Pelé fu indagato dalla dittatura brasiliana

Pelé

La commissione nazionale della verità in Brasile ha reso pubblici circa un milione di documenti segreti sulla dittatura che assunse le redini del paese a partire dal 1964, in seguito al golpe che esautorò il presidente João Goulart. Tra i possibili indiziati, sospettati di essere oppositori della giunta militare e quindi sottoposti a scrupolose indagini, figura anche l’ex calciatore Pelé.
I documenti, archiviati presso il Dipartimento dell’Ordine Politico e Sociale di San Paolo, sono stati diffusi su internet: è possibile consultarli su un portale apposito, Memória Política e Resistência, dove è stato realizzato un archivio pubblico accessibile liberamente da tutti. Come ha sottolineato Geraldo Alckmin, governatore dello stato di San Paolo, ‹‹è molto importante garantire la trasparenza dell’informazione ai familiari delle vittime della dittatura››.

La scheda di Edson Arantes do Nascimiento, meglio conosciuto come Pelé, mostra in undici pagine le indagini che il governo di Brasilia aveva avviato nei suoi confronti. Resoconti sulle sue attività sportive, finanziarie e personali descrivono la maniera meticolosa con cui i funzionari del regime erano soliti investigare per identificare possibili elementi insurrezionali: in particolare, attenzione speciale pare fu dedicata ai tagli di giornale che raccontano di un’aggressione con arma da fuoco nel 1973 contro la casa della perla del Santos, il quale a soli 17 anni vinse il suo primo campionato mondiale nel 1958.

Nell’elenco degli indagati risultano anche l’ex-presidente Luiz Inácio Lula da Silva, durante l’epoca sindacalista di sinistra e promotore di scioperi, il cantante Roberto Carlos e lo scrittore Monteiro Lobato.
In totale, l’archivio pubblicato contiene circa 274.105 schede su persone sospettate e 12.874 rapporti più brevi relativi specificatamente allo stato di San Paolo.

VIOLENZE E SOPRUSI. Come riporta El Clarín, i documenti sono la testimonianza dell’esistenza di numerosi centri di tortura nella regione, soprattutto nel centro della città di San Paolo. Furono circa 179 le sparizioni avvenute in Brasile, di cui il 40% solo nello stato paolista. Gran parte delle vittime erano legate ad organizzazioni politiche e/o rivoluzionarie in lotta contro le forze militari che, dopo il colpo di mano del 1964, si mantennero al potere fino al 1985: tra queste, anche Vanguarda Armada Revolucionária Palmares, in cui militava l’attuale presidente del Brasile, Dilma Rousseff, sottoposta anche lei, durante quegli anni, a prigionia e umilianti torture.

In una lettera, datata 23 novembre 1973, è possibile constatare i ricatti a cui erano sottoposte le famiglie delle vittime dagli agenti di polizia, impegnati nella repressione di ogni velleità insurrezionale. Nella missiva, diretta al signor Julio, si legge ‹‹sua figlia non collabora con le forze dell’ordine››. Affinchè ‹‹collabori, ci invii 7.000 cruzeiro, senza raccontare nulla a nessuno››.

IL PERIODO STORICO. Tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta, una serie di colpi di stato furono attuati nel subcontinente latinoamericano: si avvicendarono al potere giunte militari che, nell’ambito della guerra fredda, cercarono di riorganizzare l’apparato istituzionale del proprio paese e operarono una dura guerra contro le forze rivoluzionarie insurrezionali. La dittatura che si impose a Brasilia giocò un ruolo di primo piano, collaborando finanziariamente, militarmente e logisticamente al golpe del generale Hugo Bazer in Bolivia, all’estirpazione in Uruguay dei gruppi comunisti del Movimento di Liberazione Nazionale Tupac Amaru, così come all’instaurazione del regime del generale Pinochet in Cile. Ispirandosi alla Dottrina della Sicurezza Nazionale, le Forze Armate si arrogavano la responsabilità di garantire l’ordine e la sicurezza sul territorio nazionale e, conseguentemente, si attribuivano il diritto di dirigere il processo decisionale e politico. Con qualsiasi mezzo e a qualsiasi costo. La lotta alla penetrazione sovversiva non conosceva pietà: azioni segrete, torture, minacce, ricatti, sparizioni, assassini furono gli strumenti adottati per salvaguardare il potere delle gerarchie consolidate.

La commissione ha precisato che l’opera di ordinamento e digitalizzazione dei documenti archiviati è durata tre anni e, si stima, quest’ultimi rappresentano solo il 10% del totale degli scritti segreti della dittatura a San Paolo. Un lavoro, quindi, che appare non completo, anche perché non appaiono i nomi dei carnefici ma solo le azioni intraprese per conservare un regime di terrore nel paese. Quasi un tentativo di riaprire ferite storiche in maniera moderata, attenta, data la consapevolezza degli effetti destabilizzanti che le conseguenze di tali atti avrebbero generato nella società domestica. A riprova di ciò, mentre a Rio de Janeiro i manifestanti si sono riversati nelle strade per chiedere giustizia contro i militari responsabili, sferzanti sono giunte le critiche dagli alti vertici delle Forze Armate, dall’Esercito alla Marina, passando per l’Aeronautica: dopo aver contestato la Commissione della Verità che ‹‹pretende dar lezioni di democrazia››, hanno difeso l’operato della giunta che rovesciò con la forza il governo di Goulart.

Fonte MediaXPress

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