Guerriglia rivoluzionaria in Colombia. Tentativi di pacificazione

È di ieri la notizia che cinque soldati dell’esercito regolare sono stati trovati uccisi, mentre altri dieci feriti, nella zona meridionale del paese, in un attacco che è stato attribuito alle forze rivoluzionarie delle FARC. Come descritto dal generale Germán Giraldo, comandante della sesta divisione dell’esercito, l’offensiva è avvenuta venerdì notte, 19 ottobre, in un autostrada vicino alla municipalità di Puerto Vega, nella provincia di Putumayo, dove i ribelli delle Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia hanno fatto brillare un esplosivo al passaggio di un autocarro militare. L’attacco è stato prodotto in una zona boschiva vicina al confine con l’Ecuador, una regione che già da tempo conta una forte presenza di gruppi guerriglieri.

Il colpo è stato inferto nel medio di un processo di pacificazione fra il gruppo rivoluzionario colombiano e il governo di Bogotà, diviso in due tappe e iniziato con la proclamazione dell’ “Accordo generale per la terminazione del conflitto”, siglato e promulgato nel settembre scorso. Secondo la lettera del patto, la guerra e le operazioni militari sarebbero proseguite sul territorio, mentre le trattative di pace sarebbero state intavolate al di fuori dei confini nazionali, prima in Norvegia e successivamente a Cuba. Al tavolo della concertazione si sarebbero discussi cinque punti fondamentali: lo sviluppo rurale, le garanzie per l’esercito rivoluzionario, la fine del conflitto armato, la consegna delle armi e il re-inserimento dei guerriglieri nella vita civile, il narcotraffico e diritti delle vittime della guerra.

Così, mentre la prima fase delle negoziazioni è già in atto ad Oslo, il conflitto armato, che dura ormai da quasi cinque decenni con i suoi cento morti all’anno, continua a mietere vittime.

Intanto, l’ex presidente colombiano, Alvaro Uribe ha profondamente criticato la politica adottata dal suo erede, Juan Manuel Santos, ministro della difesa della passata amministrazione. Come si legge in un comunicato del gruppo politico di appartenenza, Puro Centro Democrático, Uribe ha dichiarato: ‹‹El mundo libre no negoció con los nazis en la Segunda Guerra Mundial. Estados Unidos no negocia con Al Qaeda. Entonces ¿por qué se negocia la impunidad con el terrorismo en Colombia?››. La posizione dell’ex capo di stato riflette da un lato la sua ambizione nel tentativo di ritagliarsi una più larga sfera di partecipazione nella politica domestica colombiana mentre dall’altro manifesta la rigorosa intransigenza del nocciolo duro dell’élite conservatrice di Bogotà, secondo cui bisogna invece approfittare dello svigorimento fisico dell’organizzazione guerrigliera al fine di infliggergli un colpo di grazia manu militari.

LA GUERRA DI URIBE

La vittoria di Alvaro Uribe alle consultazioni presidenziali del 2002 fu in gran parte dovuta alle sue promesse di smobilitazione della guerriglia rivoluzionaria colombiana attraverso un impegno militare più massiccio e sistematico. Il parto della sua più assertiva attitudine politica fu la DSP, la politica di sicurezza e difesa della democrazia (democratic defense and security policy). La premessa, alla base del suo ragionamento, era che l’instabilità statale e la debolezza delle istituzioni democratiche aveva generato condizioni funzionali al rafforzamento di gruppi insurrezionali e all’ampliamento della coltivazione e del traffico della droga, fonte di finanziamento della guerra di guerriglia. Da qui, l’unico modo per garantire il rispetto della legge e la conservazione delle istituzioni politiche democratiche era l’estensione del controllo esercitato dall’autorità centrale sull’intero territorio nazionale. Questa riflessione trovò, nella duplice guerra al terrorismo e alla droga, la sua materiale concretizzazione.

Naturalmente, al fine di reprimere con la forza ogni velleità rivoluzionaria era necessario espandere, professionalizzare e modernizzare le truppe. Le risorse necessarie a portare avanti, nella sua fase iniziale, il progetto offensivo di Uribe furono trovate, tra l’altro, nella tassa di guerra, imposta al ceto ricco colombiano, nell’arruolamento di soldati nelle campagne e nell’adozione di uno statuto anti-terrorista che alla fine fu dichiarato incostituzionale. Inoltre, considerevole fu la collaborazione con l’intelligence e i vertici militari statunitensi, favorita dalla convergenza d’interessi con l’amministrazione Bush che, a seguito dell’11 settembre, fece della lotta al terrorismo internazionale, e del narcotraffico che lo alimentava (soprattutto per il caso latinoamericano), uno dei suoi prioritari obiettivi di politica estera.

Il prodotto della dottrina della cosiddetta “azione integrata” fu la creazione del CCAI (Coordination Center for Integrated Action), in cui venivano programmati, organizzati  e congiuntamente realizzati, da Washington e da Bogotà, tutti gli sforzi necessari a combattere la destabilizzante guerriglia insurrezionale.

Certo, questa strategia può annoverare, dal punto di vista della più conservatrice classe dirigente colombiana, alcuni significativi successi: in primis, la liberazione di Ingrid Betancourt, ex candidato presidenziale fatta ostaggio dalle FARC; in più la decimazione delle forze rivoluzionarie (basti pensare alla risonanza mediatica che ebbe il bombardamento, nel primo marzo del 2008, dell’accampamento delle Farc in Ecuador, che costò la vita a uno dei suoi leader, Raúl Reyes; infine l’apertura di un dialogo per smobilitare le forze paramilitari presenti nel territorio nazionale, come le Autodefensas Unidas de Colombia (AUC).

Tuttavia, una riflessione più completa e oggettiva dei fatti richiede tre ulteriori considerazioni. In primo luogo, gli sforzi del governo non sono riusciti a porre fine al conflitto, come a dimostrare che la via militare, senza una flessibile concertazione diplomatica, non basta. Secondariamente, la guerra di Uribe e il rafforzamento della cooperazione militare con Washington hanno avuto l’effetto di deteriorare i rapporti con vicini regionali, come Ecuador e Venezuela che hanno visto, nel Plan Colombia e nella profonda penetrazione delle truppe statunitensi in territorio colombiano, lo spettro egemonico del gigante nordamericano. In ultimo,  le forze paramilitari, in parte, hanno continuato  a compiere crimini e a svolgere attività illegali.

SANTOS: UN NUOVO APPROCCIO?

In passato membro dell’esecutivo di Uribe, Santos è stato nominato presidente della Colombia nel giugno del 2010. Se in parte la sua elezione marca la continuità con l’amministrazione antecedente, nella misura in cui l’economia del paese non esce dal selciato neoliberale precedentemente tracciato, d’altra canto sono evidenti anche le discontinuità.

In primo luogo, Santos si identifica con un’élite cosmopolita e urbana i cui interessi spesso si pongono in contrasto con la vecchia “aristocrazia” ‹‹terrateniente››. Esemplificativa a riguardo è la politica redistributiva adottata dalla nuova presidenza, che ha spinto Santos a promulgare una legge, nel giugno del 2011, che restituiva la terra a due milioni di colombiani sfrattati e dislocati a causa della guerra civile.

In secondo luogo, invece di rafforzare radicalmente i legami con Washington, impresa tentata da Uribe, pur non spezzando le relazioni con gli Stati Uniti si è impegnato a promuovere una maggiore integrazione latinoamericana mentre, al contempo, cercava di proiettare l’economia colombiana, seconda nella regione solo al Brasile, sul proscenio mondiale delle grandi potenze.

Infine, adottando un approccio più concreto ed elastico, ha cercato di stemperare i dissapori e i fazionalismi politici interni, riuscendo spesso a sedurre e cooptare l’opposizione nell’apparato governativo.

Certo, queste differenze non bastano a sottoscrivere che il processo di pace avrà un ottimo esito. Tuttavia, la minore influenza esercitata da Washington nella questione così come l’opera di mediazione assegnata al Cile di Sebastián Piñera e al Venezuela di Chavez, visioni ideologicamente contrapposte di un dialogo che si preannuncia più pragmatico che in passato, sembrano intanto costituire i presupposti di una migliore negoziazione.


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