Chi è Giorgio Napolitano

napolitano

Militante nelle file del Partito Comunista Italiano, durante gli studi in giurisprudenza a Napoli, fu considerato l’allievo di Giorgio Amendola, figura di spicco della sinistra togliattiana. La vecchia scuola di partito segnò le sue esperienze politiche, temprandone gli intrinseci convincimenti ideologici e sociali. L’attivismo e l’abnegazione non gli bastarono per scalare i vertici: guardato con sfiducia per il suoapproccio riformista, nel 1968 alla sua candidatura per la direzione di Botteghe Oscure fu preferita quella di Berlinguer. Seguendo il sentiero tracciato dal suo mentore, divenne una delle voci rappresentanti della“destra”comunista, favorevole ad un miglioramento delle relazioni con Psi e Dc e all’uscita del partito dall’orbita sovietica. La radice culturale socialdemocratica contribuì a forgiare la sua attitudine politica, definita“migliorista” e improntata alla moderazione. Proprio per questa tendenza, il nocciolo duro della sinistra comunista lo accusò di connivenza con Bettino Craxi e di indulgenza nei confronti del pensiero capitalista: il visto ottenuto nel 1978 per tenere una serie di conferenze negli Stati Uniti, il primo che veniva rilasciato a un dirigente comunista, fu una testimonianza del suo carattere più condiscendente, della sua predisposizione alla conciliazione.

Un atteggiamento di apertura pragmatica che conservò nel corso della sua carriera politica e che gli valse l’appoggio di Dc e Psi per la nomina a presidente delle Camera nel 1992: quest’ultimi lo preferirono infatti a Stefano Rodotà, presidente del Partito Democratico della Sinistra. Fu però negli anni ottanta e novanta che andò consolidandosi la relazione fra socialisti e comunisti riformisti. L’ala migliorista del Pci finì per condividere con l’entourage di Craxi quel mondo fatto di tangenti e corruzione che vide nelle dinamiche politiche milanesi il suo esplosivo epicentro. Difatti, espressione plastica dell’intesa che ci creò fra la classe imprenditoriale e le forze della sinistra cosiddetta socialdemocratica fu la rivista “Il Moderno”, finanziata, come riporta Micromega, da Silvio Berlusconi, Salvatore Ligresti, Marcellino Gavio, Angelo Simontacchi: come argomentato nella sentenza dei giudici, il generoso sostegno al mensile era motivato dal tentativo di ‹‹ingraziarsi la componente migliorista del Pci, che in sede locale aveva influenza politica e poteva tornare utile alla propria attività economica››. In seguito, nell’ambito dell’inchiesta Mani Pulite, molti dirigenti furono sottoposti a scrupolose indagini: le teste iniziarono a cadere, i finanziamenti illeciti furono interrotti, l’impalcatura marcia che reggeva la prima repubblica iniziò a crollare. Anche Napolitano, presidente della Camera, fu inscritto nel registro degli indagati; nel difendersi dalle accuse additategli ebbe a dire: ‹‹come ormai è chiaro, da qualche tempo sono bersaglio di ignobili invenzioni e tortuose insinuazioni prive di qualsiasi fondamento. Esse vengono evidentemente da persone interessate a colpirmi per il ruolo istituzionale che ho svolto e che in questo momento sto svolgendo. Valuterò con i miei legali ogni iniziativa a tutela della mia posizione››. Ad ogni modo, alla fine, l’inchiesta fu archiviata.

PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA. Primo inquilino comunista del Quirinale, Giorgio Napolitano iniziò il suo mandato settennale nel 2006. Il capo dello stato dovette fronteggiare due gravi cristi istituzionali: la prima occorse nel 2008, quando l’Udeur di Clemente Mastella abbandonò la maggioranza che sosteneva il governo Prodi, sfiduciato dall’opposizione al Senato; la seconda, nel novembre del 2011 quando, complici una traballante fiducia all’esecutivo Berlusconi e l’impennata dei tassi sui titoli di debito italiani, coadiuvò nella transizione ad un governo tecnico, diretto da Mario Monti.

Nel corso del suo operato fu aspramente criticato per la sottoscrizione di provvedimenti discutibili: in primo luogo il lodo Alfano, considerato incostituzionale e immorale dai detrattori in quanto garantendo la sospensione del processo penale nei confronti della alte cariche dello stato avrebbe attribuito al premier Berlusconi l’immunità dai procedimenti giudiziari a suo carico; secondariamente, lo scudo fiscale che, regolarizzando le attività finanziarie e patrimoniali detenute illecitamente all’estero, garantiva protezione agli evasori dietro il pagamento di una tassa minima pari al 5% delle stesse.

Nonostante il suo iniziale rifiuto, Napolitano ha accettato nella giornata di sabato la richiesta della maggioranza delle forze politiche di tornare al Colle. Nel corso del precedente mandato come presidente della Repubblica, aveva agito come strenuo difensore dell’unità nazionale e ostinato propugnatore del riconoscimento delle istanze altrui. La moderazione e la condiscendenza che avevano contraddistinto la sua vita di partito si riverberò nei toni pacifici con cui, armato di pragmatismo ma votato all’appeasement, cercò di conciliare faziosi interessi di partito. Cedendo spesso a questi.

La ventata di socialdemocrazia che aveva voluto portare nel Pci e la sua proposta di rivalutazione del sistema capitalistico internazionale, aborrita dai suoi compagni di partito(più intransigenti e fedeli alla linea), furono, all’epoca, indicatori di un atteggiamento certo più improntato al dialogo, ma anche incline all’arrendevolezza. La stessa che indusse Kissinger a definirlo: ‹‹my favourite communist››. La stessa che lo spinse a non confrontarsi mai a viso aperto con Berlusconi. La stessa che era ora necessaria a formare un governo delle larghe intese.

Fonte MediaXPress

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