Armi chimiche usate nel conflitto siriano

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Alcuni rilevamenti fatti su un campione di terra rappresentano la prima prova forense dell’utilizzo di armi chimiche nell’attuale guerra civile siriana. A diffondere la notizia è stato un report realizzato da un’equipe di scienziati britannici, i quali hanno condotto l’analisi su un pezzo di terreno prelevato allaperiferia di Damasco e consegnato allo stabilimento di ricerca chimica e biologica del Ministero della Difesa inglese a Porton Down, nel Wiltshire. A rivelarlo è stato il Times of London che, riportando la testimonianza di una fonte, smentisce l’ipotesi che si tratti di gas lacrimogeni o di altre tipologie di agenti intossicanti spesso adottati per disperdere tumulti e agitazioni.

Tuttavia, attraverso lo studio del campione non è stato possibile valutare se la sostanza sia stata adoperata in maniera diffusa così come non è stato possibile accertare le responsabilità dell’atto: le accuse fioccano vicendevolmente dalle due parti, vale a dire dalle forze fedeli al presidente Bashar al-Assad e dalle formazioni guerrigliere ribelli. Come scrive il quotidiano Haaretz, la settimana scorsa reparti dell’intelligence occidentale hanno sostenuto la tesi dell’utilizzo di armi chimiche da parte delle truppe governative nelle aree di Halab e Damasco: alla fine di marzo si pensava invece che fossero state le forze dell’opposizione a farne uso, attaccando una postazione dell’esercito regolare a Khan al-Assal, un villaggio vicino Halab.

Lunedì scorso Ban Ki-moon, Segretario Generale delle Nazioni Unite, aveva esercitato pressioni sul regime di Damasco affinché consentisse un’indagine accurata ed estesa sul territorio siriano: un team internazionale di esperti era stato approntato per analizzare i tragici episodi legati all’utilizzo di sostanze tossiche a scopi bellici. Sebbene il presidente Bashar al-Assad avesse inizialmente richiesto un accertamento dell’ONU nella località di Khan al-Assan, in seguito si è opposto alla missione straniera, quando quest’ultima ha cercato di estendere l’analisi alle regioni in cui, secondo i gruppi ribelli, era stato il governo a fare uso di tali sostanze.

In precedenza gli Stati Uniti avevano avvertito che l’impiego di armi chimiche nel conflitto siriano avrebbe rappresentato la linea rossa che, qualora oltrepassata, avrebbe comportato un’accelerazione del loro coinvolgimento militare. Nel suo discorso al Jerusalem International Convention Center il mese scorso, il presidente Obama aveva ribadito che Washington ‹‹non avrebbe tollerato l’utilizzo di tali mezzi contro la popolazione siriana››. Tuttavia, non essendo ancora state chiarite le responsabilità del caso, non è possibile ritenere che la red line tracciata dalla Casa Bianca sia stata effettivamente superata dal governo di Damasco.

Ad ogni modo, a preoccupare gli Stati Uniti così come Israele sono le enormi riserve di armi chimiche siriane, immagazzinate in diversi siti disseminati in tutto il paese. Oltre alla possibilità che queste siano utilizzate come strumento ultimo per garantire la perpetuazione del regime, si teme la loro appropriazione da parte di gruppi terroristici operanti sul territorio o negli stati vicini.

Come si legge in un rapporto della Nuclear Threat Initiative (NTI), fin dagli anni ottanta Damasco si è impegnata a dotarsi di un arsenale di armi chimiche: gli sforzi venivano giustificati dalla necessità di bilanciare la preponderanza convenzionale e nucleare israeliana attraverso lo sviluppo di un proprio deterrente strategico. Così, rifiutandosi di sottoscrivere la Chemical Weapon Convention, la Siria non solo è riuscita ad accrescere il proprio parco bellico, costruendo missili in grado di portare testate chimiche; allo stesso tempo, sostengono alcuni analisti, è entrata in possesso di diversi agenti tossici, come l’iprite e il gas nervino.

L’instabilità istituzionale regna ormai sovrana nel paese. La recrudescenza delle ostilità potrebbe effettivamente spingere le parti in lotta ad adottare una soluzione drastica, estrema: la più nociva per un popolo che, martoriato da circa due anni di conflitto, aspira ormai solo ad una tregua.

Fonte MediaXPress

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