Paraguay, Horacio Cartes è il nuovo presidente

cartes horacio

Horacio Cartes ha ottenuto il 45,91% dei consensi nelle consultazioni presidenziali che si sono tenute in Paraguay domenica 21 aprile. La sua vittoria segna il ripristino della leadership politica del partito colorato, la cui lunga stagione di potere, durata 35 anni, era stata interrotta dalla sconfitta elettorale subita nel 2008 per mano del ex-presidente di sinistra, Fernando Lugo.

Lo sfidante più quotato, Efrain Alegre, leader delpartito liberale, ha ottenuto il 36,84% delle preferenze. Nonostante alcune contestazioni avvenute durante il conteggio dei voti, ha accettato quasi subito il giudizio delle autorità elettorali, dichiarando schiettamente la resa: ‹‹il popolo paraguayano si è pronunciato e noi lo rispettiamo. Non è stato possibile conseguire il trionfo››. Ancor più deludente è stato il risultato registrato dalla sinistra, frammentata nelle sue diverse componenti: circa il 5,6% dei suffragi sono stati riconosciuti a Mario Ferreiro, candidato per il partito Avanza País, mentre Anibal Carrillo, seguace dell’ex vescovo cattolico e socialista Fernando Lugo, si è fermato al 3,4%.

IL PARTITO COLORATO. Storica forza politica paraguayana, nata in seguito al conflitto della Triplice Alleanza nel 1887. Nazionalista e conservatore, il partito fu tinto spesso da una venatura autoritaria, il cui apice fu raggiunto quando un suo esponente, il generale Alfredo Stroessner , impose una dittatura militare che durò dal 1954 al 1989. Al termine di questa, le forze colorate hanno conservato le redini del comando: la perpetuazione dello status quo fu in gran parte garantita dallo sfruttamento di un sistema clientelare radicato profondamente nel paese e che permane ancora oggi. Questo fino al 2008, quando l’alleanza elettorale fra liberali e la sinistra di Fernando Lugo posero fine alla sua egemonia politica.

IL NUOVO CAPO DELLO STATO. Il tradizionalismo valoriale a cui si ispira l’attitudine sociale di Horacio Cartes si sposa perfettamente con la matrice ideologica del partito colorato. Certo, la sua indole ermeticamente chiusa al cambiamento lo ha ostacolato nel tentativo di attrarre voti tra le schiere più progressiste dell’elettorato. Celebre fu il suo crudo intervento in televisione quando, rispondendo ad un giornalista che gli aveva chiesto cosa avrebbe fatto qualora suo figlio avesse deciso di sposarsi con un altro uomo, aveva detto: ‹‹mi do un pugno nei coglioni››. Tuttavia, la ristrettezza di vedute e l’ipocrita puritanesimo morale che contraddistinguono il suo modo di osservare il mondo lo hanno reso molto popolare fra gli strati più retrogradi dei cittadini paraguayani. Soprattutto di quelli che sono rimasti affascinati dalle sue capacità imprenditoriali.

Vissuto nell’agiatezza fin dalla più tenera età, considerato l’elevato livello di povertà che flagella il paese, fu mandato a studiare negli Stati Uniti. Di ritorno in patria a 19 anni, avviò la sua prima iniziativa economica privata, mettendo in piedi quello che sarà il futuro Banco Amambay, uno dei più grandi enti creditizi paraguayani e pilastro di un conglomerato di imprese che da lavoro attualmente a circa 3.500 persone. Dall’allevamento ai trasporti, dal settore delle bibite a quella del tabacco, gli investimenti di Cartes hanno accresciuto il suo impero imprenditoriale, lasciando però presto adito a seri dubbi sull’onestà dei suoi traffici commerciali. Difatti, in base ad alcune indagini dell’agenzia federale antidroga statunitense (DEA), il magnate fu in diverse occasioni accusato di narcotraffico: in seguito, dopo alcune rivelazione scaturite da un’inchieste del Parlamento brasiliano, gli fu imputato anche il reato di contrabbando di sigarette, per mezzo della sua azienda Tabacalera del Este SA. In ultimo, non meno noti furono i suoi legami, che si concretizzavano in proficui affari nella zona in cui convergono i confini di Brasile, Paraguay e Argentina, con il capo mafioso Fadh Jamil. Ma, nonostante i gravi capi d’imputazione, non fu mai processato.

Alla maggioranza del popolo paraguayano non sembra aver interessato molto il sospettoso background di Cartes. Come non sembra aver destato genuine perplessità la totale assenza di esperienza politica nel suo curriculum vitae. Elementi, questi, che in una società domestica consapevole, se non ispirano disgusto, dovrebbero almeno alimentare sgomento. E invece, Cartes non solo ha vinto, ha trionfato. Certo, un risultato dovuto alla sua popolarità come presidente del Libertad,una delle migliori squadre di calcio del campionato nazionale. Ma, soprattutto, dovuto alle sue capacità monetarie, attraverso cui ha in breve tempo scalato i vertici del partito: affiliatosi nel 2009, pur essendo contrastato dalle gerarchie storiche, è riuscito ad egemonizzarne la direzione, divenendo in 4 anni candidato alla presidenza del paese. Una volta dentro, ha sfruttato la rete di contatti del partito colorato, ramificata in maniera capillare su tutto il territorio (soprattutto nel comparto del pubblico impiego), e ha fatto leva sulle sue capacità organizzative e di mobilitazione. Non solo. Ha cavalcato l’onda del risentimento popolare, provocata dalla fallimentare perfomance del precedente governo nell’affrontare le problematiche che affliggono il paese: mancanza di lavoro, povertà generalizzata e criminalità diffusa. Ha infine promesso di cambiare il Paraguay, sottolineando che a lui non interessa arricchirsi: ‹‹non mi unii al partito colorato per diventare ricco. Già ho tutto e di tutto››. Piuttosto difficile da credere, dal momento che la sua vita è stata votata, finora, a fare solo questo.

Fonte MediaXPress

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