Ríos Montt è ancora libero

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Rimane interrotto il processo a José Efraín Ríos Montt, leader militare che assunse la presidenza del Guatemala attraverso un golpe nel marzo del 1982. Il procedimento giudiziario, iniziato il 19 marzo scorso, era stato bloccato la settimana passata per alcuni vizi procedurali: secondo la Corte Costituzionale del paese, l’incarico di seguire la causa doveva essere restituito al giudice Carol Patricia Flores, precedentemente sostituito per una richiesta di ricusazione motivata da denunce di parzialità.

L’ex generale, la cui reggenza autoritaria durò circa 16 mesi, è stato accusato, insieme con l’ex capo dell’intelligence Jose Mauricio Rodriguez Sanchez, di genocidio e crimini contro l’umanità. In particolare, secondo i capi d’imputazione, furono circa 1.700 le vittime di un piano contro-insurrezionale implementato durante la sua dittatura, che si estese dal 23 marzo del 1982 all’8 agosto del 1983. Durante questo lasso di tempo, i membri del gruppo nativo degli Ixil furono sottoposti a torture, violenze, stupri, per poi essere assassinati: un massacro sistematicamente organizzato e rimasto impunito, nella compiacenza e omertà delle alte gerarchie istituzionali guatemalteche.

Il magistrato Flores ha richiesto che il processo ricominci a partire dalle udienze realizzate nel novembre del 2011, quando era ancora lei a decidere sul caso. Una misura che rappresenta uno scherno alla giustizia e alle vittime, ha sentenziato attraverso un tweet Claudia Samayoa, a capo dell’unità di protezione dei difensori dei diritti umani. Difatti, il provvedimento cancellerà, in un colpo solo, tutte le testimonianze della comunità indigena raccolte finora dal pubblico ministero. A ribadire l’illegalità della decisione è intervenuto un altro giudice, Jazmín Barrios, la quale ha immediatamente chiesto alla Corte Costituzionale di rigettarla. Tuttavia, quest’ultima si è espressa in favore di Flores, lasciando però aperta la strada a un eventuale appello che finirebbe per rallentare ulteriormente il concludersi della vicenda.

IL TENTATIVO DI OSTACOLARE IL PROCESSO. Diversi elementi suggeriscono un deliberato sforzo di impedire che sia fatta giustizia. In primo luogo, il resettaggio del procedimento giudiziario: sarà necessario molto tempo prima di riuscire a mettere di nuovo insieme tutti i racconti e le prove che certificano le atrocità di quegli anni. Soprattutto considerando il fatto che una nuova ondata di minacce e soprusi si sta riversando nel paese. Come denunciato dalle organizzazioni umanitarie, gruppi paramilitari stanno commettendo efferati crimini sul territorio prendendo di mira indigeni, attivisti locali, sindacalisti, ambientalisti, difensori dei diritti umani.

In base a quanto riportato dal Think Tank “Foreign Policy in Focus”, afferente all’Institute for Policy Studies, utilizzando le stesse tecniche delle vecchie death squads (squadre della morte), il governo del Guatemala sta conducendo una dura lotta contro i “revisionisti” dello status quo civile e politico: quest’ultimi hanno denunciato infatti un ritorno alle pratiche del terrorismo di stato, miranti a garantire l’accesso nelle zone abitate dalle comunità maya alle multinazionali straniere, desiderose di sfruttare giacimenti minerari, costruire centrali idroelettriche, coltivare piantagioni di zucchero di canna e di olio di palma. Solo nelle ultime otto settimane sei leader indigeni sono stati uccisi; altri cinque rapiti, di cui tre torturati.

In più, come descritto dal giornalista investigativo Allan Nairn, unità combattenti legate all’esercito stanno ripetutamente minacciando di morte magistrati, avvocati, attivisti, nativi, con l’intento ultimo di vanificare una nuova documentazione delle testimonianze.

Un’altra fattore da considerare è il coinvolgimento nella vicenda giudiziaria dell’attuale presidente Otto Pérez Molina. Come riferito da Hugo Reyes, ex-soldato al servizio dell’allora maggiore “Tito Arias” (così Pérez Molina veniva chiamato all’epoca), il capo dello stato aveva ordinato saccheggi ed esecuzioni sommarie nell’ambito della guerra sporca condotta contro la guerriglia comunista nel corso degli anni ottanta. Nel fare un resoconto di quegli anni, ha descritto alla corte uno degli episodi più tragici, in cui sono state delineate alcune delle modalità di massacro: ‹‹le persone che dovevano essere uccise arrivavano al campo percosse, torturate, con la lingua mozzata e le unghia dei piedi strappate››.

Rios Montt, 86enne, ha abbandonato il suo incarico come parlamentare nel 2012, perdendo così anche il privilegio dell’immunità. Il suo è il primo processo per genocidio di un capo di stato diretto da un tribunale nazionale. Con la decisione di ripristinare il procedimento giudiziario al novembre 2011 diviene sempre più improbabile una sua effettiva condanna per le atrocità commesse.

Fonte MediaXPress

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