Le attese di rinnovamento di Capriles

Domenica prossima si terranno le consultazioni che decideranno la nuova guida politica della Repubblica Bolivariana del Venezuela. Ad una settimana esatta dalla data delle votazioni,  migliaia di persone si sono riversate in strada per mostrare il proprio sostegno al candidato presidenziale, Henrique Capriles Radoski, giovane avvocato e governatore dello stato di Miranda.  Scelto, nel febbraio scorso, dal coacervo delle forze d’opposizione al regime di Chavez, Capriles rappresenta le istanze di cambiamento politico-economico del ceto medio venezuelano, stanco di un dirigismo statale che rappresenta la connotante preminente del Socialismo del XXI secolo promosso dal Comandante.

Mentre percorreva Avenida Bolivar, una della principali arterie della capitale, Capriles ha snocciolato sommariamente le iniziative proposta dalla piattaforma MUD (Mesa de la Unidad Democrática), in cui si è coagulata l’opposizione a Chavez, consistenti nella lotta alla criminalità, nella riduzione della povertà generalizzata e nell’aumento dei tassi d’occupazione: una concretezza programmatica che, secondo le parole del candidato antichavista, confligge con l’astrattezza delle fantasie ideologiche della rivoluzione bolivariana, propugnata con insistenza dall’attuale presidente.

Nell’ambito della società domestica, i cambiamenti proposti dall’opposizione si articolano nel tentativo di diversificare un’economia pericolosamente uni-settoriale, basata sulla produzione ed esportazione del greggio, nella lotta all’inflazione, nella promozione di una maggiore integrazione economica regionale, nel rafforzamento del sistema di sicurezza nazionale nonché nella creazione di un ambiente giuridicamente più confacente alla stimolazione dell’iniziativa privata.

Sul versante delle Relazioni Internazionali, Capriles intende invece cambiare gli assi portanti della politica estera del paese, tagliando i ponti con paesi amministrati da regimi autoritari; come ha ribadito durante una conferenza stampa nella giornata di lunedì primo ottobre: “Queremos fortalecer nuestras relaciones con América Latina. Queremos relaciones con respeto y vamos a fortalecer las relaciones con países democráticos, con los que tenemos afinidad… ¿Qué afinidad tiene Venezuela con Irán o con Bielorrusia? ¿Acaso el presidente de Bielorrusia no es un dictador? ¿No le dimos la espada de Bolívar a (Muammar) Gaddafi, dos veces? ¿Esas son las relaciones que queremos los venezolanos? No”.

LA POLITICA ESTERA DI CHAVEZ

Durante il suo mandato, il Comandante si è impegnato a stringere e consolidare legami politico-diplomatici con potenze tradizionalmente ostili al nemico statunitense: Cuba, Iran, Siria, Russia, Bielorussia. Un’azione che si sussume nello strumento strategico del Soft Balancing, consistente negli sforzi di uno stato di frustrate ed ostacolare l’agenda internazionale dell’avversario attraverso azioni squisitamente non militari. Una politica, esplicatasi a livello regionale e internazionale, che ha avuto l’intento ultimo di contrastare la primazia, in passato chiaramente incontrastata, che Washington esercita nell’area centro-meridionale dell’Emisfero.

A livello regionale, il Socialismo del XXI secolo di Chavez si è manifestato con la creazione dell’ALBA (Alternativa Bolivariana para las Américas), un fenomeno associativo che congiunge i diversi socialismi latinoamericani e che si pone in stridente contrasto con le proposte di integrazione panamericane (come il FTAA, accordo di libero commercio per le Americhe). A questo fine, la petrol-diplomacy venezuelana ha giocato un ruolo fondamentale: attraverso l’esportazione di petrolio ad un prezzo di favore, unitamente a prestiti ed assistenza economica, Chavez ha contribuito alle vittorie elettorali di Morales in Bolivia, Correa in Ecuador, Ortega in Nicaragua, Lugo in Paraguay e Funes in El Salvador. Anche i coniugi Kirchner in Argentina e Zelaya in Honduras, una volta in carica, hanno goduto dell’appoggio finanziario di Caracas. Il comandante ha così potuto creato un’impalcatura diplomatica anti-statunitense, funzionale a proiettare la propria influenza nella regione.

Allo stesso tempo, a livello mondiale, la potenza venezuelana ha intensificato i rapporti con Iran, Cina e Russia, ma non solo limitatamente al fine di bilanciare gli interessi nazionali statunitensi nella regione: la collaborazione con queste potenze extra-emisferiche ha permesso da un lato di ringiovanire e rinvigorire il proprio apparato bellico, attraverso l’acquisto di armi tecnologicamente più avanzate; dall’altro, di accrescere il proprio traffico commerciale internazionale con realtà statali che non devono rendere conto del proprio operato all’opinione pubblica interna.

IL PROGETTO DI CAPRILES

Qualora dovesse trionfare nelle elezioni del 7 ottobre, nell’ambito della politica estera, il governatore di Miranda si è impegnato ad intessere relazioni diplomatiche ed economiche con potenze democratiche, emisferiche ed extra-continentali; più nel particolare, da un lato ha promesso un’accelerazione del processo di pace con il gruppo guerrigliero colombiano delle Farc, dal momento che “un gobierno encabezado por nosotros aceleraría el proceso de paz en Colombia porque Venezuela dejaría de ser un albergue para guerrilleros, para grupos armados, para grupos que están al borde de la ley”; dall’altro, di esortare l’Avana a pagare adeguatamente l’erogazione del petrolio venezuelano, in passato acquistato attraverso i servizi, soprattutto medico-sanitari, prestati da professionisti cubani nel paese. Secondo le stime fatte dalle forze antichaviste, mentre il petrolio esportato alla più grande isola dei Caraibi ammonta a circa 4.000 milioni di dollari, la contropartita cubana si approssima solo agli 800 milioni di dollari all’anno.

Allo stesso tempo, Capriles ha ribadito di voler interrompere l’acquisto di armi russe e di rivedere tutti gli accordi stipulati con Pechino e Mosca nel settore dell’estrazione degli idrocarburi. Infine ha dichiarato di volersi allontanare da potenze quali Iran e Bielorussia, antidemocratiche e incapaci di rispettare i diritti umani: una atteggiamento ideologico che stona con l’evidente pragmatismo mostrato nei confronti della Cina, con la quale invece si continuerà a lavorare dato che, in fondo, “tutti trattano con lei”.

Ad ogni modo, sebbene le attese di cambiamento siano fortemente diffuse nel paese, secondo gli ultimi sondaggi non bastano a far soffiare il vento del rinnovamento: la maggioranza di questi infatti vede il Comandante in testa alla competizione elettorale.


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