Nuovo scandalo corruzione in Brasile. Dimissionati funzionari governativi

Dilma Rousseff, presidente del Brasile, ha destituito alcuni pubblici ufficiali in quanto presunti partecipi di una rete di corruzione che, ramificata in un ministero e sette organi istituzionali, era stata smantellata venerdì 24 novembre dalla Polizia Federale nell’ambito dell’operazione Puerto Seguro.

 Sono state trattenute 21 persone, accusate di corruzione, frode, falsificazione di documenti e traffico d’influenza. Tra i sospettati rimossi dal proprio incarico vi sono Rosemary de Noronha, ex-segretaria personale dell’ex-presidente Luiz Inácio Lula da Silva e attualmente dirigente dell’ufficio regionale della Presidenza di San Paolo e José Weber Holanda Alves, membro della Abogacía General de la Unión del governo. Nella lista degli indagati figurano anche due funzionari raccomandati dalla stessa Rosemary de Noronha: il direttore dell’Agenzia Nazionale dell’Acqua, Paulo Rodrigues Vieira e il direttore delle Infrastrutture aeroportuali dell’Agenzia Nazionale dell’Aviazione Civile, Rubens Carlos Vieira. Secondo gli inquirenti, i due fratelli erano incaricati di individuare e reclutare impiegati governativi inclini a compromettersi nell’affaire, mentre un terzo fratello, anch’egli agli arresti, si impegnava a trovare imprenditori desiderosi di pagare per ottenere false e rapide autorizzazioni.

 Intanto la Polizia sta allargando le indagini alle altre agenzie federali per valutare l’ampiezza di questo schema il cui sentore si diffuse dopo che, nel 2010, per un ripensamento, un funzionario dell’ufficio contabile restituì la somma di 150.000 dollari ottenuta in cambio dell’elaborazione di un rapporto fittizio.

 Il caso esplode poco dopo il più grande processo di corruzione che ha vissuto il paese, in cui la Corte Suprema ha sentenziato la colpevolezza di alcuni degli assistenti di Lula da Silva nell’indagine sulla compravendita di appoggio parlamentare al Partito dei Lavoratori. Lo scandalo, emerso nel 2005, fu definito Mensalão (pagamento mensile) e vedeva coinvolti alcuni dei collaboratori più stretti dell-ex presidente, tra cui Jose Dirceu, capo dello staff di Lula da Silva tra il 2003 e il 2005, Jose Genoino, ex-capo del partito, e il tesoriere dello stesso, Delubio Soares. Secondo l’opinione dei giudici, espressa nel processo avvenuto nell’agosto di quest’anno, il sistema prevedeva l’erogazione di benefici e somme di denaro a favore dei membri del Congresso in cambio del loro sostegno all’amministrazione in carica durante votazioni decisive. La diversione di fondi pubblici era necessaria anche a finanziare campagne politiche.

 L’ex-leader brasiliano Lula da Silva si dichiarò estraneo ai fatti e all’insaputa di queste dinamiche illegali: alla fine non fu considerato direttamente implicato e così terminò il suo mandato politico nel 2010, registrando, nonostante lo scandalo, elevati livelli di consenso. Lo stesso è accaduto oggi con Dilma Rousseff, ex-guerrigliera ed erede di Lula, la cui popolarità si sta consolidando grazie all’avvio di una tenace campagna di lotta alla corruzione, un fenomeno da tempo dilagante nelle alte sfere dirigenziali brasiliane.

 Secondo Matthew Taylor, professore alla School of International Service dell’American University di Washington (D.C.), la corruzione è intrinsecamente legata alle vicende politiche del paese. E le stime parlano chiaro: la percentuale dei fondi pubblici dirottati, la maggior parte dei quali inviati all’estero, oscilla fra il 2 e il 5 per cento del PIL statale. Una dinamica, questa, che può essere definita multilivello, nella misura in cui non si sviluppa solo sul piano nazionale, ma che irrompe anche sullo scenario regionale e locale, attraversando così le diverse giurisdizioni: membri del Congresso acconsentono a sovvenzionare investimenti poco trasparenti delle diverse municipalità, ricevendo in cambio generose tangenti.

 L’esasperazione popolare nei confronti del problema è evidente: negli ultimi anni sono aumentate le organizzazioni non governative che, relazionandosi attraverso una sistematica condivisione di informazioni sui casi locali di corruzione, hanno costituito un sistema organizzato di denuncia delle pratiche criminali.

Inoltre, la pressione dell’opinione pubblica ha spinto anche il Congresso ad approvare, nel 2009, una legge che impedisse ai politici, dichiarati colpevoli di un crimine in corte d’appello, di continuare a esercitare liberamente il proprio mandato.

 Nonostante questi sforzi continui, che vede soprattutto protagonista la società civile, il fenomeno è lungi dall’essere debellato. Le radici del problema sono rintracciabili, a livello superficiale, nell’incompetenza e corruzione presente nel corpo giudiziario; a livello sostanziale, nella legislazione che regola la politica e le sue più concrete manifestazioni. Come puntualizza Taylor, secondo la Costituzione del 1988, in presenza di dinamiche illecite, molti funzionari governativi devono essere giudicati non dalle corti minori, bensì dal Tribunale Supremo Federale: dato il vasto numero di casi di cui l’Alta corte si deve occupare, la dilatazione dei tempi dei processi diviene inevitabile. Inoltre, secondo la legge brasiliana, non è possibile costringere un imputato a sottostare ad una pena carceraria fin quando la condanna non è stata espressa nell’ultimo grado di giudizio. Un incentivo ulteriore a ritardare la durata del processo, presentando un’infinita lista di testimoni e richiamando vizi procedurali.

 Consapevole dei pericolosi effetti destabilizzanti che questo male sociale è in grado di generare, come la sfiducia della popolazione nei confronti della classe dirigente e la mancanza di credibilità nell’azione politica, Dilma ha cercato di mostrare, fin dall’inizio del suo mandato, una forte inclinazione per una limpida gestione amministrativa. Il riconoscimento dell’importanza del ruolo di una stampa libera nel controllo delle istituzioni statali e la destituzione, passata e presente, di funzionari effettivamente o presumibilmente corrotti, sono manifestazioni di una sistematica campagna che assume le sembianze di una politica di stato. Tuttavia, nonostante la perseverante volontà del Presidente, i continui scandali, misura della radicalità del fenomeno, dimostrano che la superficie del problema è stata solo leggermente scalfita.


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fonte Diritto di Critica

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