Le difficoltà di un’intesa

marò

Incalza la tensione fra Roma e Nuova Delhi in seguito alla decisione della Corte Suprema di limitare le libertà dell’ambasciatore italiano in India, Daniele Mancini, a cui è stata vietata la possibilità di lasciare il paese. Un provvedimento dal sapore di ritorsione disposto in seguito al rifiuto del governo italiano di estradare i due marò, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, accusati di aver ucciso due pescatori tamil, scambiati per pirati, mentre scortavano la petroliera Enrica Lexie al largo delle coste di Kerala il 15 febbraio 2012.

L’IMPASSE. La controversia riguarda la giurisdizione a cui attribuire il caso. Secondo il diritto internazionale, qualora i colpi fossero stati sparati nelle acque territoriali indiane, i due fucilieri sarebbero dovuti essere sottoposti al giudizio della Corte del paese costiero: difatti, la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare stabilisce che lo stato rivierasco possiede la giurisdizione sulle imbarcazioni che attraversano non solo le acque territoriali (che si estendono fino a 12 miglia nautiche dalla costa) ma anche le acque contigue (fino a 24 miglia dalla costa). Diversamente, se l’incidente è occorso in alto mare, la nave viene considerata come territorio sovrano del paese di cui batte bandiera: in questo caso il giudizio spetterebbe ad un tribunale italiano.

L’inconciliabilità dei pareri dei due governi ha determinato uno stallo giuridico degenerato in vertenza diplomatica: difatti, secondo l’amministrazione di Kerala l’incidente è avvenuto nella zona delle acque contigue; contraria è l’opinione dell’equipaggio italiano secondo cui i colpi sono stati inferti in acque internazionali.

LO SCONTRO DIPLOMATICO. Nuova Delhi aveva acconsentito al rimpatrio dei due marinai in occasione delle festività natalizie dopo aver ottenuto da Roma l’impegno al loro ritorno in vista della chiarificazione della situazione giurisdizionale. In seguito, i due fucilieri sono nuovamente tornati in Italia per partecipare alle consultazioni del febbraio scorso: tuttavia questa volta l’affidavit, la dichiarazione giurata firmata dall’ambasciatore italiano che prometteva il rientro in India dei due imputati, non è stato rispettato. Diverse sono state le argomentazioni addotte per motivare la scelta. In primo luogo, l’immunità funzionale di cui godevano i militari, con l’enfasi posta sul fatto che l’atto fosse stato commesso in alto mare e solo dopo, su ordine della guardia costiera, che la petroliera fosse entrata all’interno delle 12 miglia di acque territoriali. Secondariamente, dato che i due marò sono stati accusati di omicidio volontario, punibile in India con la pena di morte, estradarli avrebbe significato violare la Costituzione italiana e le Convenzioni internazionali di cui Roma è firmataria: la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e il Protocollo aggiuntivo contro la pena di morte.

Il mancato soddisfacimento dell’obbligo contratto ha ovviamente scatenato il malcontento popolare indiano e la rabbia di Nuova Delhi che ha subito criticato il comportamento italiano, prendendo immediatamente delle contromisure: tuttavia, le restrizioni imposte dalla Corte Suprema ai danni dell’ambasciatore Mancini si pongono in stridente contrasto con la normativa prevista dalla Convenzione di Vienna del 1961. In particolare, l’articolo 29 della stessa stabilisce che un agente diplomatico non può essere soggetto a nessuna forma di arresto o detenzione e lo stato ospitante deve prendere tutte le misure più adeguate al fine di prevenire attacchi alla sua persona, libertà o dignità: in altre parole, il funzionario non può essere ritenuto responsabile delle azioni decise, predisposte e implementate dal paese di appartenenza. A rimarcare il concetto interviene l’articolo 31 della medesima Convenzione, per cui il rappresentante straniero gode dell’immunità dall’esercizio della giurisdizione civile e penale. Un’immunità alla quale può rinunciare solo se ne fa espressa richiesta, come sancito dall’articolo 32: cosa che non è avvenuta nel caso in questione, dove è stata piuttosto la Corte Suprema a presumere che l’ambasciatore avesse rinunciato alla protezione internazionale in quanto avesse deciso deliberatamente di non rispettare l’affidavit.

L’aver sfruttato la buona fede di Nuova Delhi, ingannando la sua magistratura e, secondo le frange della popolazione indiana più critiche, prendendosi gioco delle sue istituzioni può essere sostanzialmente considerata come una chiara rottura del protocollo diplomatico: ma può essere parimenti ritenuta una violazione delle norme tale da innescare conseguenze legali? Se si fa riferimento alla Convenzione di Vienna, la risposta è chiaramente negativa. Da qui l’esigenza di individuare nell’ambito politico una soluzione alla controversia.

RIPERCUSSIONI DOMESTICHE. In parte, la difficoltà di individuare un’intesa è da rintracciarsi nell’atmosfera politica locale. Quando le dinamiche interne, dominate dallo scontro fra interessi particolaristici, finiscono per influenzare la pratica politica, il conseguimento di un compromesso pragmatico diventa sempre più arduo. Ed è così che in India le forze dell’opposizione, tra cui il conservatore BJP (Bharatiya Janta Party), hanno diverse volte attribuito a Sonia Ghandi, di origine veneta, sospettati legami con le autorità politiche italiane: la donna è stata ripetutamente accusata di favorire il ritorno a casa dei due fucilieri e di agire a scapito dell’interesse nazionale. L’effetto della polemica ha contribuito ad inasprire i toni del dialogo internazionale, già particolarmente teso a causa del recente scandalo di corruzione riguardo la vendita di alcuni elicotteri: prendendo le distanze da sospetti e recriminazioni, la presidente del Partito del Congresso (Indian National Congress, INC) ha ribadito: ‹‹la sfida del governo italiano e il tradimento dell’impegno preso con la Corte Suprema sono inaccettabili. A nessun paese sarà permesso di sottovalutare l’India. Tutti i mezzi a nostra disposizione devono essere adottati per assicurare che l’Italia onori l’impegno preso››. All’unisono le parole del primo ministro Manmohan Singh che, dopo aver condannato ‹‹le inaccettabili e oltraggiose azioni di Roma››, ha promesso di navigare qualsiasi canale legale e diplomatico per riportare i due marinai di fronte alla Corte Suprema.

 Aggiornamento: in prossimità della scadenza (22 marzo) della licenza concessa ai due marinai, il governo italiano ha emesso un comunicato stampa in cui riferisce che Latorre e Girone hanno accettato di fare ritorno in India. L’amministrazione Monti ha predisposto la partenza dei due fucilieri dopo aver ottenuto da Nuova Delhi una rassicurazione scritta sul loro trattamento e sul rispetto dei loro diritti fondamentali

Fonte MediaXPress

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