L’ultima meta

immigrazione

La terra promessa. Così appaiono gli Stati Uniti agli occhi dei migranti stranieri che, su mezzi spesso improvvisati, si spostano continuamente alla ricerca di un futuro migliore. Per affrontare la traversata, pagano onerosamente, si indebitano. In molti casi, questo non basta. Così rischiano tutto, perdendo a volte il bene più prezioso che possiedono: la vita.

In un comunicato, elaborato dall’Instituto Nacional de Migración, in collaborazione con la Secretaría de Marina (SEMAR), e diffuso lunedì 29 aprile, si legge che ormai in maniera sistematica sempre più immigrati clandestini cercano di varcare la frontiera statunitense per via mare, attraversando l’area dellaBaja California. La tratta è organizzata e diretta da trafficanti che, facendo leva sull’elevato tasso di povertà della popolazione messicana e sulle loro aspettative di riscatto economico e morale, predispongono lance e imbarcazioni varie per navigare sulle acque del Pacifico. Il viaggio è lungo, difficile, pieno di imprevisti. Le condizioni di trasporto, tragiche: non ci sono alimenti a sufficienza, né un adeguato equipaggiamento radio e di pronto soccorso. Fedeli alla propria indole, questi criminali mercanti di esseri umani non si curano della riuscita o meno dell’impresa: in fondo, il biglietto si compra sempre in anticipo.

Così, sono circa 150 le persone che, ogni mese, sono ritrovate in questa zona marittima dai soccorritori: tra i 10 e i 12, i salvataggi mensili effettuati. Le barche sono sovraffollate, spiegano le autorità competenti, e il “carico” in eccesso viene buttato a mare: i trafficanti giustificano la loro condotta di fronte agli immigrati adducendo a guasti meccanici, promettendo di fare rapido ritorno e organizzare il recupero. Ma nulla di tutto ciò si verifica: così, la gente rimane a galla, in attesa di aiuto. Spesso lo trova, grazie all’intervento della guardia costiera. Altre volte, no.

Un metodo collaudato. Non è certo un sistema innovativo quello di raggiungere il territorio statunitense solcando l’oceano. Anzi, da tempo le acque sono preferite alle lunghe camminate nel deserto, data la maggior difficoltà, e pericolosità, che caratterizza il passaggio di confine per via terra: in questi ultimi otto anni, l’intensificazione delle attività di pattugliamento, l’innalzamento di centinaia di chilometri di barriere e il cospicuo aumento del numero di agenti hanno di fatto ridotto il numero delle espaldas mojadas che riuscivano nella dura impresa. Come hanno permesso di combattere, in maniera più rigorosa anche se non letale, il commercio illegale che fa leva sulla porosità delle frontiere fra i due paesi: più specificatamente, il contrabbando e il narcotraffico. Le necessità contingenti hanno spinto i cartelli della droga e i contrabbandieri a utilizzare le rotte marine per continuare i propri traffici: le stesse imbarcazioni sono state così impiegate per il trasporto di merci illegali, stupefacenti, persone. Il carico, umano e non, veniva stipato in maniera certosina, senza inutili sprechi di spazio. Gli immigrati si convertivano così in una voce nel documento di bilancio di ditte senza scrupoli.

Un business altamente proficuo. In Messico, la tratta degli esseri umani raggiunge un volume di affari che oscilla tra i 15 e i 20 miliardi di dollari annui. Un commercio profittevole, su cui subito hanno messo le mani i cartelli della droga. Nel tentativo di diversificare le proprie attività economiche, i narcotrafficanti hanno da tempo iniziato a dedicarsi al rapimento a scopo di estorsione, al traffico di donne e bambini a fini di prostituzione, alle estorsioni.

Come segnala Amnesty International, decine di migliaia sono le persone che, ogni anno, raggiungono il Messico e, da lì, sperano di attraversare il confine, in qualsiasi modo, a qualsiasi prezzo. Più del 90% sono centroamericani, in particolare salvadoregni, guatemaltechi, honduregni e nicaraguensi. Ciascuno di essi paga tra gli 850 e i 5000 dollari al trafficante di turno per essere condotto di nascosto fino alla frontiera messicana-statunitense. A questo punto, bande criminali ed esponenti dei famigerati cartelli della droga (come gli Zetas, che operano soprattutto sulla rotta lungo il Golfo) intervengono, riscuotendo una sorta di “tassa” da ogni migrante come pagamento per il diritto di attraversare il confine: il cosiddetto “derecho de piso”. Spesso però, i clandestini vengono anche rapiti, con l’intento di chiedere riscatti ai loro parenti o amici, di costringerli a lavorare come schiavi, di sottoporli a violenze sessuali.

Secondo alcuni analisti, uno dei fattori che ha finito per alimentare questo fenomeno è stato l’inasprimento delle politiche migratorie. All’inizio del nuovo secolo, la fragile situazione economica nordamericana e il fiorire di un insano e pericoloso nazionalismo hanno indotto Washington a rafforzare i controlli alla frontiera, producendone una sua effettiva militarizzazione. In questo contesto, persone motivate e disperate hanno fatto ricorso all’aiuto di organizzazioni criminali che garantivano un passaggio sicuro. La corruzione di agenti e autorità locali ha agevolato poi il processo.

Nel tentativo di risolvere queste problematiche è necessario quindi intervenire alla radice, evitando di limitarsi alla rigorosa applicazione di provvedimenti e ricette punitive che colpendo i singoli individui lasciano inalterati i sottostanti meccanismi di potere che reggono l’intero sistema delinquenziale.

Fonte MediaXPress

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