento è sempre difficile. Tuttavia, esso tende a divenire improbabile, quando quelli che dovrebbero esserne gli artefici più influenti sono gli stessi che lo hanno da sempre ostacolato.

 Fonte MediaXPress

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