Oro al ribasso. Indagando sulle cause

oro

Il prezzo dell’oro ha registrato una sensibile caduta, raggiungendo il livello più basso riportato negli ultimi due anni: con una riduzione del 9,2% secondo il Forex Gold Index, il metallo nobile ha toccato il valore di 1,395 dollari all’oncia. Lo stesso vale per altre materie prime: il prezzo dell’argento è calato dell’11% mentre quello del greggio del 3%, portandolo a quota 100,75 dollari a barile.

Eppure, all’alba del nuovo secolo, i prezzi di queste risorse minerarie si contraddistinguevano per un regolare trend crescente. In particolare, l’oro veniva considerato uno dei rifugi più sicuri alle tensioni e instabilità che si producevano all’interno dei mercati finanziari: difatti, a partire dal 2001, la quotazione era cresciuta di sette volte, raggiungendo un memorabile picco nel 2011 di 1,920 dollari all’oncia troy.
Quali sono le cause che hanno contribuito a questa inversione di rotta?

INIZIATIVE ANTI-INFLAZIONISTE. La Federal Reserve ha da sempre esercitato un forte potere di influenza sugli andamenti finanziari internazionali. Lo ha fatto attraverso i suoi numerosi mezzi a disposizione, tra i quali una posizione centrale ha assunto la manipolazione dei tassi d’interesse. Adottando politiche monetarie restrittive, che si sostanziavano semplicisticamente in un aumento dei rendimenti, la Fed ha contenuto l’inflazione globale; diversamente, quando le esigenze contingenti suggerivano stimoli alla crescita, aveva proceduto a una loro graduale riduzione nell’ambito di misure finanziarie espansive.

Negli ultimi tempi, la banca centrale statunitense non ha potuto ulteriormente abbassare i tassi d’interesse, che avevano quasi toccato lo zero, al fine di rilanciare investimenti produttivi: ha così dovuto impiegare un nuovo strumento, il cosiddettoQuantitative Easing. Esso consiste nella produzione di nuova cartamoneta da impiegare nell’acquisto di titoli di debito o di altre attività emessi dalla banche, risolvendo i loro problemi di liquidità e mettendole in condizione di effettuare servizi di prestito e credito. Il principio era quello di riassestare il sistema finanziario in difficoltà e facilitare le iniezioni di capitale necessarie per dare un nuovo e vitale impulso ad una crescita economica stazionaria. Tuttavia, i detrattori del programma hanno sottolineato il fatto che una continua immissione di contante avrebbe generato pericolosi effetti inflazionistici: così, per cautelarsi da un’eventuale svalutazione della moneta, gli investitori si sono precipitati ad acquistare l’oro il cui prezzo, data la crescente domanda e l’offerta limitata, è cresciuto ulteriormente.

La caduta del valore del prezioso metallo è in parte attribuibile alle previsioni di alcuni analisti secondo cui la Fed per contrastare il tasso d’inflazione implementerà presto politiche monetarie restrittive, bloccando il Quantitative Easing. Come conseguenza, la minore svalutazione comporterà una sensibile riduzione della domanda di oro e così del suo prezzo.

CAUSE EUROPEE E ASIATICHE. Altre variabili devono essere però considerate per spiegare in maniera più completa il fenomeno. In primo luogo, la critica situazione debitoria dell’eurozona. Recentemente il governo di Cipro ha dichiarato di essere disposto a vendere parte delle sue riserve di oro, con l’intento di raccogliere circa 400 milioni di euro necessari ad uscire da un’agonia finanziaria che si protrae ormai da tempo. Questa misura potrebbe spingere altri paesi europei come Portogallo, Irlanda, Spagna, Italia e Grecia a fare altrettanto. Attualmente, le loro riserve combinate complessivamente ammontano a circa 125miliardi di euro. Certo, questo non significa che nella vendita del prezioso minerale risieda la risposta ai problemi delle fragili economiche mediterranee. Ad esempio, l’Italia non potrebbe mai estinguere il suo debito pubblico attestatosi, il 31 dicembre del 2012, a quota 1.988.658 milioni di euro con le sole proprie, sebbene apprezzabili, riserve auree. Tuttavia la tentazione di alleviare le proprie sofferenze potrebbe essere a tal punto forte da spingere questi paesi a seguire la proposta cipriota.

Infine, altra determinante è individuabile nel rallentamento della crescita cinese, che ha registrato un tasso pari al 7,7% nel primo trimestre del 2013: insoddisfacente rispetto alle previsioni e non all’altezza dei ritmi riportati negli ultimi anni. Come ha segnalato il Financial Times, la produzione industriale è cresciuta del 9,5%, mezzo punto percentuale in meno rispetto all’anno scorso; allo stesso tempo, le vendite al dettaglio sono aumentate del 12,4%, risultando inferiori di 1,9 punti percentuali rispetto a quelle dell’anno passato.

Fonte MediaXPress

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