Alla conquista dell’Islanda

huang nubo

Huang Nubo, presidente di una delle più importanti società d’investimento cinesi, la Beijing Zhongkun, è salito agli onori delle cronache per la sua principesca offerta d’acquisto di circa 115 miglia quadrate del suolo della nazione insulare per 8.8 milioni di dollari. Il magnate ha spiegato che il suo progetto prevedeva la costruzione di un complesso turistico dal valore di 200 milioni di dollari, composto da hotel, aeroporto, campi di golf e maneggi: l’intento ultimo, ha aggiunto, era quello di creare un percorso di viaggio che si inoltrasse nell’intera regione scandinava, passando per Danimarca, Svezia e Finlandia.

Ma in passato le autorità islandesi hanno ripetutamente rigettato l’accordo: nel dicembre scorso, quando il governo di Reykjavik non è riuscito a emettere una decisione finale condivisa in risposta all’offerta inoltrata dall’imprenditore cinese; nel novembre del 2011, quando il permesso era stato rifiutato sulla base della vigente legislazione islandese che vieta la cessione di territorio a un cittadino esterno all’Unione Europea.
A marzo del 2013 Huang Nubo aveva dichiarato che, qualora non fosse stata raggiunta un’intesa nei mesi di aprile e maggio di quest’anno, avrebbe optato per l’abbandono definitivo del piano.

PERPLESSITA’. Molti analisti non hanno creduto nelle motivazioni addotte dal ricco cinese per giustificare il suo investimento. Una decisione insolita, secondo il New York Times, quella di comprare ‹‹un luogo così isolato dove puoi ascoltare i fantasmi danzare nella neve››.

Certo, se si descrivesse la personalità dell’uomo, la sua proposta apparirebbe meno strana. Difatti, come riporta il China Daily, Huang Nubo è un tipo avventuroso, entrato addirittura a far parte della prestigiosa Explorers Club, un’associazione, sita a New York, votata alla promozione dell’esplorazione scientifica di terre, mari, cieli e spazio, con l’obiettivo di sostenere il progresso della ricerca nelle scienze fisiche, naturali e biologiche. Non solo. Come ha spiegato lo stesso Huang, ‹‹se dai un’occhiata ai miei contratti passati, puoi constatare che ho effettuato investimenti in altre zone remote, come Pu’er, nella provincia di Yunnan o in Kashgar, nella regione dello Xinjiang››.

E tuttavia, sono in molti a dubitare di questa versione. Una diffidenza alimentata da diversi fattori.
In primo luogo, dall’assertiva politica estera cinese. Situata nella regione dell’Atlantico settentrionale, con il progressivo scioglimento dei ghiacciai l’isola potrebbe convertirsi in un importante snodo commerciale, data la sua ottimale posizione di collegamento fra Nord America ed Europa. In particolare, da tempo Reykjavik è impegnata a sviluppare una nuova rotta di navigazione trans-polare: una volta ultimata, trasformerebbe di fatto il paese in un importante hub per le navi in transito.

Secondariamente, la sua collocazione geografica è rilevante anche dal punto di vista strategico, data la vicinanza allaregione artica dove, da tempo, è iniziata una competizione per l’approvvigionamento di risorse naturali e materie prime: un elemento, questo, ancora più degno di nota se si pensa che uno degli obiettivi prioritari dell’agenda internazionale di Pechino è stato la diversificazione dei propri partner energetici in funzione della crescita del parco industriale nazionale.

In ultimo, una menzione particolare meritano le relazioni economiche cino-islandesi. Con la creazione di un’area di libero commercio bilaterale, i due paesi hanno intensificato i propri traffici: lo stato europeo ha aumentato le proprie esportazioni di pesce e fibre di carbonio verso il gigante asiatico e ha ricevuto ulteriori finanziamenti per la realizzazione di progetti geotermici. Il rinvigorimento dei rapporti fra i due governi ha rappresentato la pregiudiziale per una maggiore collaborazione nell’ambito dell’esplorazione offshore: si ritiene infatti che le acque costiere nordorientali, la cosiddetta area di Dreki, nascondano ricchi giacimenti petroliferi.

Ad ogni modo, ha concluso Huang in un’intervista alla CNBC, le difficoltà nel raggiungimento di un accordo unitamente alla fragile condizione finanziaria europea hanno indotto l’impresa cinese, per ora, a concentrare ancora i propri sforzi in Cina, dove vi sono maggiori possibilità di costruzione: ‹‹forse tra dieci anni ritorneremo in Europa, quando la situazione debitoria del vecchio continente sarà migliorata››.

Fonte MediaXPress

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