Panegirico della libertà di stampa

Qualsiasi fenomenologia della libertà non può prescindere dal riconoscimento e accettazione della più basilare delle sue forme: la libertà di espressione. Perché è quella pregiudiziale, quella che permette a tutte le altre di realizzarsi compiutamente. Quella che garantisce il rispetto di fondamentali diritti civili. Quella che sorveglia sulla salvaguardia degli inalienabili diritti umani.

È proprio nella stampa indipendente che bisogna individuare il custode di quella società che autenticamente si definisce libera. Perché, se è vero che in ogni comunità umana organizzata è alle autorità politiche che viene demandato l’onere di proteggere tali principi dall’intervento di forze prevaricatrici, è nel ruolo esercitato dal giornalista che si rintraccerà il più devoto impegno ad onore di questi. Soprattutto quando a perpetrare abusi è lo stesso potere che dovrebbe combatterli.
Difatti, l’annullamento delle libertà civili e politiche ad opera di un regime autoritario passa inevitabilmente dalle restrizioni imposte all’uso della parola. In fondo, non c’è violenza cinicamente più efficace di quella che non viene raccontata, dato che ciò che non viene rivelato, non si conosce; e ciò che non si conosce, non esiste.

Sentinella della verità, controllore dei controllori: nello svolgere il suo lavoro, il cronista contribuisce a dare al cittadino una visione trasparente della gestione della Res Publica, avvicinandolo ad essa. L’immagine che mi sovviene alla memoria, la più adatta, dal mio punto di vista, a descrivere tale figura professionale è quella del prigioniero del mito platonico. Incatenato, insieme a tanti altri, nei meandri più bui di una caverna dimenticata, fin dall’infanzia era stato abituato a credere alla realtà che gli veniva presentata. Una realtà fatta di idoli, di mistificazioni, di ordite menzogne funzionali alla conservazione dello status quo. Una realtà alla quale tutti si erano lasciati addomesticare. Tutti tranne lui che, spezzato il groviglio di lacci che lo tratteneva, era riuscito ad uscire da quella tetra cavità: investigando, analizzando e documentando, aveva scoperto la luce, scintillante e intensa, della verità. Certo, lo aveva abbagliato, lo aveva stordito; ma lo aveva anche risvegliato: così, il minimo che poteva fare era diffondere ciò che sapeva, condividerla con i suoi simili.

Nello sforzo di informare, denunciare, divulgare, ecco che il giornalista fornisce tutti gli strumenti necessari a una più matura comprensione delle vicende umane, favorendo, lì dove è necessario, il cambiamento. Una missione sociale quindi volta a consapevolizzare, indirizzata a stimolare una repentina presa di coscienza, a provocare il cedimento di strutture fraudolente e ingannevoli: un dovere morale e un impegno pericoloso, che spesso si paga a caro prezzo.

E la vita fu quello pagato dalla giornalista Ilaria Alpi, assassinata insieme al collega e operatore di origini slovene Miran Hrovatin a Mogadiscio, in Somalia. I due cronisti stavano indagando su alcuni traffici illegali che avvenivano fra il paese africano e l’Italia nella località di Bogaso. Difatti, a seguito dell’esautorazione del dittatore Siad Barre nel 1991, era scoppiato un sanguinoso conflitto civile nel paese e i signori della guerra rivaleggiavano per la conquista del potere assoluto: per primeggiare avevano un continuo bisogno di armi sofisticate ed equipaggiamenti avanzati. Sfruttando i canali di comunicazione con esponenti politici italiani e i contatti di questi con gli stati dell’Europa orientale (importanti per le loro riserve belliche di magazzino), le diverse fazioni somale riuscirono a rifornirsi sistematicamente della tecnologia militare necessaria a seguitare la lotta. La contropartita fu rappresentata dal pagamento di tangenti e dalla concessione di larghe distese di territorio nazionale per l’interramento di rifiuti tossici e radioattivi: aziende italiane e ditte straniere, dopo aver vinto gli appalti per il trattamento e l’eliminazione di scorie e residui di produzione, approfittavano dell’assenza di tutele ambientali dei paesi del terzo mondo per procedere a uno smaltimento certo illegale, ma più economico e redditizio. Denaro e fusti velenosi in cambio di armi: uno degli affari più redditizi del momento che, secondo le indagini condotte dalla procura di Torre Annunziata, si basò anche sulla complicità dei servizi segreti italiani e africani.

Ilaria Alpi aveva cercato di squarciare il velo di Maya. Nel tentativo di rendere noti questi traffici illeciti, che distruggevano militarmente ed ecologicamente un paese e ne annientavano un popolo, era nuovamente scesa nell’infima grotta dell’indifferenza e della connivenza, per aprire gli occhi degli altri proprio come aveva aperto i suoi. Come rivelano le inchieste parlamentari, serpeggiano ancora molti dubbi sulla vicenda, a causa di documenti andati dimenticati, testimonianze non rese, versioni contraddittorie: come il prigioniero platonico, anche la Alpi è rimasta inascoltata. Tuttavia, il suo ricordo rimane vivo, grazie al sostegno di coloro che hanno ammirato e che ammirano l’abnegazione di una persona che ha rischiato tutto pur di rendere consapevoli gli altri.

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