L’opacità dei paradisi fiscali

Cipro_paradisi fiscali

Nelle ultime settimane i riflettori puntati sulla crisi cipriota hanno risvegliato l’interesse dei media sui paradisi fiscali europei. Dall’Andorra a Gibilterra, dal principato di Monaco a quello del Liechtenstein, sono diverse le oasi finanziarie del vecchio continente che attraggono ogni anno voluminosi flussi di capitali dall’estero. Flessibili e generose condizioni impositive unitamente alla possibilità di tutelare la riservatezza dei detentori di fondi attraverso il meccanismo del segreto bancario sono tra i fattori che rendono sempre più conveniente stabilire la sede di un’impresa o, più semplicemente, trasferire i risparmi di una vita in uno di questi paesi. Fino agli anni settanta, tali prosperose realtà statali erano davvero poche: in seguito, la deregolamentazione dei flussi finanziari internazionali, la cui impennata nel corso degli anni ottanta fu incoraggiata da Ronald Reagan e Margaret Thatcher, ne accrebbe significativamente il numero.

Dirigere capitali alla volta di questi rifugi permette di liberarli dalla stretta del regime di tassazione nazionale a cui sono sottoposti. Difatti, i vantaggi da loro offerti sono innumerevoli. A Cipro, le compagnie domestiche e straniere versano in tasse solo il 10% dei loro profitti annuali, godono dei benefici previsti dai servizi bancari offshore, non vi è alcuna trattenuta sul pagamento dei dividendi né un’imposta sul patrimonio o sugli interessi maturati sui propri conti correnti. E condizioni pressoché simili si riscontrano in Lussemburgo e in Svizzera.

Ma il fiore all’occhiello è la legislazione in materia di privacy. I paradisi fiscali offrono all’interno della propria giurisdizione un pacchetto di norme scrupolose sulla segretezza bancaria finalizzate a salvaguardare la riservatezza dei titolari di depositi: la divulgazione delle informazioni dei correntisti è proibita e punita severamente, al punto che gli impiegati e tutti gli addetti ai lavori degli istituti di credito sono obbligati a prestare un giuramento di fedeltà in tal senso.
La stessa prerogativa è valida per le imprese straniere la cui sede centrale è radicata in uno di questi centri finanziari protetti. Ad esempio, a Nicosia i nominativi dei proprietari di aziende offshore devono rimanere privati: potranno essere svelati solo in caso di investigazioni criminali che riguardano la società in questione

AMORALITA’ FINANZIARIA. Le condizioni di anonimato su descritte certo forniscono discrezione e riserbo ma, al limite, contribuiscono a creare un contesto di omertà. Secondo un rapporto della Special Committee on Organised Crime, Corruption and Money Laundering del Parlamento europeo, esiste un’intima relazione fra la proliferazione dei paradisi offshore, il riciclaggio di denaro sporco o di dubbia provenienza e l’evasione fiscale. Attraverso lo scaltro utilizzo di una interconnessa e complessa rete di giurisdizioni protette è possibile oscurare l’identità del beneficiario ultimo e l’origine delle sue entrate. In base ad alcune stime raccolte dalla Commissione Europea, i paesi membri dell’Unione perdono annualmente fra il 2% e il 2,5% del loro prodotto interno lordo combinato proprio a causa di questi fenomeni criminali. Contestualizzando queste cifre nell’ambito della crisi finanziaria e politica internazionale, dove gli squilibri sui conti aumentano, la situazione debitoria peggiora, la crescita ristagna e le politiche di austerità erodono il sistema sociale, la necessità di contrastare l’illegalità appare sempre più stringente.

Emblematico è il caso di Cipro, accusata da giornalisti e politici di accogliere i capitali russi illeciti. Un report dell’intelligence tedesca ritiene infatti che l’isola del mediterraneo pur introducendo le misure stabilite dall’Unione Europea o prescritte da accordi internazionali mostra una certa flessibilità nella loro applicazione: al punto che finisce per facilitare il riciclaggio di denaro, attraverso la semplicità con cui i russi ricchi ottengono la cittadinanza cipriota e, per estensione, quella europea.
Inizialmente, con il crollo dell’Unione Sovietica, oligarchi, magnati e organizzazioni criminali post-comunisti iniziarono a dirottare fondi finanziari verso Nicosia: quando quest’ultima entrò nell’Unione Europea e monetaria, il numero di imprese registrate incrementò esponenzialmente. Solo nel 2011, la gran parte degli 80 miliardi di dollari usciti da Mosca sono stati portati a Cipro mentre circa 26 miliardi di dollari sono stati depositati nelle banche del paese.

L’instabilità finanziaria che caratterizza l’isola ha naturalmente danneggiato la sua nomea di paradiso fiscale, un titolo che si era guadagnata mostrando una pragmatica elasticità regolatrice: ormai i capitali stranieri, leciti o non, sono già in rotta verso nuove destinazioni, consci del fatto che una più rigida applicazione delle normative internazionali è lungi dall’essere prossima.

Fonte MediaXPress

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