Cina, Corea e Giappone e l’avanzata delle potenze occidentali in Asia orientale

L’Asia orientale fu sottoposta all’apertura aggressiva da parte delle potenze straniere a partire dalla metà del XIX secolo. Interessi economici e geopolitici, spesso accompagnati o mascherati dal proselitismo religioso, mossero le cannoniere europee e statunitensi: l’intento ultimo era quello di procacciarsi materie prime e incontaminati mercati di sbocco per accrescere la ricchezza e potenza nazionale. Per comprendere meglio la reazione delle tre potenze è possibile suddividere l’analisi in tre differenti fasi: accoglienza, confronto, cambiamento. Quest’esercizio intellettuale ci permetterà di esaminare eventuali analogie e differenze comportamentali e, allo stesso tempo, sviscerare le dinamiche della trasformazione dello scenario politico internazionale dell’Est Asiatico.

ACCOGLIENZA

Nell’ambito di un antico ordine sinocentrico, che si reggeva su un sistema di relazioni tributarie, l’impero celeste aveva imposto un’egemonia centripeta etnocentrica, che le permetteva di perpetuare la sua superiore autorità sulle potenze minori che facevano parte della sua civiltà. Fino a metà del XIX secolo, la preponderanza economica e militare cinese era evidente al Giappone mentre la posizione di supremazia del Regno di Mezzo era riconosciuta dalla Corea che, in una visione tipicamente confuciana, si definiva come la sua sorella minore. L’arrivo dell’Occidente determinerà un cambiamento nell’ordine regionale.
La guerra dell’Oppio, combattuta fra il 1839 e il 1842, fu il conflitto che segnò l’entrata aggressiva della Gran Bretagna nel territorio dell’Impero celeste. Attraverso la guerra, Londra voleva imporre le vendite di oppio indiano sul territorio, necessarie ad equilibrare la bilancia internazionale del paese e ottenere per i suoi rappresentanti uno status di uguaglianza diplomatica in relazione ai funzionari imperiali. Tali pretese erano state infatti rifiutate: accettarle avrebbe significato danneggiare il popolo cinese, inficiare il prestigio morale dell’imperatore e minacciare la superiorità della sua autorità in quanto figlio del Cielo. Lo scontro, vinto dagli inglesi, costrinse i Qing a siglare un trattato a Nanjing, nel 1842: era il primo dei trattati ineguali, attraverso cui il territorio si apriva alla penetrazione commerciale e politica occidentale. Seguirono intese simili con Francia, Stati Uniti e Russia.
La Cina dei Qing non aveva esperienza nel fronteggiare le minacce alla propria sicurezza che provenivano dal mare: in passato, aveva adottato una generale politica di chiusura delle frontiere. La sua attenzione si era sempre concentrata sulle destabilizzanti offensive delle tribù nomadi delle regioni interne dell’Asia. Ad ogni modo, al sopraggiungere del “barbaro”, l’impero adottò una reazione che può essere classificata come realista: difatti, nella misura in cui gli interessi dell’impero furono identificati con interessi dinastici, la ragion di stato finì per prevalere sul benessere del popolo. Inizialmente Tao-Kuang si oppose all’importazione di oppio, considerando gli effetti negativi che aveva sulla società domestica. Tuttavia, quando divenne chiara la superiorità navale e militare britannica, negoziò un accordo permissivo con Londra, salvando così la dinastia e lo status quo politico.
Anche il Giappone aveva adottato, durante lo shogunato Togukawa, una politica isolazionista, limitando i legami con gli occidentali ai contatti commerciali con i mercanti olandesi nel solo porto di Nagasaki. Tuttavia, la chiusura al mondo esterno non fu mai ermetica: difatti sullo sfondo della politica di uchi harai del 1825, in base a cui non bisognava fare distinzioni fra gli stranieri occidentali ma espellerli tutti, era evidente una certa curiosità per quel mondo tanto diverso quanto lontano. Così, furono tradotti molti libri sulle istituzioni politiche, la storia, la geografia, la scienza militare degli stati europei.
In seguito, l’umiliante sconfitta cinese nella guerra dell’Oppio alimentò i timori giapponesi: la Cina, durante tutto il periodo Edo, era stata considerata come la potenza preponderante in Asia; se era stata sconfitta, che possibilità aveva il Giappone di trionfare in un eventuale conflitto contro l’Occidente? La politica del uchi harai doveva essere abbandonata in favore di una posizione più flessibile che evitasse di creare incidenti suscettibili di degenerare in conflitti. Così, quando le navi nere del Commodoro Perry raggiunsero le coste del paese, Togukawa si piegò subito alle ambizioni statunitensi, firmando un trattato ineguale nel 1854 che riconosceva privilegi commerciali e diplomatici.
Certo, la resa immediata giapponese contribuì alla caduta dello shogunato. Ma le tensioni domestiche e le frizioni continue fra mercanti e samurai avevano già in parte segnato la fine del suo mandato politico, che si sostanziò nella sconfitta militare contro l’alleanza dei due feudi rivali Chōshū e Satsuma. Nasceva in Giappone un soggetto politico nuovo, l’impero Meiji, che avrebbe intrapreso presto la strada della modernizzazione occidentale.
Infine in Corea, di fronte alle insistenti pressioni straniere, il governo Chosŏn, diretto da Taewŏn-gun, aveva implementato una politica estera di rigorosa chiusura. In primo luogo, il regime voleva salvaguardare la penisola dall’assertività occidentale, le cui conseguenze si erano palesate in Cina con la Guerra dell’Oppio. Secondariamente, si voleva contrastare la diffusione sul territorio del cattolicesimo: con la sua idea di uguaglianza degli esseri umani, in quanto tutti figli di Dio, minava le fondamenta dell’ordine confuciano Chosŏn, la cui società, gerarchizzata e stratificata, era dominata dalla classe yangban.
Le avanzate francese (1866) e statunitense (1871) furono respinte dalla tenacia militare coreana. Una vittoria che animò il governo ma che non fu duratura: difatti, l’isolazionismo di Taewŏn-gun si rivelò presto anacronistico e privo di lungimiranza se comparato al fatto che le potenze vicine si erano già aperte da tempo, anche se in misura diversa, alla modernizzazione.

CONFRONTO

La resa cinese alle pretese occidentali permise ai Qing di conservare il potere, ma a caro prezzo. Sul piano internazionale, la stagione dei trattati ineguali, ponendo fine al sistema di relazioni tributarie, finì per macchiare il prestigio della dinastia. Sul piano interno invece, la sconfitta diede l’occasione e la giustificazione a gruppi segreti anti-dinastici di ribellarsi contro il dominio manciuriano: esemplificativa a riguardo fu la grande rivolta della setta cristiano protestante Taiping, durante gli anni 1851-1864.
Era ormai chiaro che l’impero Qing era al collasso: l’unico modo per auto-conservarsi era instaurare un legame di dipendenza con le potenze sviluppate straniere. Una dipendenza che si basava sull’accettazione definitiva dei trattati ineguali e che avrebbe condotto alla progressiva quanto parziale occidentalizzazione della classe dirigente. Parziale, perché la consapevolezza della necessità di modernizzarsi non fu mai uniforme. Da un lato vi erano coloro, come Li Hongzhang, che ritenevano possibile salvaguardare l’impero solo dotandosi della tecnologia bellica straniera e acquisendo i segreti della scienza moderna. Dall’altro, cospicuo era il fronte dei letterati confuciani che ostacolarono il processo d’industrializzazione del paese. Conservatori e tradizionalisti, aborrivano e condannavano la tecnologia occidentale e i valori del mondo cristiano. Ad ogni modo, il burocraticismo intrinseco al sistema politico e la volontà di recuperare le tradizioni del passato impedirono un approfondito processo di modernizzazione. Inoltre, a differenza dell’Imperatore Meiji in Giappone, l’imperatrice vedova non elargì mai un effettivo sostegno allo sviluppo. Al contrario, pur di mantenere il controllo sulla società e l’equilibrio fra le forze tradizionali e progressiste, lasciò che il conservatorismo ideologico facesse ristagnare il processo d’innovazione. Nel tentativo di perpetuare la propria autorità politica, si limitò a contare sul sostegno dell’Occidente: come Tao-Kuang prima di lei, la regina antepose gli interessi dinastici a quelli del paese, ostacolando il processo di sviluppo e avanzamento tecnologico.
Intanto l’impero Meiji, attingendo a piene mani ai modelli economici, istituzionali ed educativi occidentali, e brandendo lo slogan Fukoku kyōhei (enriqueced el país, fortaleced el Ejército), implementò una serie di riforme che favorirono la centralizzazione del potere, il rafforzamento militare, lo sviluppo tecnologico e una impetuosa industrializzazione. Tuttavia, questo processo di acquisizione e imitazione risultò essere molto più profondo di quello che sembrava, rivelando radicate connotazioni culturali e psicologiche.
Dal punto di vista culturale, l’impero Meiji metabolizzò la concezione occidentale del sistema internazionale che, rifiutando le tradizionali relazioni tributarie che avevano caratterizzato l’ordine asiatico sinocentrico, considerava i rapporti fra stati appartenenti alla comunità delle nazioni su una base di uguaglianza e reciprocità. Non solo. Riconosceva che, al di là del diritto internazionale, esisteva una gerarchia di potere a livello mondiale il cui metro di misura era il grado di “civilizzazione”, inteso come sviluppo economico e militare. Con i trattati ineguali imposti alla Cina, il Giappone si rendeva conto che l’impero celeste, da cui si irradiavano valori e cultura, non rappresentava più la grande potenza di un tempo.
Dal punto di vista psicologico, i leader Meiji guardarono sempre con timore e ostilità il penetrante avanzare delle potenze occidentali nell’Est Asiatico. Lo sviluppo scientifico, economico e militare che modernizzò l’impero impedì che finisse sotto il controllo diretto straniero. Tuttavia, paesi più deboli, come Cina e Corea, una volta caduti sotto il dominio europeo e statunitense, avrebbero rappresentato gli avamposti di nuove e più intense pressioni. Tokyo adottò così una politica espansionista preventiva in cui la questione della sicurezza si univa alle necessità economiche di dotarsi di mercati di sbocco incontaminati e delle risorse energetiche necessarie ad alimentare il nascente colosso industriale.
Queste considerazioni nutrirono un acceso desiderio di restaurare il prestigio imperiale e il potere nazionale, conducendo all’adozione di una politica più assertiva in Asia: difatti, per ascendere i vertici della gerarchia internazionale, bisognava agire nei confronti dei vicini più deboli come in passato le forze imperialiste europee avevano agito nei confronti dello shogunato. L’imperialismo giapponese rappresentò quindi l’ultimo tassello della reazione nipponica di omologazione alle potenze occidentali.
Così, con l’incidente di Unyo nel 1875, provocato da un veliero giapponese, Tokyo attaccò la Corea: sconfitta, fu costretta a sottoscrivere il trattato di Kanghwa nel 1876, che seguiva la falsariga dei trattati ineguali occidentali. La Corea veniva così catapultata nel sistema internazionale moderno e aperta agli influssi della modernizzazione straniera. La reazione della società domestica non fu mai univoca. Il re Kojong, influenzato dal partito progressista (Kaehwadang), inaugurò il processo di auto-rafforzamento nazionale nell’ambito dell’Illuminismo coreano. Una dinamica che fu però ostacolata dal movimento dei letterati confuciani che, risoluti a respingere l’eterodossia in difesa dell’ortodossia, iniziarono ad auspicare il ritorno al potere di Taewŏn-gun. In ultimo, vi era la regina Min, moglie di Kojong, schierata con il partito conservatore (Sadaedang) e filo-cinese. La profonda lacerazione della classe dirigente si tradusse in un’ambigua politica estera. I diversi poli di potere cercarono infatti di ottenere l’appoggio delle forze esterne di riferimento nel tentativo di imporsi sul piano politico interno ma, alla fine, furono da esse strumentalizzati. In particolare, facendo leva sull’esigenza di modernizzarsi, manifestata dal re Kojong, il Giappone stava accrescendo la sua influenza sulla penisola coreana. Per contrastare l’offensiva nipponica, il funzionario cinese Li Hung-chang si rivolse al gruppo pro-cinese della regina Min, convincendolo a stringere intese con Gran Bretagna, Germania e Stati Uniti. Li giustificava quest’azione riesumando la tradizione cinese di controllare i barbari con altri barbari: era l’unico modo, aggiungeva, per contrastate un’ondata imperialista ineludibile. In realtà, il fine ultimo dell’Impero celeste era bloccare le ambizioni dei rivali vicini, vale a dire Giappone e Russia, per poter poi restaurare la sua supremazia nella penisola.

CAMBIAMENTO

Alla fine, inconciliabili interessi imperiali condussero allo scontro. Approfittando dell’insurrezione in Corea del movimento contadino Tonghak (Estudios Orientales), che invocava l’espulsione degli stranieri e una riforma agraria, le truppe cinesi e giapponesi intervennero sul territorio: la guerra sino-nipponica scoppiò nel 1894 e si concluse con la vittoria di Tokyo l’anno seguente. Con il trattato di Shimonoseki (1895) la Cina riconosceva piena indipendenza alla Corea e cedeva al Giappone Taiwan e la Penisola Liaotung, rivelando le ambizioni imperialiste nipponiche in Manciuria.
È possibile tracciare, anche se con le dovute limitazioni del caso, un parallelismo fra la guerra egemonica combattuta fra Atene e Sparta nel V secolo a.C. in Grecia e la competizione sino-giapponese, culminata nel conflitto per la penisola coreana alla fine del XIX secolo. Secondo la teoria della guerra egemonica di Tucidide, la maggiore capacità di Atene di adattarsi ai cambiamenti sistemici di carattere economico, militare e tecnologico avevano determinato una crescita ineguale di potere che favoriva Atene, potenza in ascesa, e danneggiava Sparta, la potenza egemone impegnata a preservare lo status quo internazionale: ne derivò una guerra, definita egemonica perché in grado di mutare la gerarchia di potere esistente.
Si consideri il sistema sinocentrico, basato sull’egemonia cinese in Asia orientale. La penetrazione occidentale nell’Est asiatico aveva mutato le basi del potere: la modernizzazione e il progresso industriale, funzionali all’adozione di una politica imperialista, rappresentavano i nuovi pilastri della potenza nazionale. Il Giappone Meiji aveva mostrato una maggiore capacità di adeguarsi a tali cambiamenti: la sua decisa attitudine ad assorbire il modello di sviluppo occidentale era rafforzata da una coesa coalizione imperialista, che racchiudeva le alte sfere militari, politiche ed economiche. Certo la Cina si era aperta all’occidentalizzazione, ma in misura minore: il progresso tecnologico e scientifico era stato arrestato dalla forte opposizione interna confuciana e inibito dalla stessa regina. La disfatta cinese nella guerra del 1894 segnò così la fine di un ordine, il cui epicentro era rappresentato dal figlio del Cielo: Tokyo mostrò la sua superiorità, ascendendo al vertice della gerarchia delle potenze asiatiche.


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