Dialogo israelo-palestinese. L’interesse di Pechino

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Le più alte personalità politiche israeliane e palestinesi hanno iniziato il loro viaggio in Cina, dove rimarranno per tutta la settimana, in vista di una serie di colloqui diplomatici ed economici con gli esponenti del governo di Pechino. Le visite, avvenute in sedi separate, si pongono come obiettivo precipuo il tentativo distemperare le tensioni fra i due popoli mediorientali e di indicare il più adatto cammino verso la riconciliazione: il tutto attraverso l’attiva mediazione cinese. Così, mentre il leader palestineseMahmoud Abbas si è incontrato con il presidente Xi Jinping nella capitale, il primo ministro israelianoNetanyahu è atterrato a Shangai, dove era già prevista una fermata presso il Parco tecnologico Caohejing e diversi meeting con alcuni rappresentanti della classe imprenditoriale, prima di dirigersi alla volta di Beijing.

La questione che ha finito per dominare il vertice fra Xi Jinping e Abbas è stata quella del riconoscimento dei legittimi diritti e interessi nazionali del popolo palestinese, sistematicamente violati da più di mezzo secolo: come ha riportato l’agenzia statale Xinhua, è a partire dalla risoluzione di questa problematica che si può immaginare un miglioramento graduale ma costante delle turbolente dinamiche che caratterizzano l’intera regione mediorientale. La stabilità dell’intera area passa attraverso la stipulazione di un accordo di pace che garantisca la fondazione di un indipendente stato palestinese e la sua piena accettazione da parte del governo di Tel Aviv.

Tuttavia, come ricordato dal leader arabo, la strada è ancora lunga, intervallata da ostacoli che si frappongono a una soluzione negoziata: in particolare, la retorica anti-palestinese della destra israeliana più intransigente come laprosecuzione della politica di costruzione degli insediamenti finisce inevitabilmente per rallentare il processo, vanificando qualsiasi passato progresso.

L’INTERESSE CINESE. La storica controversia mediorientale si sposta così in Estremo Oriente dove l’élite mandarina, mediando fra due antichi rivali, mostra da un lato una chiara volontà a rafforzare il suo status di global player, partecipando attivamente allo scioglimento di uno dei più spinosi nodi internazionali; dall’altro, rende palese la sua intenzione di ritagliarsi una più sensibile sfera d’influenza economica e diplomatica nell’intera area.

Tradizionalmente, la politica estera cinese è stata improntata al pragmatismo e votata al perseguimento di preponderanti interessi commerciali e finanziari: evitare pregiudizi ideologici, giudizi morali e fazionalismi politici rappresentava la parola d’ordine della sua diplomazia. Un approccio distaccato e marcatamente realista che in Medio Oriente si è manifestato in un’attitudine equilibrata nel rapportarsi con i differenti soggetti statali. Così, ad esempio, mentre stabiliva legami diplomatici con Tel Aviv nel 1992, allo stesso tempo Pechino reiterava il suo sostegno al riconoscimento delle rivendicazioni del popolo palestinese. Tenendosi fuori dalle dispute e diversificando le proprie relazioni nella regione, il gigante asiatico ha operato in vista del conseguimento di un obiettivo, considerato imprescindibile: fare affari con tutti i paesi della zona, indipendentemente dalle relazioni di odio e amore che intercorrevano fra essi.

Preponderante, nella sua agenda estera, è stata la ricerca di nuove fonti di approvvigionamento di materie prime. La necessità di alimentare il colosso industriale nazionale ha indotto la Cina a un coinvolgimento più diretto ed esplicito nella travagliata storia mediorientale. Difatti, Pechino importa circa il 55% del greggio dal Golfo Persico: e lo fa diversificando i propri partner energetici, senza ingerire nei loro affari interni, e approfittando della funzione stabilizzatrice esercitata (o almeno tentata) dalle forze statunitensi.
Il bisogno di garantire una cornice di sicurezza e tranquillità, argomentano alcuni analisti, ha incoraggiato la Repubblica popolare ad accrescere gradualmente la propria presenza nell’intera zona in svariate modalità: partecipando alle missioni di peacekeeping sotto bandiera Onu in Libano e Sudan; incrementando la flotta di stanza nei mari vicini; negoziando la creazione di un’area di libero commercio con gli stati del Golfo; partecipando alla creazione di joint venture e realizzando investimenti infrastrutturali.

Così, l’attivismo diplomatico cinese in riferimento alla questione israelo-palestinese deve essere interpretato proprio attraverso questa chiave di lettura. Certo, le aspettative di una effettiva risoluzione della controversia, dati i precedenti storici, sono oltremodo pessimistiche: il fatto che non sia stato calendarizzato un incontro a tre fra Xi Jinping, Abbas e Netanyahu è abbastanza emblematico dell’aria tesa che si respira a Beijing. Tuttavia, intervenendo direttamente nella questione e mediando una possibile soluzione, la potenza asiatica rafforzerà le sue credenziali diplomatiche in Medio Oriente, estenderà il suo bacino di sostegno nella regione e tutelerà i propri interessi economici. Quelli di oggi e quelli di domani.

Fonte MediaXPress

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