Il nuovo banco di prova del chavismo

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La campagna elettorale per le presidenziali venezuelane, che saranno convocate il 14 aprile, giunge ormai alla sua fase conclusiva. Il termine definitivo è fissato per questo giovedì, quando inizierà una pausa meditativa di tre giorni, durante i quali il popolo dovrà scegliere se continuare a sostenere il progetto chavista oppure, operando una rottura con il passato recente, porre le basi per una nuova realtà politico-istituzionale. Così, a un mese dalla morte del Comandante, il Venezuela è chiamato alle urne per nominare il nuovo presidente. Ancora quindi di fronte ad un bivio, che certo non è cambiato: da un lato, l’erede al trono chavista e presidente ad interim, Nicolás Maduro, scelto da Chavez per proseguire la Rivoluzione Bolivariana e l’esperimento del Socialismo del XXI secolo; dall’altro, Henrique Capriles Radonski, governatore dello stato di Miranda e rappresentante dell’opposizione, le cui differenti anime si erano precedentemente coagulate nella piattaforma elettorale del MUD (Mesa de la Unidad Democrática).

I TONI DELLA COMPETIZIONE. Lo scontro fra i due candidati, inizialmente pacato a causa del lutto nazionale, si è progressivamente inasprito, allorché una generalizzata commozione nazionale aveva dato i primi segnali di cedimento. In seguito, una tensione latente ha aleggiato insistentemente durante la campagna elettorale che, seppur breve, non si è dimostrata certo noiosa. Esacerbata dalla continua demonizzazione dell’avversario, da una retorica sempre più demagogica, da ideologismi deleteri e controproducenti che, anziché risolvere, hanno marciato sulle precarie condizioni economiche e sociali del paese, essa ha assunto connotazioni e generi vari. Aveva sfiorato la commedia quando, secondo Maduro, l’ex-mandatario trasformatosi in uccellino gli aveva sussurrato: ‹‹avete la mia benedizione, oggi inizia la battaglia, che possiate conseguire la vittoria››. Poi, spruzzata da quelle paranoiche manie di persecuzione che hanno a lungo caratterizzato i comparti chavisti, aveva confluito nello spionaggio internazionale: dal paventato sabotaggio elettronico nello stato di Bolívar alla denuncia di un presunto tentativo, da parte di un gruppo mercenario salvadoregno coadiuvato da funzionari statunitensi e dalla destra venezuelana, di uccidere il candidato socialista e generare violenza e instabilità sul territorio nazionale.

Le critiche all’avversario, i colpi bassi, hanno imperato nei monologhi pubblici: mentre da un lato Maduro, con analogie ardite, ha relazionato la possibile vittoria del MUD alla maledizione di Macarapana, con cui si ricorda la battaglia del XVI secolo nella quale le forze indigene furono sconfitte dalle truppe spagnole; dall’altro, Capriles in più occasioni ha accusato la cricca chavista di corruzione e ha attribuito allo sfidante l’appellativo “toripollo”, evocante l’immagine di un animale dal corpo di toro e la faccia da pollo.
Il tutto senza mai allontanarsi dal fulcro centrale del dibattito: Chavez.

I PROTAGONISTI. Proprio a partire dal leader bolivariano e dalla sua eredità politica si è articolata la disputa fra i due rivali. Privo del carisma dell’ex presidente e della presa che esercitava sul pubblico, soprattutto fra le classi più indigenti, Maduro ha cercato di evidenziare il forte legame che correva fra loro, enfatizzandone le affinità politiche, ideologiche, culturali. La sua strategia elettorale sostanzialmente si è orientata nel procedere alla beatificazione di Chavez e, ricreando atmosfere mistiche, nel sottolineare la loro indissolubile relazione “spirituale”. Così, cavalcando l’onda emotiva del momento, ha tentato di sedurre l’elettorato ricordando l’operato del Comandante e il suo ultimo gesto politico, realizzato in punto di morte: nominarlo come successore alla guida dello stato. Ha poi ribadito la linearità del suo progetto con il sogno socialista e bolivariano: programmi di assistenza sociale, investimenti pubblici, alimenti sussidiati, iniezioni di denaro a favore dell’istruzione e del sistema sanitario, il tutto generosamente foraggiato dalle esportazioni di petrolio. Nell’ambito della politica estera infine, ha dato mostra del suo viscerale anti-imperialismo e si è mostrato molto critico nei confronti delle politiche statunitensi verso il subcontinente latinoamericano.

Diametralmente opposta la posizione dello sfidante, voce rappresentativa del ceto medio. Sconfitto proprio da Chavez nelle presidenziali dell’ottobre scorso, Capriles ha riproposto il suo programma politico i cui pilastri, marcatamente anti-socialisti, si sostanziano: nella de-nazionalizzazione dell’economia e nella sua apertura ai capitali stranieri, nel sostegno all’iniziativa privata, nella diversificazione dell’apparato produttivo, nella lotta alla galoppante inflazione e nell’estirpazione della diffusa criminalità. Negli affari internazionali, infine, si è soffermato sulla necessità di rompere i rapporti con i regimi autoritari, quali l’Iran di Ahmadinejad, la Siria di Bashar al-Assad, la Cuba dei Fratelli Castro e di rivedere i propri partner strategici: più specificatamente, riconsiderare il rapporto con gli Stati Uniti ha rappresentato una priorità per la sua agenda estera.

Garante degli interessi della classe borghese, il leader del MUD è consapevole della difficoltà di attirare verso la sua piattaforma politica le frange più indigenti della popolazione: quest’ultime, in particolare, temono la riduzione delle opere sociali e dei programmi d’aiuto che avevano reso il comandante e il suo entourage così popolari fra i venezuelani. Proprio per questo, la strategia elettorale adottata da Capriles si è basata su due elementi importanti. In primo luogo, dissociare Maduro da Chavez, instillando dubbi sulle capacità del primo di essere all’altezza del secondo. Secondariamente, evidenziare la corruzione della burocrazia rivoluzionaria e l’appropriazione indebita dei fondi del carrozzone petrolifero di stato (Pdvsa) utilizzati per finanziare la campagna chavista.

Intanto, sullo sfondo della contesa giace un paese sempre più economicamente instabile: le cause vanno individuate in un sistema produttivo uni-settoriale, nella volatilità dei prezzi del petrolio, in un’inflazione preoccupante (circa al 30%) e nella dilagante criminalità, che rende il Venezuela uno degli stati più insicuri dell’Emisfero occidentale. Tuttavia, queste problematiche stringenti hanno avuto poco spazio nei dibattiti di questi ultimi giorni: una retorica populista e, a volte, una fantascientifica demagogia sono apparse più in grado di attrarre consenso elettorale che l’elencazione di chiare e concrete misure per migliorare le condizioni economiche e istituzionali sistemiche. Ad ogni modo, queste elezioni rappresentano anche un ulteriore banco di prova della tradizione chavista: il 14 aprile si saprà infatti se il socialismo del XXI secolo ha attecchito al punto tale da riuscire a sopravvivere alla morte del suo artefice.

Fonte MediaXPress

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