Elezioni presidenziali, che giornata

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Sembrava ormai conchiuso il patto: quell’accordo tra Pd e Pdl, tanto biasimato, che avrebbe permesso a Franco Marini di insediarsi al Quirinale. Ma, dopo le fumate nere di ieri, le ottimistiche aspettative dell’ex segretario Cisl sono state ridimensionate fino ad annullarsi completamente. Commentando in mattinata il ritiro della sua candidatura al colle, l’ex presidente del Senato aveva ribadito: ‹‹è saltata la strategia di un dialogo con il centrodestra finalizzata all’obiettivo di dare all’Italia un Governo, dinanzi alla durissima situazione del Paese. Strategia da me pienamente condivisa. Anche perché ritengo una follia il ritorno immediato alle urne con questa legge elettorale››.

Perché, in fondo, di questo si trattava. Formare un governo politico: quello solito, uguale ai precedenti che, negli ultimi anni, come rivelato dagli indici economici di crescita e situazione debitoria, avevano mostrato la propria sistematica inettitudine nel traghettare il paese. Esecutivi partoriti da quell’ambigua commistione di valori e obiettivi divergenti che, nel salvaguardare interessi stabiliti, avevano dato poco adito a segnali di cambiamento. In questo modo, progressivamente, avevano finito per alimentare un’esasperazione collettiva la quale, abilmente incanalata attraverso strumenti innovativi e una guida carismatica, aveva presto trovato la sua più autentica forma di espressione: nella democrazia diretta, per i grillini, nella deriva populista, per i critici.

E, mentre le acque si facevano sempre più agitate e insidiose, mentre l’attesa di una rinfrescante ventata di novità diveniva gradualmente più insistente, ecco che, per l’ennesima volta, si decideva di fare ricorso alla ricetta consueta. Un’intesa, sotto banco, nei palazzi, dove le diplomazie partitiche si sono instancabilmente impegnate, dando il meglio, e il peggio, di sé.

Eppure, solo due mesi fa, all’indomani dello scrutinio del febbraio scorso, i vertici di un partito pressoché compatto (almeno in superficie), con tono sprezzante, avevano rigettato qualsiasi possibilità di accordo con il centro-destra. Sembrava vero: in molti avevano creduto a questa messa al bando della “politica degli inciuci”. Per conservare la legittimità di fronte agli occhi dell’elettorato, certo. Ma anche per contenere l’effetto travolgente di un movimento che, presentandosi come il nuovo che incalza, aveva in breve tempo fatto incetta di consensi.

Ma nella particolare situazione italiana, dove lo stallo istituzionale andava oltremodo aggravando l’instabilità finanziaria del paese, l’intransigenza ha lasciato gradualmente spazio al compromesso. Soprattutto quando quest’ultimo si dimostrava funzionale a conseguire settoriali interessi di partito: da un lato, Bersani, consapevole dell’impossibilità di un’alleanza con l’M5S e delle sue scarse chance di vincere in nuove consultazioni, aveva visto nell’appoggio berlusconiano l’unico strumento per formare un suo esecutivo politico; dall’altro, la dirigenza del Pdl doveva impedire che si raggiungesse un’intesa fra il centro-sinistra e i grillini: un’alleanza programmatica, che li avrebbe messi in condizioni di intervenire in ambiti delicati, come la legge elettorale e quella sul conflitto d’interessi.
Nominare una personalità condivisa come capo dello stato avrebbe rappresentato così il preambolo di una successiva collaborazione, al limite di un governissimo, allontanando in un sol colpo lo spettro di elezioni anticipate, di Grillo-Casaleggio e di reali riforme politico-istituzionali.

Ma il tatticismo spinto di Bersani ha finito per provocare le ire di parte dei suoi sostenitori: nelle sedi locali del Pd, di fronte Montecitorio, schiere compatte di elettori democrats, mostrando maggiore unità e coesione del partito stesso, hanno chiesto a gran voce una proposta di rinnovamento: il nome di Rodotà a quel punto si era già levato all’unisono, stemperando estenuanti tensioni fra democratici e grillini, e mostrando che una via inedita era possibile. Una strada differente che, con la candidatura di Prodi, la dirigenza Pd ha subito chiarito di non voler seguire.

La scelta di puntare tutto sull’ex premier alla quarta votazione aveva riscosso un largo consenso fra le file del centro-sinistra, ratificato addirittura da una standing ovation finale. E le preoccupazioni di una sua elezione avevano ridestato la rabbia del centro-destra, critico in aula e beffardo nelle piazze. Certo, la scheda bianca di Pdl e Lega era scontata; come prevedibile era apparsa inizialmente la vittoria di Prodi. Ma, alla fine, l’ipotesi più temuta, quella dell’intervento dei franchi tiratori, si è realizzata. La nuova fumata nera, la quarta, è stato unicamente il prodotto dei fazionalismi interni al Partito Democratico: lacerazioni profonde, inconciliabili, di fronte alle quali Bersani non ha retto più, dichiarando la resa e rassegnando le proprie dimissioni.

Fonte MediaXPress

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