Elezioni in Albania. La carta del Nazionalismo

Il 23 giugno prossimo i cittadini albanesi saranno convocati alle urne per decidere la nuova guida del paese. I toni della competizione elettorale si fanno sempre più accesi, in un contesto politico dove la sfiducia nei confronti dei due principali partiti appare dilagante. Accusati di clientelismo e corruzione, il Partito Democratico e il Partito Socialista stanno gradualmente perdendo consenso popolare in favore di una nuova formazione che fa della riunificazione nazionale il proprio vessillo di battaglia. Si tratta dell’Alleanza Rosso-Nera, un partito politico di chiare tendenze nazionaliste e populiste guidato dal giurista Kreshnik Spahiu.

IL CONTESTO POLITICO-SOCIALE

A contendersi le redini del comando questa volta non saranno solo il Partito Democratico di centro-destra, diretto dal premier uscente Sali Berisha, e il Partito Socialista, all’opposizione, capeggiato da Edi Rama: le critiche mosse nei confronti delle due forze politiche hanno riacceso le aspirazioni di altre formazioni che hanno approfittato della disillusione popolare per costruirsi delle proprie sacche di consenso.

Il clientelismo e la corruzione, piaghe insanabili della macchina pubblica albanese, hanno indubbiamente influito sull’indebolimento della classe dirigente. Ma è necessario considerare anche un altro elemento per dipingere un quadro completo dell’attuale situazione: il fallimentare processo di integrazione all’Unione Europea.

Il 10 ottobre 2012, la Commissione europea aveva raccomandato al Consiglio europeo di attribuire, con condizionale, lo status di candidato all’Albania. Tirana avrebbe dovuto adottare alcune misure per poter conseguire lo status completo: tra queste, combattere la corruzione, intraprendere alcune riforme nei settori della pubblica amministrazione e della giustizia, rivedere la regolamentazione parlamentare,  garantire maggiore libertà di stampa, promuovere il rispetto di diritti civili e politici, organizzare in maniera più sistematica la lotta al crimine organizzato.

L’inadeguato soddisfacimento di questi requisiti ha allontanato il paese da Bruxelles: ancora una volta, infatti, all’Albania è stato negato lo status di candidato. E i due partiti politici maggioritari si sono subito lanciati in un’infuocata quanto sterile recriminazione dell’avversario, nel tentativo di liberarsi da ipotesi di colpevolezza e imputazioni di responsabilità in grado di denigrare la propria autorevolezza di fronte la popolazione.

Il discredito nell’élite dirigenziale e la forte disaffezione dell’elettorato hanno favorito la discesa in campo di una nuova formazione che, coagulando le pretese più scioviniste della società, si è ritagliata una significativa fetta di consenso. L’ Alleanza Rosso-Nera infatti ha proposto una serie di misure che, facendo leva sull’irrisolta causa nazionale albanese, hanno permesso di allargare il proprio bacino di voti. Emblematica in questo senso è stata la richiesta di indire un referendum per valutare la possibilità di costituire una Federazione che unisca Albania e Kosovo, i territori in cui si addensa la maggior parte dell’etnia albanese. L’iniziativa è stata contestata dai paesi vicini, consapevoli degli effetti destabilizzanti che una tale proposta può provocare nell’area balcanica. Difatti, in Montenegro, Serbia, Macedonia e Grecia vivono comunità albanesi che, infiammati dal revival del progetto della Grande Albania, potrebbero organizzare rivolte e agitazioni di carattere separatista.

Ad ogni modo, operando in questo modo l’Alleanza Rosso-nera si è trasformata di fatto nel terzo polo, l’ago della bilancia indispensabile a governare il paese nella prossima amministrazione.

LA FORZA DEL NAZIONALISMO

L’antica aspirazione di costituire una grande nazione albanese ha tratto nuova linfa vitale quando, nel febbraio del 2008, il Kosovo si è dichiarato indipendente. Un sogno le cui radici vanno individuate nel lontano 1912 quando, liberatasi dal dominio ottomano, l’Albania costituì un nuovo stato a cui però non presero parte gli albanesi kosovari.

Durante la reggenza turca, la popolazione di etnia albanese era stata frammentata in diversi distretti territoriali: una misura adottata del resto anche nei confronti delle altre genti balcaniche, con l’intento di inibire lo sviluppo di una pericolosa coscienza nazionale. Allo stesso fine, furono imposte severe restrizioni contro l’insegnamento della lingua albanese e la diffusione della sua cultura, considerati questi elementi basilari dell’identità nazionale. In seguito, con la sconfitta ottomana nella prima guerra balcanica, le forze serbe e greche cominciano ad occupare le terre albanesi, nell’ambito di una partizione delle zone liberate dall’impero turco ad opera di Serbia, Montenegro, Bulgaria e Grecia.

La minaccia di assimilazione accelerò la costituzione di un’assemblea nazionale che proclamò l’indipendenza dell’Albania il 28 novembre del 1912; in quell’occasione, il paese poté contare sul sostegno interessato dell’Impero Austro-Ungarico e dell’Italia, preoccupati che la Serbia, alleato della Russia, avanzando fino all’Adriatico alterasse l’equilibrio di forze regionale. I confini albanesi furono successivamente riconosciuti nel 1913 dalle diverse potenze europee: tuttavia, una buona parte della popolazione del paese rimaneva fuori dalle frontiere nazionali, in quanto risiedenti nelle aree di Kosovo, Serbia meridionale, Montenegro e Macedonia.

La volontà di completare il disegno nazionale è rimasta latente, sopita, ma mai si è completamente addormentata. La consapevolezza di appartenere ad un unico gruppo etnico, diviso per le necessità contingenti di grandi e piccole potenze, è rimasta vivida, come dimostra il fatto che l’anniversario della fondazione dello stato è festeggiato non solo all’interno dei confini territoriali, ma in tutte le zone balcaniche abitate da comunità albanesi.

Certo, è poco chiaro se esista o meno un progetto politico concreto che programmi sistematicamente e definisca le modalità dell’unificazione nazionale. Tuttavia, l’entusiastica retorica sciovinista di Kreshnik Spahiu ha echeggiato nell’area balcanica, riscontrando consensi e sviluppando nuove intese. Così è successo con Vetëvendosja, movimento nazionalista kosovaro, secondo cui la riunificazione è un diritto inalienabile del popolo albanese. Così è accaduto nelle aree serbe e macedoni, dove il nazionalismo propagato da Tirana riaprendo ferite storiche esaspera tensioni interetniche.

RISCOPRIRSI NAZIONALISTI

diverse forze politiche si abbandonano a discorsi sempre più nazionalpopolari. Attraverso questa chiave di lettura è possibile interpretare alcune proposte di Berisha, come quella di concedere il passaporto albanese a tutto il popolo di etnia albanese disperso nella regione balcanica e quella di unificare lo spazio televisivo del paese con il Kosovo. Intanto però, i vertici politici europei si dichiarano sempre più preoccupati per l’ondata di nazionalismo che travolge il territorio, lanciando strali a quella retorica provocatoria che auspica ridefinizioni di confini territoriali stabiliti.

Certo, la strumentalizzazione di aspirazioni ataviche potrebbe rafforzare i competitor elettorali, fermando quella veloce emorragia di consenso che caratterizza un establishment ormai screditato. Ma a quale prezzo?


Facebook
Twitter
More...

Fonte Diritto di Critica

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s